|
|
Francesco Maria Maiuri, autore di questo libro, è un giovane dallo «sguardo limpido, acuto» e «l’espressione da saggio», come lo descrive la sua insegnante di Storia e Filosofia, Annamaria Partepilo, autrice della Postfazione.
Questo libro si colloca a metà tra la saggistica e la dissertazione, come osserva lo stesso A. nell’Introduzione. Presenta un taglio scientifico ma, al tempo stesso, non dispone di un apparato critico ampio. Al cuore delle argomentazioni dell’A. si colloca la questione gnoseologica in sant’Agostino d’Ippona, con la riscoperta del valore e delle forme della conoscenza umana, sensibile e razionale, non senza un dialogo critico con alcuni filosofi dell’antichità, della modernità e dell’epoca contemporanea.
Nonostante l’argomento trattato, l’intento dell’A. non è meramente speculativo, perché alla base di questo lavoro vi è la convinzione che «riprendere Agostino […] significa riacquistare coscienza di alcuni valori con i quali è possibile debellare il marxismo, il relativismo, l’insensata spinta allo scientismo e la prospettiva naturalista dell’essere umano» (p. 17). Si tratta, dunque, di valori che entrano nella vita quotidiana per tesserne la trama. Non senza ragione, pertanto, Maiuri valorizza il realismo della metafisica, considerata come la «forma più sublime» della filosofia.
Il libro si divide in tre capitoli, preceduti da un’Introduzione, nella quale l’A. espone le motivazioni di questo suo lavoro e ne chiarisce il fine. Il primo capitolo è dedicato alla dialettica tra fede e ragione quale fondamento della conoscenza. In poche pagine l’A. riesce a delineare le coordinate essenziali del rapporto tra i due ambiti. Interessante è anche l’Appendice al primo capitolo, con alcuni sviluppi e prospettive del problema posteriori ad Agostino.
Nella seconda parte del libro, si entra nel cuore della questione gnoseologica secondo l’Ipponate. Maiuri espone i tratti essenziali del pensiero di Agostino, anche alla luce delle influenze platoniche che lo attraversano. Si tratta di una scelta felice che, oltre a suggerire un indubbio legame tra questi due grandi pensatori, mette in luce come per Agostino la conoscenza umana sia «un grande itinerarium verso l’infinito, un viatico in cui si cerca di accogliere ogni sua forma, intesa con i suoi limiti intrinseci e con le sue pregevolezze epistemologiche» (p. 59). L’A. riflette sulle forme della conoscenza sensibile e razionale, mettendo in evidenza il loro intrinseco rapporto nella persona umana, considerata nell’unità delle sue dimensioni corporea e spirituale. La sua analisi comprende anche il confronto con i successivi sviluppi proposti da san Tommaso d’Aquino e una delle possibili critiche alla prova a priori dell’esistenza di Dio formulata da sant’Anselmo d’Aosta.
Nell’ultimo capitolo l’A. compie un passo ulteriore, quello della fede, cambiando, per così dire, metodo. Infatti, come egli stesso dichiara, «per poter intraprendere l’itinerarium mentis ad Mentem [espressione formulata da Remo Bodei], è necessario che il soggetto pensante non sia solo tale ma risulti anche credente» (p. 99). E non poteva mancare, a questo punto, il richiamo alla celebre teoria dell’illuminazione agostiniana quale fondamento metafisico dell’anima, e quindi a quella che può essere definita la sua «gnoseologia dell’amore». Agostino, «sintetizzando l’intera sua speculazione razionale e la sua esperienza umana nel pondus amoris, ha reso la sua filosofia testimonianza di carità» (p. 125), ed è proprio per questo che è possibile chiamarlo anche philosophus amoris.