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La biografia di p. Stefano Igino Silvestrelli lascia nell’animo un aroma delicato e persistente: una traccia che non si limita a rievocare l’itinerario del fondatore dell’Opera Famiglia di Nazareth, ma invita il lettore a interrogarsi sulla finalità dell’esistenza. L’interrogativo che attraversa l’intero volume – quale eternità attende la vocazione più autentica, per quale Paradiso siamo stati creati – costituisce la chiave ermeneutica dell’esistenza di p. Silvestrelli. L’anelito che si dipana nell’opera mostra come una vocazione si sviluppi nel tempo attraverso il misterioso intreccio tra libertà umana e piena fiducia nella Provvidenza.
Fin dalle prime pagine emerge l’affresco di un sacerdote innamorato di Cristo e della Chiesa, un uomo divenuto «braciere ardente», capace di dilatarsi verso gli «immensi orizzonti della redenzione» (p. 6). La sua inquietudine apostolica vibra nel desiderio di non «invecchiare senza […] aver gridato a tutti che siamo al mondo per il Paradiso» (ivi).
La narrazione prende avvio dalla «chiamata a un’opera folle», vissuta a Bosco Chiesanuova e Bardolino, dove p. Stefano Igino incontrò le ferite lasciate dalla guerra nelle famiglie e nei giovani. Quella chiamata maturò in una terra dove la pratica religiosa si era ormai affievolita e l’ostilità verso la Chiesa era molto forte, ma «il suo spirito di pietà e amore per il prossimo lo fece entrare nel cuore della gente di montagna» (p. 55). Soprattutto in quello dei giovani, che «lo ascoltavano e lo seguivano perché sentivano che era veramente interessato a loro, a uno a uno» (p. 61).
Solo dopo parlato di questo, il percorso biografico risale alle origini e segue il cammino nel corso del tempo. P. Stefano Igino nacque in un lembo di terra veronese, a Porcino di Pazzon. In tenera età andò a vivere con lo zio sacerdote, attraverso la cui testimonianza prese forma il primo germe di una vocazione destinata ad aprirsi a un orizzonte originale.
Tra strade tortuose, svolte inattese e incontri provvidenziali – tra cui quelli con il vescovo Giovanni Urbani, mons. Giuseppe Carraro; san Pio da Pietrelcina; san Giovanni Calabria; e p. Mario Venturini – quella chiamata si affinò lentamente, fino a manifestarsi nella sua piena fisionomia tra i salesiani e i gesuiti. Questi due percorsi formativi rappresentano per Igino dimensioni complementari, trovando la sintesi della sua vocazione in Maremma. L’A. mostra come ambienti formativi differenti abbiano contribuito alla maturazione di un’identità sacerdotale particolare.
Dai salesiani p. Stefano Igino apprese la grammatica della prossimità educativa: «il valore dell’amicizia, la fiducia nella Provvidenza, la ricerca della volontà di Dio, l’amore e la devozione a Maria, la pratica della Confessione e della Comunione» (p. 32). In quell’ambiente germogliò il desiderio di diventare missionario e di trasmettere un modo di vivere che lo attraeva e la promessa di un compimento, con uno stile paterno e fiducioso.
Dai gesuiti p. Stefano Igino fu aiutato ad affinare le doti intellettuali, ricevette la disciplina interiore del pensiero, l’amore per la verità e la profondità di una fede capace di dialogare con le domande fondamentali dell’esistenza.
Da questa sintesi feconda nacque la figura di un educatore originale, capace di unire sensibilità pastorale e rigore spirituale nell’Opera Famiglia di Nazareth, fondata ufficialmente a Verona nel 1956.
La nota più autentica del volume risiede in un cammino di fede, nel quale memoria, testimonianza e ricerca interiore si intrecciano come fili di una storia intessuta di grazia. Dal Pane, con una prosa sobria e armoniosa, tra documenti e voci vive, restituisce il tessuto di una vita che conduce al cuore dell’educazione cristiana e del destino dell’uomo.