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«Se devi peccare, è meglio peccare contro Dio, non contro la burocrazia. Dio ti perdonerà, la burocrazia invece no» (Hyman Rickover, ammiraglio degli Stati Uniti d’America, 1900-1986). Questo aforisma, pungente e sarcastico, sintetizza magistralmente quelli che è possibile qualificare come i 65 spaccati sulla Pubblica Amministrazione che compongono questo sfizioso e provocante libro, che rientra, per il suo contenuto e le sue finalità, soprattutto nel genere letterario della saggistica. Quasi 65 fotogrammi di un film che proietta la paradossale realtà di quella burocrazia con la quale prima o dopo ognuno è tenuto a confrontarsi, con la speranza di sopravviverle.
L’A. scrive alla luce della sua esperienza di pubblico dipendente statale già da diversi lustri, mostrando attenzione e quasi «compassione» per tutti: per coloro che sono al di qua e al di là di uno sportello o di una scrivania. Il protagonista, il dott. Corradi, fresco di studi universitari e pieno di entusiasmo e di buone intenzioni, dopo essere arrivato tra i primi in graduatoria, lavora per l’Agenzia delle Entrate, prima nella capitale e poi in una graziosa cittadina del centro Italia.
Fin dall’inizio si scontra con quel vero e proprio muro di gomma di atavica memoria costituito da una mentalità che nella Pubblica Amministrazione stenta a perseguire il bene comune, il servizio delle persone, ma si trincera sui rinvii da tempi biblici e sulla lapidaria affermazione che smorza ogni tentativo di cambiamento migliorativo: «Si è sempre fatto così!». Con la sola preoccupazione di fare il minimo indispensabile nell’orario di lavoro, magari cercando di ottenere degli straordinari per arrotondare lo stipendio.
La situazione è significativamente amplificata dall’ambiente provinciale, geloso delle proprie abitudini, dove sono visti come indebiti invasori i nuovi arrivati, e come pericolosi attentati all’ordine costituito gli interventi diversi da quelli prodotti fino ad allora, sentiti come una vera e propria violenza.
Solo con il tempo e con tanta pazienza il dott. Corradi impara a comprendere il «sistema» e a cogliere anche il positivo e le molteplici potenzialità, scoprendo che convivono nel suo ufficio scansafatiche, ma anche impiegati dedicati al loro lavoro e soprattutto attenti alle persone, consapevoli che dietro i numeri di protocollo delle pratiche ci sono delle storie, dei drammi, rendendosi conto che alla fine ci sono persone come loro e i loro cari.
Nel provinciale e piccolo ambiente dell’ufficio, quindi, si ritrova la natura umana, crogiuolo di altruismo ed egoismo, di bene e di male. Così questo saggio romanzato non si limita a descrivere in modo ironico la burocrazia italiana e di ogni dove in quanto tale, ma in modo discreto propone al lettore – partendo dall’esperienza in quel microcosmo costituito dalle relazioni nell’ambito dell’amministrazione dello Stato – una riflessione sull’umanità stessa, sulla natura dell’uomo.
Così, da questo ameno e fluente testo proviene un invito provocante, ma salutare, a ripensare, al fine di recuperare il senso del proprio essere e del proprio agire in quanto membri di quel corpo che è la società. Essere e agire che si trovano non nella realizzazione del mero tornaconto personale a scapito del prossimo, ma nella scoperta, alla luce della ragione, che perseguire il bene comune è realizzare pienamente la propria personalità e, alla luce della fede, che noi siamo meri amministratori di ciò che abbiamo ricevuto da Dio e mai padroni di nulla. Solo da questa presa di coscienza nasceranno la motivazione e l’impegno di non accettare passivamente di essere «carnefice» o «vittima» di una cieca burocrazia, ma di renderla uno strumento e un’occasione per realizzare il bene, il vero e il giusto per ogni persona. È un invito a passare dalle logiche del potere, del dominare e della competizione a quelle della corresponsabilità e del servizio.