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Il libro del Siracide è il più lungo della Bibbia e forse uno dei meno conosciuti. Inserito tra i libri sapienziali come «deuterocanonico», cioè aggiunto al canone biblico solo più tardi, ha una storia singolare. Non incluso nel canone ebraico, è presente nelle Bibbie cattoliche e ortodosse, ma è assente dalle Bibbie protestanti. Il nome «Siracide» viene dal suo autore, Gesù (Ieshuah) Ben Sira, un maestro vissuto a Gerusalemme nel II secolo a.C. Scritto in ebraico, il libro si trovava solo nella versione greca fatta dal nipote ad Alessandria d’Egitto, e da lì è passato nella Vulgata latina con il nome di Ecclesiasticus.
Il libro è una vasta raccolta di massime, consigli pratici, riflessioni etiche e inni. Copre temi molto vasti: l’amicizia, il matrimonio, l’educazione dei figli, il commercio e la salute. Il tutto sulla base religiosa: il timore di Dio, l’umiltà e la fiducia nella Provvidenza. È immerso nella storia di Israele, con il celebre «Elogio dei padri» (cc. 44-50), una carrellata di grandi figure bibliche (da Enoch al sommo sacerdote Simone).
A complicare le cose, alla fine del XIX secolo ne sono stati scoperti ampi frammenti in ebraico, e inoltre i manoscritti greci ne portano due forme, una più breve e una lunga. È quest’ultima che si trova tradotta nella Bibbia Cei del 2008. Su questa versione italiana il biblista Enzo Appella ha basato il suo lavoro. Come definirlo? Non è un commento esegetico in senso stretto, e non è neppure un commento puramente spirituale, ma un commento «sapienziale» di un libro sapienziale.
Nei libri sapienziali vi è un maestro che parla agli alunni, da lui considerati suoi figli. Nel commentare l’Ecclesiaste, Appella si fa egli stesso maestro per i lettori di oggi, invitandoli alla dura disciplina dell’apprendimento: non quello di un galateo o delle buone maniere sociali, ma quello dell’arte di vivere bene. Questo è il compito del vero educatore, che non teme la fermezza, ma al tempo stesso non evita i dubbi dell’alunno.
Non tutto il Siracide è commentato, ma solo alcuni capitoli (1-4; 6; 15-18), con costanti richiami ad altri passi. L’A. si avvale di una rigorosa esegesi, ma la traspone in una lingua letteraria, senza farla diventare una narrazione autonoma a sfondo biblico. Si potrebbe dire che con questo libro e con quelli precedenti (come Giona di Amittai. Racconto di una missione sempre aperta, Milano, Paoline, 2023, cfr Civ. Catt. 2023 III 442 s.) egli inaugura un genere letterario nuovo, che potrebbe essere chiamato di «letteratura biblica». È «letteratura», perché ne ha lo stile fluente, ricco, accattivante. È «biblica», perché l’A. padroneggia la Bibbia da vero esegeta. Il libro termina con un capitolo su «Gesù di Nazaret, maestro di Galilea e sapienza di Dio». Inutile dire che questo Gesù di Nazaret non si contrappone a Gesù Ben Sira, ma lo porta a compimento.