Le atmosfere fiabesche del Sogno di una notte di mezza estate, capolavoro coreografico di George Balanchine costruito sulle musiche di Felix Mendelssohn Bartholdy, ammaliano il pubblico nel debutto assoluto, al Teatro Costanzi, di questa pietra miliare del patrimonio coreutico del Novecento. L’universo musicale del capolavoro balanchiniano nasce dall’Ouverture composta da Mendelssohn nel 1826 e si completa nel 1842 con le musiche di scena scritte per una rappresentazione di A Midsummer Night’s Dream di William Shakespeare. Tra le pagine più celebri spicca la Marcia nuziale.
Considerato uno dei più grandi maestri della danza del Novecento, George Balanchine creò la sua versione di A Midsummer Night’s Dream nel 1962 per il New York City Ballet, dando vita a un’opera che unisce virtuosismo tecnico, eleganza e magia teatrale. Egli ha affermato: «A otto anni facevo l’insetto al Teatro Michajlovskij. Ricordo il profumo del palcoscenico, la musica […]. Mendelssohn è sempre stato nella mia testa. Non ho avuto bisogno di rileggere Shakespeare per coreografarlo: dovevo solo ricordare quel bambino che ero». Il giovane Balanchine incontrò infatti il capolavoro shakespeariano sul palco del teatro di San Pietroburgo, dove, allievo della scuola di ballo, vestiva i panni di un elfo; quando, nel 1962, ritornò all’opera di Shakespeare, dichiarò che la sua fonte di ispirazione principale non era la pièce teatrale, bensì la partitura di Mendelssohn, che venne arricchita inserendo altri brani dello stesso compositore, così da portare il lavoro a due atti.
Il balletto, ispirandosi alla commedia, intreccia tre vicende: le nozze di Teseo e Ippolita; gli intrighi amorosi di due giovani coppie di innamorati; la lite di Titania e Oberon, regnanti della foresta fatata. La coreografia di Balanchine si conferma un autentico capolavoro di invenzione teatrale. Pur rispettando infatti il nucleo narrativo della commedia shakespeariana, il grande maestro georgiano-statunitense costruisce un linguaggio coreografico che alterna continuamente registri diversi, passando dal dramma alla commedia, dalla leggerezza all’introspezione, senza mai perdere la dimensione onirica che caratterizza l’intera opera.
L’allestimento del Teatro dell’Opera di Roma si arricchisce dei costumi e delle scene di Gianluca Falaschi e delle luci di Valerio Tiberi, che esaltano le atmosfere fiabesche della foresta e della corte ateniese. Sul podio dell’Orchestra, un eccellente Karen Durgaryan per le musiche di Mendelssohn, con spazio al Coro diretto da Ciro Visco e alle voci soliste di Jessica Ricci e Maria Elena Pepi, allieve del progetto «Fabbrica» Young Artist Program.
La scena del balletto si apre sulla cornice di un bosco popolato da elfi ed esseri fatati, interpretati con la giusta leggerezza e giocosità dagli allievi della Scuola di Ballo del Teatro dell’Opera di Roma. Tra i ballerini spiccano Puck, l’aiutante di Oberon, re della foresta, interpretato da un convincente e gioioso Gabriele Consoli, e la prima ballerina Marianna Suriano, nel ruolo della regina delle fate Titania, che in un’intervista si esprime così: «Dopo il risveglio della notte, Titania vede un asino, Bottom, e si innamora di lui. Quindi c’è questo passo a due molto bello; in realtà è anche abbastanza comico, ma ricco di significato, perché ci fa capire che possiamo innamorarci di chiunque, al di là dell’aspetto fisico». A riprova che le ragioni del cuore sono indipendenti e misteriose, forse proprio perché «l’essenziale è invisibile agli occhi».
Il pubblico del Teatro dell’Opera, per la prima volta di fronte al Sogno balanchiniano, uno dei momenti fondanti della storia del balletto del Novecento pronto ad entrare nel repertorio del corpo di ballo diretto da Eleonora Abbagnato, ha tributato alla fine un lungo applauso a tutti gli artisti in scena. (Lo spettacolo è stato visto il 13 giugno 2026).