The Girl Who Cried Pearls, di Maciek Szczerbowski e Chris Lavis, ha conquistato l’Oscar per il miglior cortometraggio d’animazione durante la 98ª edizione degli Academy Awards. Il cortometraggio, che impiega burattini, attori, stampa 3D e la tecnica di stop-motion, immerge lo spettatore nella drammatica bellezza di una Montréal decadente d’inizio Novecento. L’attenzione al dettaglio, dai paesaggi fumosi portuali ai negozi dove l’occhio si perde in innumerevoli oggetti, crea un’atmosfera antica e poetica, nella quale i pupazzi, dai grandi occhi, si muovono e vivono la propria storia.
L’inquadratura iniziale si apre su un palazzo nobile con vista sulla Torre Eiffel: una ragazzina s’intrufola in un salone nobiliare e si impossessa di un monile, a forma di mela rossa – la mela proibita? –, che contiene all’interno una perla. Improvvisamente entra, con passo cadenzato e sostenuto da un bastone, un anziano signore, che si scopre essere il nonno, il quale si accorge del piccolo furto e, senza scandalizzarsi, inizia a raccontare una storia che ha come protagonista proprio la perla presa dalla ragazzina.
Attraverso un ampio flashback vediamo ricordare che il nonno, da giovane, era estremamente povero e viveva al porto di Montréal, dove si procurava da mangiare rubando dai pacchi che a volte cadevano dalle navi lungo il trasporto. Per sfuggire al freddo dell’inverno, si rifugiava in una stanza di una catapecchia vicina, attigua a un appartamento dove viveva una famiglia, anch’essa molto povera, e dove si consumavano spesso violenze domestiche, soprattutto nei riguardi della figlia. Dal suo pianto notturno, magicamente, le lacrime si trasformano in perle, che vanno a finire nella stanza del ragazzino, il quale comincia a venderle a un avido padrone di un banco dei pegni. Allo stesso tempo il giovane si innamora della ragazza che piange perle, la cui tristezza però diventa per lui fonte di reddito e di sopravvivenza.
Il primo acquisto che il ragazzo compie con il dollaro avuto è proprio una scatola di cioccolatini, che regala, senza farsi vedere, alla ragazza: «Era la prima volta che la vedevo sorridere… Quella sera non pianse e non c’erano perle». E allora, cosa seguire? Il sentimento di amore o il desiderio di un guadagno legato alla tristezza che permette di risollevarsi dalla miseria? «L’ho vegliata tutta la notte. La volevo portare via da quel posto orribile», dice il ragazzo. Due povertà e due solitudini che si incrociano, ma che, allo stesso tempo, sono destinate a non incontrarsi mai.
Dall’altra parte, troviamo il padrone del banco dei pegni la cui avidità occupa totalmente il suo cuore, soprattutto alla vista delle perle e del valore che possono avere. Questi dice al ragazzo, pensando alla situazione della fanciulla: «O piange e diventi ricco, o sorride e rimani nella tua tana per sempre». Sembra che in quella realtà, che spesso assomiglia a quella che viviamo anche noi oggi, vi possa solo essere un abbrutimento dei sentimenti e delle relazioni, un mondo nel quale vige unicamente la legge dell’homo homini lupus.
Il racconto, che ha dei toni che richiamano le favole di Hans Christian Andersen, culminerà con un finale che mette in discussione tutta la storia raccontata dal nonno, uno svelamento che costringe lo spettatore a ripensare a tutte le immagini viste e comprendere dove sia la verità e cosa rimanga di tutta la storia, attraverso l’ultima domanda che farà la nipotina al nonno: «Ma la ragazza è veramente esistita?», e che conferma che, alla fine di tutto, solo l’amore rimane impresso nel cuore.