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Definito da san Giovanni XXIII «la tromba dello Spirito Santo in Val Padana», il sacerdote cremonese Primo Mazzolari (1890-1959) è stato una delle figure più significative del cattolicesimo italiano della prima metà del XX secolo. Egli ci ha lasciato un vasto numero di opere che testimoniano la sua notevole statura di autore spirituale.
All’interno di quest’ampia produzione, troviamo alcuni interessanti articoli dedicati al Cantico delle Creature, risalenti al 1941 e pubblicati su Azione Francescana, una piccola rivista della provincia emiliana. Si tratta di cinque brevi scritti, definiti dall’A. «Elevazioni», che sono stati raccolti in questo volume curato da Fulvio De Giorgi, docente di Storia della pedagogia e dell’educazione presso l’Università di Modena e Reggio Emilia. Nel libro trova posto anche la sintesi dattiloscritta di una «Tre giorni di predicazione su Francesco e Chiara» del 1953, un testo nel quale, come afferma il Curatore, «si ricapitolano molti plessi spirituali e intimi del “francescanesimo di Mazzolari”» (p. 5).
Particolarmente intenso e fecondo, il rapporto di don Primo con l’Assisiate durò per tutta la vita, dagli anni del seminario fino alla morte. Esso fu caratterizzato innanzitutto dall’ammirazione e poi dalla sottolineatura di due diversi aspetti, che De Giorgi descrive così: «L’aspetto della libertà, emblematizzato nel candore e nella infanzia spirituale del santo […], e l’aspetto della sua missione sociale, più giocato sui registri eroici della povertà, dell’ascesi severa ma lieta e della pace» (p. 83).
Accostandosi al Cantico delle Creature, Mazzolari fa un’affermazione significativa, rivelatrice del suo stato d’animo: «Non tutti i grandi poeti sono santi, ma tutti i grandi santi sono poeti, poiché se l’amore fa il poeta, i santi sono i più grandi innamorati» (p. 9). Questo argomento viene ripreso nello scritto Francesco e Chiara, laddove, parlando del rapporto che legò i due santi, Mazzolari sostiene con particolare lungimiranza: «La religione aiuta il cuore, e ciò può esser di conforto e d’aiuto ai giovani che considerano la religione come un raccorciamento della capacità umana di amare, o un inquadramento che precluderebbe certe possibilità di amore» (p. 29).
Il Francesco mazzolariano è l’uomo della libertà e dell’amore, di un amore universale che viene proclamato appieno nel Cantico delle Crea-
ture: «Che cosa dobbiamo amare? – scrive don Primo – Tutto!!! Perché tutto è amabile. Dio non ha creato nulla di inamabile. Anche le creature più noiose di questa terra, per la ragione che sono creature di Dio, sono amabili. Altrimenti dovremmo cancellare il significato divino della creazione» (p. 30).
Il messaggio di Francesco, così come lo intese e lo interpretò Mazzolari, ebbe pure un ruolo molto positivo in un contesto sociale ed ecclesiale non certo facile quale fu quello in cui visse il parroco lombardo. Tale ruolo è messo adeguatamente in luce da De Giorgi, quando afferma: «Il francescanesimo fu una delle principali forme […] di ricapitolazione unitiva, per evitare che i due ambiti, quello del popolo e quello degli intellettuali, si chiudessero ciascuno su se stesso, in un’autoreferenzialità asfittica, inevitabilmente condannata o alla mediocrità o al mero estetismo» (p. 121).