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Due veggenti hanno messaggi dalla Madonna e dal purgatorio, e, nonostante minaccino un diluvio universale, hanno notevole successo fra la gente semplice. Il romanzo di Giovanni Grasso, Finché durerà la terra, verte sul contrasto tra la fede e il fanatismo religioso.
Il protagonista, Noè Simenoni, disoccupato, ex seminarista, antropologo, deve prendersi cura della sorella, abbandonata dal partner, e della nipote, Greta, leucemica. Un giorno, un compagno di seminario lo convoca in Vaticano per indagare sui veggenti, poiché dietro le presunte rivelazioni c’è un traffico poco chiaro. Lui è un laico e un antropologo: può passare inosservato. Benché indeciso, Noè accetta: per lui è lavoro.
Volendo visitare i luoghi degli incontri, scopre la notorietà che i veggenti hanno dato al paese, ma anche i dubbi: i messaggi della Madonna sarebbero falsi. «Questioni di soldi?», chiede Noè. «Gira che ti rigira, i soldi c’entrano sempre. Ma sotto c’è una questione di potere» (p. 116): essi non tollerano ai confini gli «adoratori di Satana»; vorrebbero impadronirsi dei loro terreni. Si tratta della comunità dell’Arcobaleno, dove si accolgono i poveri, i drogati, i malati.
Incontrare i veggenti non è facile: lo si può fare solo il venerdì e dietro un’offerta, da fare in parrocchia, nella cassetta «Per le anime sante del purgatorio». Qui Noè conosce il parroco, con un Rolex d’oro al polso, che si offre da mediatore. Secondo alcune informazioni, apprese da Internet, sarebbe un «ayatollah cattolico», che odia, tra l’altro, la musica di Bach, perché luterano.
Il romanzo si fa avvincente e l’A. sa catturare l’attenzione, non attraverso spiegazioni, ma mediante passaggi graduali. Si entra così in una realtà mai chiarita del tutto, con continui colpi di scena.
Finalmente l’incontro. Le parole della veggente confortano Noè: «So quale spina trafigge il tuo cuore: ti sarà tolta e la ferita risanata» (p. 236). Egli vorrebbe un miracolo per la nipote, che è innocente, ma non ha il coraggio di dirlo. Poi il veggente: «Figlio mio, devi far molta attenzione, in questo luogo la farina di Dio è impastata con la pula del diavolo. Dice il Signore: “Ecco io manderò il diluvio sulla terra, per distruggere sotto il cielo ogni carne, in cui è alito di vita”. […] Ma qualunque cosa dovesse accadere, ricordati: la spina ti sarà tolta, perché ti ho visto giusto dinnanzi a me. Ora vai e sarebbe meglio per te non tornare più» (p. 239). Una minaccia? Una profezia? Noè è sconvolto e si allontana barcollando.
Quel che segue è il finale di un thriller, ma senza colpi sensazionali. Una resa dei conti tocca tutti, non solo i veggenti, i corrotti della comunità, il parroco, e lo stesso Noè, coinvolto in maniera ancora più vincolante alla situazione di Greta. La leucemia sembra aggravarsi e lo inchioda alle proprie responsabilità. Non mancherà per lui una luce impensabile.
Infine, il diluvio che ossessiona i veggenti. Una tempesta c’è davvero, ma si rivela un segno di speranza. Ricorda la promessa di Dio al diluvio: non distruggerà il mondo, oggi più che mai in pericolo, finché durerà la terra.
Nella conclusione, l’incontro con il Papa in Vaticano e, imprevedibilmente, una barzelletta «teologica». Con un sottile gioco ironico, si insinua che l’autore potrebbe essere il Pontefice.
Il romanzo ritrae bene le deviazioni che possono verificarsi all’interno della Chiesa: il bene e il male si intrecciano in molteplici sfaccettature, a danno soprattutto dei semplici. L’A., con il suo stile essenziale ed efficace, sottolinea l’ambivalenza delle realtà esperienziali, senza giudizi e idealizzazioni, ma senza nasconderne i punti di forza. La missione di Noè è una ricerca di verità, non priva di sacrifici e di rischi.
La scrittura è piacevole, acuta, spiritosa. L’A. conosce bene l’ambiente romano in cui fa vivere Noè, anche dai personaggi citati (ovvio il riferimento a don Molari, a p. 268) e rivela, dalle varie citazioni scritturali e teologiche, la sua fede.