Fine anni Settanta/primi Ottanta: l’Italia dopo gli anni di piombo prova l’improvvisa illusione di una serenità collettiva davanti alla televisione; gli sguardi sono rivolti allo show luccicante della prima serata Rai sulla Rete 2 del fine settimana, ovvero Portobello, mercatino del venerdì. Si alternano un vero «mercatino», in cui diversi concorrenti vendono le loro invenzioni eccentriche e bislacche, e ancora musica, ospiti, giochi: chi riesce a far dire «Portobello» al pappagallo mascotte dello studio? «È un mercato pazzerello, dove trovi questo e quello, e c’è pure un pappagallo con il becco giallo…», recita la sigla iniziale a cartoni animati. Una sorta di piccolo carnevale «nazional pop» si ripete a cadenza settimanale con ascolti record (arriverà a 28 milioni di spettatori), pari quasi al Festival di Sanremo e alle partite della nazionale di calcio.
L’arresto del conduttore Enzo Tortora (Fabrizio Gifuni) nell’estate del 1983 – accusato da alcuni pentiti di essere un affiliato alla nuova camorra – riporta il Paese dentro un cupo incubo. Possibile che il personaggio più popolare dell’epoca sia un criminale? Di fatto non lo è, ma l’opinione pubblica si lascia immediatamente condizionare dai media di (mala) informazione e, salvo rare eccezioni (Enzo Biagi, sulle pagine de la Repubblica), nessuno dubita più della colpevolezza dello showman. Tortora, in pochi giorni, da amata star del piccolo schermo diventa bersaglio di rancore, capro espiatorio di un malessere nazionale inestirpabile, considerato già colpevole dall’opinione pubblica, anche se manca ancora il processo d’appello.
Come già nel film Sbatti il mostro in prima pagina (1972), Marco Bellocchio rivela il volto peggiore, vischioso e nero del potere e della disinformazione, capaci di piegare e plasmare la realtà e i fatti con le parole, fino a dare verità al falso e parvenza di veridicità all’invenzione menzognera. L’autore di Buongiorno, notte (2003) ed Esterno notte (2022) ripercorre e rivela – in sei episodi su HBO Max – un caso emblematico e lampante di mala giustizia e di fake news, di superficialità e sciatteria della giustizia, dei media, delle persone, dove il protagonista si ritrova dentro un incubo kafkiano e reale.
Tra le poche persone che credono all’innocenza del conduttore, oltre a chi gli è legato per affetto (la famiglia, la nuova compagna, qualche collega), ci sono gli esponenti del Partito radicale, che lo presenteranno poi nelle loro liste (nonostante Tortora fosse liberale). Crederanno nella sua innocenza i «poveri cristi» compagni di cella, tra i quali Tortora troverà conforto e sintonia con Ugo (Pier Giorgio Bellocchio), ex brigatista pentito. Dopo un primo duro confronto verbale («Tu sei un imbroglione di massa»), i due si ritrovano nell’ora d’aria a camminare insieme nel cortile del carcere di Regina Coeli, entrambi rasati a zero, entrambi «mal vestiti» e senza alcuna distinzione tra «l’uomo borghese» e «l’ex terrorista». E quando un «paparazzo» riesce a scattare furtivamente una foto da una finestra degli uffici del carcere, Ugo indica il fotografo a Tortora, come a metterlo in guardia e a proteggerlo. La scena è resa ancora più drammatica e struggente dalla canzone che la accompagna: Jesahel dei Delirium, un pezzo di chiara matrice cristiana, fin dal nome della figura messianica al centro del testo. Il brano, composto da Ivano Fossati e Oscar Prudente e simbolo della cultura hippy, è un inno alla fratellanza e alla spiritualità: «Nei suoi occhi c’è la vita, c’è l’amore. / Nel suo corpo c’è la febbre del dolore. / Sta seguendo una luce che cammina…».
Per il dolore del protagonista c’è il solo conforto di chi soffre come lui, condannato per violenze realmente commesse, ma ancora capace di compassione, qualcuno che sa riconoscere, capire le ragioni e la sofferenza dell’«altro».