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Il libro della filosofa francese Joëlle Zask è una piccola perla che invita il lettore a tornare a credere che il bene e il bello possono accadere davvero nella realtà, spesso buia e oscura, che attraversa i nostri giorni. L’uomo di oggi è talmente chiuso in sé stesso, in un cupo cinismo e individualismo, da non sapersi più accorgere né lasciarsi stupire dal miracolo della vita che si genera in ogni momento, destando meraviglia. Ammirare significa «rivolgere lo sguardo verso», andare oltre le apparenze, farsi attrarre dal bene.
Questa straordinaria capacità nasce sempre da una mancanza, da uno scarto tra realtà e desiderio che ci spinge a cogliere nell’altro da noi una continua epifania di cura e di amore. Abbiamo bisogno di tornare a guardarci negli occhi, educando lo sguardo, alimentando il discernimento e ridisegnando il nostro rapporto con le altre persone e con ciò che ci circonda.
L’uomo ha perso quella sorprendente e insolita attitudine ad ammirare, a contemplare il mondo inchinandosi con umiltà di fronte a qualcosa di grande, di lodevole e di «ammirabile», appunto: «Ammirazione di fronte alla natura, a un paesaggio, a un professore, a tale inventore o tale sportivo, a persone che corrono dei rischi per gli altri: ecco un sentimento che le persone che consulto esprimono spontaneamente in un grande slancio di sincerità» (p. 22).
È proprio quel contraccolpo che risuona come un sussulto, una sorpresa improvvisa dell’anima che ci spinge ad andare incontro a ciò che è buono, bello e vero. Il punto di partenza per l’ammirazione è la «considerazione»: «Considerare è guardare qualcosa o qualcuno con la stessa attenzione con cui si scruterebbero la posizione e l’altezza degli astri» (p. 34); «Ammirare significa rinunciare alla ricerca della certezza, alla fede nel sapere assoluto, e avventurarsi nell’ambito di elaborazione delle scienze o, più precisamente, in quello dello spirito sperimentale che sta alla base delle scienze moderne» (p. 36).
Il sentimento di ammirazione sottende le relazioni sociali più essenziali della vita democratica e si pone come la premessa di una società in cui si instaurino legami etici più liberi e felici. La cultura di massa, che caratterizza l’epoca moderna, ci spinge a orientare la personale ammirazione verso chi è celebre, ha successo, ha molti followers online ed è primo in tutto, ma «le cose o le persone che ammiriamo non cercano di esserlo» (p. 53). Pertanto, nella nostra società sempre più narcisistica il concetto di ammirazione risulta essere paradossalmente capovolto e lontano dal suo senso più profondo.
La persona «ammirabile», infatti, è totalmente libera e saggia, non è omologata, pensa in modo critico, ragiona con la propria testa, vede il mondo con occhi limpidi, e l’ammirazione nei suoi confronti nasce spontaneamente: «Nell’ammirazione vi è al contempo sia verità che sincerità» (p. 89). Ma bisogna stare attenti a non lasciarsi trarre in inganno, perché «una persona del tutto onesta, integra e superdotata nel proprio ambito professionale può rivelarsi meschina o perversa nella sfera familiare. Posso ammirarla sotto certi aspetti e disprezzarla sotto altri» (p. 99).
Tra le virtù «ammirabili» ed encomiabili che tutti notoriamente apprezzano, spicca il «coraggio». Avere coraggio significa essere resilienti e restare saldi di fronte alle avversità, come ci ricorda Platone nel suo dialogo apologetico Lachete. «Ammirare è il risultato di un processo che richiede una curiosità in parte appagata, una forma di ricerca, insieme a una soddisfazione soggettiva. Lo sforzo che ho compiuto mi ha trasformata» (p. 105).
Il legame per antonomasia che più si fonda sull’ammirazione è quello che nasce tra maestro e allievo: la relazione empatica basata sulla fiducia e la connessione emotiva rappresentano la premessa fondamentale per l’apprendimento. Al contrario, la fascinazione, che è una forma deviata di ammirazione, provoca una depersonalizzazione e prelude a rapporti umani tossici e di sottomissione, che ingabbiano e paralizzano l’individuo: «Mentre l’ammirazione eleva e rende più liberi, la fascinazione denota un asservimento. Mentre la prima responsabilizza e fa progredire verso la maturità, la seconda è regressiva» (p. 121).
Se vogliamo progredire come umanità, dobbiamo dunque scegliere con consapevolezza di percorrere la via dell’ammirazione.