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Questo libro presenta un profilo di storia della scuola e dell’educazione, un profilo di storia sociale, un racconto ricco di spunti, una storia degli insegnanti, della loro formazione e delle loro aspettative. Mario Isnenghi utilizza documenti, appunti, ricerche: esercita il suo mestiere di storico con rigore e puntualità. Ma in questo libro c’è anche altro: la sua vocazione al narrare, che si manifesta in un linguaggio che non conosce schemi e artifici professionali, un modo limpido che è tutto un invito.
Insegnanti migranti lasciano casa e affetti e vanno a occupare cattedre in contesti sconosciuti. È un nomadismo fatto anche di nomi illustri: Giovanni Pascoli (Matera, Messina, Massa, Bologna), Manara Valgimigli (Messina, Massa, La Spezia, Lucera, Pisa, Padova).
Ci sono spunti significativi di storia contemporanea: un professore asburgico nell’Italia soggetta all’Austria, da Padova austriaca a Padova italiana; vicende di un’Italia «sempre guelfa», di personaggi come Ernesto Bonaiuti, avversato da apparati dello Stato e della Chiesa, o Manara Valgimigli, socialista ma non anticlericale che, assessore comunale a Massa, rimprovera il suo partito favorevole all’eliminazione dei crocifissi nelle aule scolastiche.
Ci sono storie di donne. L’A. parte dal «caso» della maestra Italia Donati, di Monsummano (1863-1886), «prototipo della “maestrina” perseguitata dalle malelingue e dai potenti», nella fattispecie da un ricco possidente, sindaco del paese, «dove si è spostata lasciando famiglia e casa per il suo il primo incarico di insegnamento» (p. 73). La vicenda suscita attenzione tra letterati (Edmondo De Amicis, Dario Niccodemi, Renato Fucini, Matilde Serao).
La storia dell’educazione delle donne registra eventi di una certa consistenza che Isnenghi chiama «cantieri del femminile», e figure ben note, come Maria Giacobbe (1928-2024), insegnante a Orgosolo – considerata, sul continente, «la capitale dei più famigerati banditi sardi» (p. 140) –, autrice di Diario di una maestrina, pubblicato nel 1957.
Prendere spunto da Carducci aiuta a cogliere un contesto dal sapore «baronale». Il poeta-professore «non sovraintende solo alle vicende critiche e accademiche dell’italianistica, ma estende il suo potere sulle infrastrutture scolastiche, favorendo l’approdo all’insegnamento dei suoi allievi, fruendo nel far rete anche dell’appoggio dell’amico Giuseppe Chiarini, ben piazzato al vertice del sistema istituzionale al Ministero» (p. 203).
Alcune pagine sono dedicate all’«Italia liceale alla conquista della Libia»: iniziativa ritenuta legittima anche dal latinista Concetto Marchesi, «senza pensiero alcuno di violazione dei diritti e di sopraffazione nei confronti di altri popoli» (p. 205).
Il lavoro di Isnenghi investe un lungo periodo, da De Sanctis a don Milani. Il primo «vedrà più “azione” e cittadinanza responsabile nel chiudersi in biblioteca a scrivere di slancio la Storia della letteratura italiana, come autoritratto delle classi dirigenti impegnate nel fare l’Italia e gli Italiani, che non nel fare una volta di più il ministro, magari pure della Pubblica Istruzione» (p. 51).
Ampio è il discorso sulla scuola nell’era fascista: programmi, libri, manifestazioni sportive. Va segnalato il capitolo «Digerire il rospo? Il giuramento dei professori (1931)». Un grido pieno di umanità è il discorso sull’epurazione degli ebrei e degli antifascisti.
Questo libro è frutto dell’amore dell’A. per la scuola, per l’insegnamento, per la ricerca e per la conoscenza. Egli ha insegnato nelle scuole medie superiori e nelle Università. Un insegnamento che è stato tutto impegno civile.
L’A. ha nostalgia di una scuola vera: «Ora si vendono corsi che fanno punteggio per le carriere degli insegnanti. […] Si «smantella la cultura mettendo da canto la lingua. Arte e letteratura italiane in inglese, alla famelica ricerca di clientele internazionali. […] Francesco De Sanctis non passerebbe oggi oltre le aste della carriera accademica: non ha scritto in inglese!». E Isnenghi conclude così, con amarezza: «Anche questo libro è un’anticaglia» (p. 325).