|
|
Paradiso ’49 è una raccolta di scritti di Chiara Lubich risalente prevalentemente all’estate del 1949, che la tradizione dei Focolari ha riconosciuto preziosa per la nascita e l’identità dell’Opera di Maria e per la nuova via spirituale che essa rappresenta nella Chiesa. A differenza di numerosi classici della mistica cristiana, queste pagine non nascono come un’opera unitaria destinata alla pubblicazione, ma come testimonianza viva di un’esperienza condivisa all’interno di una comunità credente. Gli scritti si configurano pertanto come una forma peculiare di elaborazione sapienziale, nella quale la dimensione contemplativa e quella relazionale si illuminano a vicenda.
I diversi registri letterari e linguistici di quello che può essere definito un vero e proprio «diario dell’anima» – inteso però in senso dinamico, plurale e comunionale (cfr At 4,32) – richiedono una mediazione per il lettore contemporaneo, per il quale è stato redatto a più mani un pregiato corredo di strumenti di lettura (introduzioni teologiche e storiche, glossario, ampia bibliografia aggiornata e numerosi indici: scritturistico, di persone, luoghi e tematico). È innegabile che «trovarsi di fronte a un testo di mistica – scrive Alba Sgariglia – è comunque un’esperienza sfidante, che interpella nel profondo e che, per chi lo desidera, può offrire emozioni, suggestioni e implicazioni coinvolgenti, tali da non lasciare indenni» (p. 90).
Tra gli aspetti più originali della mistica lubichiana vi è senza dubbio l’intreccio tra «linguaggio dell’essere» e «linguaggio dell’amore»: l’unione sponsale tra Cristo e la Chiesa si traduce in una visione ontologica della realtà, nella quale ogni cosa si manifesta come relazione, dono e comunione. Alla giovane terziaria francescana parve così rivelarsi Cristo non soltanto come il Logos increato del Prologo giovanneo, ma anche come forma stessa dell’essere e come medium – direbbe Bonaventura da Bagnoregio – di quella creazione che, ai suoi occhi abituati alle bellezze naturali del Trentino, lumeggiava sorprendentemente e in maniera del tutto nuova «dal di dentro».
Questa centralità cristologica trova la sua piena rivelazione in Gesù abbandonato, culmine del dolore umano e dell’amore divino. Il linguaggio assume qui tratti paradossali, fino a formulazioni ardite sulla sua identificazione con il nulla, il vuoto, l’inferno o il peccato. Simili espressioni, disseminate nel testo, richiedono fine perizia per una lettura analogica e simbolica. Come ricorda Max Huot De Longchamp, sulla base dell’insegnamento di Giovanni della Croce, il linguaggio mistico è sottoposto a «costrizioni estreme», perché l’esperienza vissuta eccede inevitabilmente la possibilità del suo resoconto. Isolate dal loro contesto, infatti, le parole di Chiara Lubich rischiano di risultare persino enigmatiche; comprese invece nell’orizzonte della mistica sponsale e unitiva, manifestano il tentativo di esprimere radicalmente la portata cosmica della redenzione.
A questo tema è dedicata la seconda parte del testo: la ricapitolazione dell’universo nel Crocifisso-Risorto. Creature, idee e bellezza del cosmo convergono nell’unità eterna dell’Amore. La scrittura si fa allora visionaria e poetica, attraverso immagini di raggi, rose, musiche e paesaggi, che richiamano sia la simbologia medievale sia alcune intuizioni della teologia orientale sulla trasfigurazione del creato. In questo orizzonte, nel quale il protologico e l’escatologico coincidono nella Persona del Risorto – al contempo presente all’umanità «tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20) e da sempre «nel seno del Padre» (cfr Gv 1,18) –, emerge con stupefacente nitidezza e originalità la figura della Madre di Dio, perfetta trasparenza della Parola e creatura pienamente «divinizzata».
Pur considerando «accessorio» quanto scritto in quel periodo di illuminazioni straordinarie – poiché solo Cristo costituisce la pienezza definitiva della rivelazione pubblica –, tali «rivelazioni private» (cfr Catechismo della Chiesa cattolica, n. 67) possono aiutare a «entrare in risonanza con quanto lo Spirito Santo vuol dire alla Chiesa, discernendo il “tesoro” di grazia – annota Piero Coda – custodito in queste pagine, nei “vasi di creta” delle parole umane con cui è trasmesso (cfr 2 Cor 4,7), per contribuire ad attuare, nell’ascolto dello Spirito, la tappa nuova della sua missione che il Vaticano II ha promosso» (p. 26).