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Michele Mari ha vinto l’80a edizione del Premio Strega, sia nella sezione Giovani, sia in quella maggiore, confermando il trend degli ultimi anni, per il quale l’autore o l’autrice che vince il primo viene confermato nel secondo. Mari è uno scrittore di lungo corso, con più di 20 libri tra romanzi, raccolte di racconti e di poesia, saggi, traduzioni. La vittoria allo Strega con I convitati di pietra costituisce perciò il riconoscimento di una vita dedicata alla scrittura e all’insegnamento della letteratura italiana.
Il romanzo si distacca piacevolmente per la sua brevità intensa – appena 150 pagine – e la velocità che l’A. è riuscito a imprimere nella narrazione, che scorre lungo l’arco di 75 anni. Il 22 luglio 1975 i 32 compagni della III A, durante la cena di maturità, sigillano un impegno avventato, superficiale, e infine drammatico: ciascuno dì loro si obbliga a versare ogni anno una cifra di denaro su un conto creato ad hoc. La cifra che si accumulerà negli anni verrà divisa tra gli ultimi tre superstiti. Pretesto per rimanere in contatto tra loro e non perdersi di vista, come facilmente avviene anche ai gruppi di amici più affiatati, quel che nasce per gioco diviene foriero di amarezze, di minacce, di incidenti e assassini. Scandito dall’appuntamento della cena di classe, che si ripete annualmente il 22 luglio, il tempo vola.
A p. 11 siamo già al quarantennale della maturità. Da lì seguiamo più da vicino il gruppo dei sessantenni, che vengono presentati uno dopo l’altro, ricevendo ciascuno un tratto che lo connota: fisico, caratteriale, lavorativo, sociale, morale. La cena del 22 luglio 2026 – i nostri giorni – avviene a p. 42. Da quel momento, per le successive 100 pagine, ci si inoltra nel futuro di un gruppo di settantenni che hanno fatto della riffa e della sua mirabolante vittoria il centro e l’ossessione delle loro vite. Anno dopo anno, l’elenco dei vivi si riduce, sino ad arrivare al decrepito terzetto finale. Non riveliamo chi ne faccia parte; possiamo però dire che contiene una beffa, il gesto da cinico clown di Mari che consegna l’alloro a un attore morto di demenza.
Sono vari gli elementi apprezzabili in questo romanzo. Il primo è la limpidezza della lingua, precisa e netta. Lo stile si connota per il tono alto del vocabolario e si impreziosisce per la cura del dettaglio, talvolta persino manierista (cfr p. 8). Alcuni periodi lunghissimi, che coprono quasi metà pagina, hanno una bellezza fluviale che porta il lettore e forse lo confonde (cfr p. 6).
Il gusto dell’intreccio e il meccanismo quasi giallistico, la leggerezza e l’abilità nel comporre le apparizioni dei vari personaggi, nel flusso delle vicende e nello scorrere degli anni, sono un secondo elemento di valore del romanzo.
Il terzo fattore è il tono divertito con cui Mari, per quasi 100 pagine, segue le bizzarrie crescenti del gruppo dei settantenni-ottantenni. Lo sguardo è pieno di ironia. Il tono a tratti è spassoso, nella spietatezza con cui si sofferma a descrivere tic, ossessioni, piccole e grandi nefandezze. Gli elenchi delle malattie, in periodici check up collettivi durante le cene di classe, sono tanto reali quanto assurdi. L’A. si è certamente divertito anche nel ricostruire la geografia catastale di Milano, con la precisione dell’impiegato dell’anagrafe che indica gli indirizzi delle abitazioni dei personaggi e delle chiese dove si svolgono i funerali.
In sintesi, possiamo dire che il divertissement della finzione narrativa che Mari ci regala spesso manca nei romanzi dei nostri giorni, più centrati su temi autobiografici da memoir o da autofiction, ed è un piacere ritrovarlo.
Come si può intuire, il lato debole de I convitati di pietra si annida in ciò che di primo acchito attira. La superficie verbale scintillante rende veloce la lettura, ma, giunti al termine, lascia un che di insoddisfazione, perché si avverte l’assenza di sguardi altri e alti, legati alla società, alla storia, alla fede. Il tratto ironico prevale su altri registri, di carattere esistenziale. Il rapporto con la morte, ad esempio, ci sembra sia usato più come pretesto narrativo che come occasione per una riflessione meditata e sentita, confinata come è ad un paio di passaggi espliciti (cfr pp. 14 e 43). Rimane la riffa, la curiosità di sapere il vincitore, lo smalto di una lingua ricca e bella da leggere e ascoltare.