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Philip Sheldrake, storico e teologo, in questo volume offre un’analisi ampia e sistematica della mistica – non solo cristiana –, considerata nelle sue dimensioni esperienziali, culturali e teologiche. Distaccandosi dalle definizioni consuete, l’A. invita ad avere uno sguardo più libero e audace. Attraverso «cinque approcci diversi ma non esclusivi» – Amore e desiderio, Conoscenza e non-conoscenza, Meraviglia e bellezza, Mistica della pratica quotidiana, Il mistico come profeta radicale – mostra la forza trasfigurante della mistica e la capacità di innervare sia la vita ordinaria sia l’impegno etico e politico. Fin dalle prime pagine emerge il suo intento di decostruire l’idea della mistica come prerogativa di una élite spirituale. La mistica è una vocazione universale: ogni uomo è un «homo mysticus, orientato al trascendente» (p. 5).
L’A. ricostruisce l’evoluzione storica e semantica dei termini «mistico» e «misticismo» e delinea la ragione dell’attuale interesse per una conoscenza diretta del mistero di Dio. Mette in luce l’essenza di un flusso comune che attraversa tutte le religioni, il fascino esercitato dal «desiderio di trascendere i limiti e confini», la diffidenza verso «un’esistenza puramente materiale», incapace di toccare le aspirazioni più profonde, e la ricerca di «una connessione essenzialmente non cognitiva con le profondità dell’esistenza umana» (pp. 15 s.). I mistici, sottolinea Sheldrake, non praticano una disciplina denominata «misticismo», ma cercano di vivere la propria fede con impegno e intensità, alla ricerca di un Dio che è al di là di ogni definizione.
Ampio spazio è dedicato a figure e testi che hanno plasmato la tradizione cristiana, tra cui spiccano: Origene, Evagrio Pontico, Dionigi l’Areopagita, Ildegarda di Bingen, Giuliana di Norwich, Eckhart, Ruysbroeck, Giovanni della Croce e Teresa d’Avila, fino alle voci moderne di Etty Hillesum e Dag Hammarskjöld.
All’interno di questa tradizione, si distinguono due grandi matrici: quella «apofatica», che riconosce l’impotenza del linguaggio di fronte a Dio – «come posso pensare Dio e che cos’è?» (p. 115) – e quella «catafatica», che tenta l’accesso attraverso simboli e immagini. Alla prima appartengono la Teologia mistica di Dionigi e La nube della non-conoscenza; alla seconda, Francesco d’Assisi e Ignazio di Loyola, radicati nell’azione e «nel servizio al prossimo che trasforma la vita» (p. 194).
Significativa è anche l’intuizione dell’antropologo gesuita Michel de Certeau, secondo il quale la chiamata cristiana implica di «camminare senza altra certezza che la storia di Gesù Cristo, vissuta oggettivamente […]. Pertanto sia la pratica cristiana sia il misticismo diventano così non-luoghi» (p. 242). Il misticismo è una Fabula mistica che non pretende verità definitive e offre un linguaggio senza potere.
La mistica riconosce nella bellezza un percorso privilegiato. Arte, natura e musica diventano luoghi teofanici, esperienze che dilatano la coscienza e aprono al trascendente, perché Dio è ovunque a portata di mano. Sheldrake riconosce questa presenza nei colori di Vasilij V. Kandinskij, nelle forme di Piet Mondrian, nei suoni di Olivier Messiaen e Arvo Pärt, nei versi ardenti di Gerard Manley Hopkins e Zbigniew Herbert.
Accanto alla bellezza, si manifesta una nuova profezia: Dietrich Bonhoeffer, Simone Weil e Dorothee Sölle mostrano che la mistica può sostenere giustizia, cura e speranza, come vera contemplazione di un processo di apertura all’altro. Il mistico, allora, è un profeta radicale: non evade dal reale, ma è immerso in esso con una profondità che interroga, disarma e, talvolta, sovverte.