Mark Rothko (1903-1970), uno dei più grandi portavoce dell’arte moderna americana, è il protagonista a cui la città di Firenze dedica una mostra – con oltre 70 opere –, curata da Christopher Rothko ed Elena Geuna, per ripercorrere il suo cammino artistico attraverso tre luoghi che legano il pittore alla città: Palazzo Strozzi, Museo San Marco e la Biblioteca Medicea Laurenziana.
L’autoritratto dell’artista accoglie il visitatore, preludio di ciò che lo attende: in quello sguardo semicelato da un paio di lenti blu c’è l’essenza di Rothko, il suo invito a guardare attraverso il colore, immergendosi in una realtà densificata da esso. Dalle sue prime opere figurative di interni e di ritratti, egli costruisce un linguaggio pittorico sempre più personale, spinto dal desiderio di rendere visibile il movimento della realtà: l’immagine diventa mito con i Multiforms. Tuttavia la sua ricerca evolve ulteriormente, traducendo le forme in campiture di colore. In questa scelta Rothko vede la possibilità di realizzare una situazione irripetibile: egli desidera che l’osservatore entri nell’opera «respirando» la tela. La dimensione diventa essenziale: un grande dipinto con ampie campiture cromatiche, senza confini precisi, produce una sensazione estraniante. L’artista è il primo che perde il controllo sull’opera, che dunque non è sua e nemmeno nostra, ma diventa una porta, uno spazio da esplorare.
L’evoluzione dell’artista riflette l’azione del «togliere e non aggiungere», dimostrando che questa scelta non impoverisce, ma santifica. Dal 1946, le sue opere non hanno più titoli, liberando il fruitore da condizionamenti. Dai toni caldi di rossi e gialli, che inondano di luce lo spettatore, Rothko passa, a partire dagli anni Cinquanta, ai toni freddi di blu e verdi, favorendo un’atmosfera introversa che richiede un’osservazione attenta e paziente. Mentre i gialli irrompono dalla tela, i blu richiamano all’interno. La lontananza e la vicinanza nelle opere sono determinate dalla scelta dei colori, perché la luce che li anima avvicina o allontana i piani dall’osservatore.
La vita vibrante nelle campiture di Rothko è affascinante e palpabile, rendendo essenziali pensieri e sentimenti complessi. Questo è evidente nel confronto, al Museo San Marco, con le opere del Beato Angelico: quel che accade nel figurato esplode nei colori di Rothko. Nell’Annunciazione del frate, il fiat di Maria germina e si espande dal giallo, al centro dell’opera di Rothko, in un riverbero di colore caldo, quasi a far rimbombare lo spazio vuoto tra l’Arcangelo e Maria, dove il Mistero sta avvenendo.
La Biblioteca Laurenziana, fonte d’ispirazione per l’artista, offre un sintetico confronto tra le geometrie michelangiolesche e le opere realizzate per il Seagram Building di New York, condividendo un senso di oppressione ed estraniamento. Rothko cerca di smascherare la realtà, sconvolgendo i piani e portando l’osservatore in crisi fino a quel punto di rottura che avvia la liberazione.
La sua vita si conclude tragicamente, segnata da periodi di sconforto, a cui corrispondono le sue opere grigie. Eppure, questa mostra presenta un epilogo inaspettato: si incontra un ultimo Rothko pastello, insieme a opere in cui un blu intenso e luminoso, di preziosa eternità, lacera un bruno scuro. Nei suoi dipinti, però, non c’è mai pace, ma sospensione carica di senso tragico e misterico. In lui, vita e morte si compenetrano, così come i piani si muovono nella profondità e verticalità delle campiture. È un vero mistero comprendere la stratigrafia dei colori; il «prima» e il «dopo» si intrecciano in un continuo divenire. Confrontarsi con le sue opere, nella metamorfosi della sua pittura, che si fa liquida ed evanescente, permette di cogliere il tormento e la bellezza che, in fondo, abitano ciascuno di noi. Il colore delle opere di Rothko è frutto di una lacerazione; quindi è un invito a trovare la luce, anche se celata, implosa, vorticosa o sopita; non è forse da qui che inizia la conversione?