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Questo libro, a cura dello storico Agostino Giovagnoli, dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, e con annotazioni di Federico Perini, ricercatore presso lo stesso Ateneo, presenta il carteggio tra Giorgio La Pira e Amintore Fanfani, relativo agli anni 1949-1977. Contiene 394 lettere e 48 appunti, provenienti dalla Fondazione La Pira (che ne conserva più di 916): 325 di La Pira, 69 di Fanfani.
Giorgio La Pira, siciliano, residente a Firenze sin dal tempo degli studi universitari, fu docente di Storia del diritto romano, intellettuale di grande statura, antifascista: una vita tutta dedicata alla Chiesa e alla società, ai poveri, alla pace, alla lotta per la libertà e per lo sviluppo della democrazia.
Eletto al Parlamento, rinuncia a questo mandato per diventare sindaco di Firenze, «perla del mondo». Da sindaco, affronta con passione il problema dei licenziamenti minacciati dalla Pignone e dalla Galileo, e chiede aiuto al ministro Fanfani, e si dice sicuro che costui riuscirà a «ridare pace e fiducia a molte centinaia di famiglie che non hanno davvero motivo di essere grate a una società che avversa il loro pane o che lo misura con tanta penosa avarizia!» (Lettera 37 del 19 ottobre 1953).
Da Firenze parte un movimento di contatti di La Pira con i potenti del mondo, tutto uno slancio per creare una solida cultura della solidarietà nel segno del rispetto per la dignità delle persone e dei popoli.
La Pira e Fanfani: tra loro c’è un legame politico ed ecclesiale molto forte. Soprattutto c’è un rapporto sincero, nutrito di valori spirituali. Fanfani si dice dispiaciuto per il comportamento di partiti che, senza preavviso, venendo meno agli impegni assunti, decidono di non confermare alla carica di sindaco La Pira nel febbraio 1965. L’amicizia tra Fanfani e La Pira è forte e non viene mai meno, neppure quando a Fanfani non tornano graditi alcuni tratti dell’agire di La Pira: lo corregge, gli dà suggerimenti, che il politico, l’uomo di governo, non può non utilizzare per raggiungere risultati positivi e apprezzabili. E di fronte a eventi piuttosto spiacevoli, Fanfani incoraggia La Pira, muovendosi sul suo stesso terreno. In riferimento all’accennato evento del febbraio 1965, gli dice: «Tra le tante contraddizioni del momento (e di parecchi mesi) si è verificata ieri quella di Palazzo Vecchio. Sono certo che troverai qualche passo scritturale per spiegarla» (Lettera 641).
Guida efficace alla lettura del carteggio è il saggio introduttivo di Giovagnoli, per il quale le lettere pubblicate sotto il titolo Anarchico a Dio solo soggetto – titolo che esprime bene lo spirito del sindaco «santo» – «rappresentano un ricco materiale documentario, di grande utilità per conoscere la storia d’Italia e quella della Chiesa, le vicende di Firenze e quelle della politica italiana» (p. I). I due tomi, in effetti, aiutano a comprendere vita e opere di due protagonisti del cattolicesimo sociale e politico e di gran parte della storia contemporanea.
Tutte le lettere, anche le più brevi e le più semplici, anche quelle non spedite, sono percorse da un sentimento profondo: il politico, e in particolare il cristiano impegnato politicamente, è al servizio della persona e della comunità. Se non ci si muove guidati da una dedizione solidale e con spirito di fraternità, non si ottiene nulla di buono.
Ogni gesto di La Pira è gesto politico, ma anche religioso, sempre nutrito da una riflessione intensa e da un’ardente carità. Citando la Lettera 70, scritta da La Pira a Fanfani il 27 novembre 1953, Giovagnoli ricorda che La Pira non ha mai voluto essere sindaco o deputato o sottosegretario o ministro, e la ragione è chiara: «La mia vocazione – scrive il politico siciliano – è una sola, strutturale, direi: pur con tutte le deficienze e le indegnità che si vuole, io sono, per la grazia del Signore, un testimone dell’Evangelo».