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Nato il 25 settembre del 1896, Sandro Pertini è venuto a mancare il 24 febbraio del 1990. Dalla sua scomparsa sono dunque trascorsi 36 anni, un lasso di tempo che consente ormai agli storici di esaminare i diversi tratti del personaggio e i vari aspetti della sua attività politica – sia quella svolta nell’ambito del Psi sia quella di carattere istituzionale – con il necessario distacco, in maniera da fornire ai lettori un ritratto tanto meditato quanto esaustivo.
Occorre in ogni caso osservare come si sia trattato di una figura amatissima, nella quale una parte consistente dei cittadini italiani si è a suo tempo riconosciuta e della quale molti continuano a conservare un ricordo positivo. Quali sono le ragioni alla base di una simile predilezione, si chiede lo storico?
L’A. provvede anzitutto a sfatare un luogo comune assai diffuso, in quanto è stato alimentato da numerosi esponenti della politica e del giornalismo: quello relativo a un Pertini onesto e coraggioso, ma inesperto di tattiche e strategie, nonché privo di una visione politica. Certo, lo studioso non ha difficoltà ad ammettere come egli non possa essere paragonato, ad esempio per preparazione culturale, a Nenni o a Lombardi, né sembra aver avuto la capacità di cogliere le trasformazioni avvenute nella società italiana – dal miracolo economico alla crisi che ha connotato la fine degli anni Sessanta – di un Aldo Moro.
Occorre tuttavia porre in rilievo, al riguardo, come a rivelarsi più consona alla sua personalità sia stata la dimensione istituzionale: oltre alla credibilità che seppe conquistarsi sia alla presidenza di Montecitorio sia successivamente, quando – ormai al Quirinale – fu chiamato a gestire un cospicuo numero di crisi di governo, Pertini sembra aver aperto la strada a un’alternativa alla Dc, cercando di cogliere tutte le opportunità per arrivare infine al pieno coinvolgimento del Partico comunista nell’area dell’esecutivo. Scrive, in proposito, l’A.: «In questo senso Pertini segnò davvero uno spartiacque, creando un nuovo scenario per la politica italiana in quanto diede una centralità inedita ai partiti laici a discapito della Dc, oltre che naturalmente al Psi e pure al Pci, anche se la morte di Berlinguer segnò un colpo definitivo alla sua strategia» (p. 19).
Occorre poi sottolineare come Pertini abbia introdotto, nell’ambito del sistema politico, un essenziale elemento di novità: la sua capacità di vivere in prima persona il rapporto con i cittadini gli diede l’opportunità di svolgere un ruolo da protagonista sulla scena pubblica, mentre, fino ad allora, il ruolo del presidente della Repubblica era stato interpretato in maniera assai più distaccata e appartata. Pertini si è rivelato in grado di trasmettere un’immagine di semplicità, ha avuto la tendenza a porsi sullo stesso piano di tutti i cittadini, ha saputo fondere i propri sentimenti con i contenuti istituzionali, riuscendo ad avvicinare alla politica molti individui che, probabilmente, ne sarebbero rimasti ben distanti, sebbene, talvolta, abbia debordato dai limiti imposti dalla carica che stava ricoprendo.
Secondo Scroccu, Pertini è stato, comunque, più popolare che populista. Garante dei valori enunciati dalla Costituzione repubblicana, esponente di quell’Italia che non si era piegata alla violenza del fascismo e intendeva resistere ai colpi sia del terrorismo rosso sia di quello nero, profondamente rispettoso del Parlamento – che egli definì la «casa di cristallo» –, severo critico delle degenerazioni partitocratiche, difese strenuamente la legalità e tornò a legare la libertà alla giustizia sociale. Una personalità complessa, insomma, fatta troppo spesso oggetto di banali semplificazioni e facili ironie, di giudizi superficiali e ricostruzioni sommarie.