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Dopo la raccolta Uccelli vivi, Samanta Schweblin torna tra le mani del lettore italiano con una nuova antologia di racconti dal titolo Il buon male, grazie alla quale la scrittrice argentina quest’anno ha vinto la prima edizione del Premio Aena de Narrativa Hispanoamericana. Con un ammontare di 1 milione di euro, questo Premio ha attirato grande attenzione, sembrando voler competere con il più antico e prestigioso Premio Nobel svedese.
La silloge si compone di sei testi straordinari, che si collocano sul confine poroso tra realtà e fantasia, materia e allucinazione, vita e morte: in senso etimologico, perché descrivono situazioni fuori dall’ordinario; in senso figurato, per la qualità della scrittura espressa.
Sono storie spesso segnate da scoppi improvvisi di violenza, che sembra vivere accovacciata appena al di sotto della superficie del quotidiano, epidermide sempre perforabile del concreto, per balzare alla luce in modo improvviso e fulmineo. La violenza porta alla morte, ma assume tratti sfumati, borgesiani. Nel primo e nell’ultimo racconto – forse i migliori della raccolta – Schweblin conduce il gioco sottile delle allusioni fino al punto da trasformare il cumulo dei segnali di distonia e divergenza di cui dissemina il testo in una domanda radicale: chi stiamo seguendo è una persona viva, oppure è morta? E se è morta, lo sa oppure no?
Perché i racconti della scrittrice argentina avvincono il lettore, nella loro brevità? Varie sono le ragioni. La prima è la sottigliezza dei dettagli tra i quali si muovono e il senso di incertezza che trasmettono, come è incerto e indistinto nelle ombre il passaggio tra luce e oscurità: in quale punto esatto l’una lascia spazio all’altra? In quale punto l’una diviene l’altra? I sei racconti hanno l’andamento di impliciti thriller.
La seconda ragione del fascino di queste storie è che esse ambientano grandi tragedie in contesti di totale ordinarietà e quotidianità di vita, nei quali il lettore può facilmente riconoscersi, potendo ritrovare atmosfere frequentate: un appartamento, un viaggio in macchina, un parrucchiere, giardini e vicini di casa particolari ed eccentrici ecc. La cornice delle vicende è la normale esistenza e ciò che viene agitato sono paure e angosce che almeno una volta nella vita il lettore può aver sperimentato.
Le coordinate del buon male che connota il vivere umano si danno in un tessuto non così alieno da essere irriconoscibile, come ad esempio la possibilità di una vita familiare soffocante; oppure, il peso ineffabile e ineliminabile del senso di colpa, quando una distrazione momentanea è la causa di danni fisici irreversibili; oppure, la presa di consapevolezza della propria responsabilità personale in un evento tragico. Nei racconti più riusciti, la scrittrice porta il lettore a indagare la possibilità di un «e se…» che prende corpo nella mente.
Rispetto alla raccolta precedente Uccelli vivi, ci sembra che Schweblin ne Il buon male dimostri maggiore sicurezza, una voce più netta e precisa. La scrittrice sembra aver maturato la serena e micidiale maturità che le consente di selezionare alcuni dettagli e tralasciarne altri. Questo si traduce nella maggiore focalizzazione degli stati d’animo che vengono descritti e che si vogliono comunicare. Alcuni dei racconti della raccolta precedente avevano ancora una certa postura di esercitazione. Invece, le sei storie contenute ne Il buon male hanno ben altra attitudine. Delle sei, tre ci hanno particolarmente colpito: «Benvenuta tra noi», «Un animale favoloso» e l’ultima della raccolta, «Una visita del Superiore».
E allora, qual è il buon male a cui fa riferimento il titolo? Non sembra che esso possa essere inteso nel senso di felix culpa, di male che è occasione teologica di un bene maggiore, colpa che è via misteriosa per la riconciliazione e la salvezza. Sembra piuttosto che vada inteso nel senso di buon (vecchio) male, il male che striscia nel quotidiano, quello che costituisce il lato d’ombra di ogni situazione umana.
Se si può avanzare un rilievo critico alla poetica della scrittrice, è che il baluginio delle soglie che la sua scrittura esplora narrativamente echeggia toni di Borges – suo illustre connazionale, al quale lei stessa ha detto di rimandare –, ma forse propone un’immagine impoverita della trascendenza. Il fremito che ci coglie non riesce ad andare troppo al di là dello stupore o dell’inquietudine di un senso dell’oltre che non ha parole per dirsi. Il dubbio che sorge è che diverse convinzioni servirebbero, da parte della scrittrice, per dare corso all’immaginazione spirituale del lettore.