|
|
In un clima in cui il tema della guerra è tornato attuale, Leo Ortolani ci fa vivere da vicino 20 giorni sull’Ortigara nel giugno del 1917, proprio come racconta la canzone degli alpini Tapum, da cui il volume prende il titolo: 20 giorni senza cambi per i poveri alpini, tanto che il battaglione non c’è più. «Venticinquemilasettecentocinquantadue» caduti, come sottolinea l’A., che scrive le cifre in parole per farci soffermare maggiormente sui volti, le storie, i nomi dietro a dei numeri asettici.
Con pennellate di fine sarcasmo, a cui ha abituato i propri lettori, Ortolani dipinge momenti di grande forza e crudezza, lievemente velati dal suo stile di disegno. Il libro è, infatti, un graphic novel, un romanzo che non si avvale solo della parola scritta, ma anche dell’arte visiva, potendo variare in tonalità, campiture e dettagli.
Questa modalità permette diversi punti di accesso al racconto, che travalica la Prima guerra mondiale con dialoghi che sembrano senza tempo e senza spazio: caduti diventati numeri, perché più facili da dimenticare; una morte che considera quasi divertente come l’umanità trovi modi sempre più sofisticati per uccidersi e darle da fare; l’ultima parola che risuona negli attimi finali è rivolta a colei che ha mostrato per prima l’affetto, «Mama».
Questo libro non è solo un racconto verosimile, stimolato dall’autore padovano Andrea Pennacchi (a cui si ispira uno dei protagonisti, il capitano Bepi Dolon), ma una ricerca dello stesso Ortolani (che prende la parte del tenente Vincenzo Mariani) con racconti, canti e sopralluoghi su questa montagna assetata di sangue o, meglio, in cui la Patria si è dimostrata tale, tra l’indifferenza e l’incapacità dei quadri dell’epoca.
La versione cartacea è di grande formato e consente di gustare ogni scena, soffermarsi sui dialoghi e sui disegni. La storia è molto lineare: il protagonista, il tenente Mariani, viene destinato sull’Ortigara per aiutare il capitano Dolon nei giorni di assalto alla cima del monte, nel giugno del 1917.
L’andamento della narrazione presenta diverse pause, con vignette a pagina intera, che permettono di assaporare e sostare sulle parole e sulle suggestioni grafiche, dando la possibilità di «digerire», per così dire, il peso della situazione e i dialoghi: il protagonista, infatti, oltre che con il capitano, scambia i suoi pensieri anche con la morte personificata. Una morte presente nei cadaveri, negli attacchi, nelle esplosioni, nei nomi delle persone scomparse. Una morte cantata: non solo il titolo riporta il lettore ai canti alpini, ma diversi testi riprendono proprio quelle canzoni che i cori attuali continuano a tramandare, anche quando si è perso già tutto, pure la speranza, come dice Dolon. Una morte che non ha contatti con la vita, né con un Dio che sembra non arrabbiarsi di fronte a questa strage.
Sempre per approfondire l’ambiente, la lingua scelta per i personaggi cerca di riprendere un italiano con venature di veneto, facendo calare il lettore tra gli alpini in quell’evento tremendo che ha forzato l’uso dell’italiano ancora poco conosciuto o utilizzato.
È un racconto da leggere, non solo per ricordare la Prima guerra mondiale, ma anche per poter vedere un’Italia diversa da quella di oggi e per guardare al nostro tempo con una prospettiva di gratitudine verso persone note o ignote – come quella che presiede il Vittoriano a Roma –, che hanno reso possibile la nostra vita attuale. Questo libro ci fa immergere nella Storia attraverso occhi e pensieri che hanno abitato l’Ortigara, come le tante trincee che hanno segnato e che continuano a segnare il nostro mondo.