Parigi: nel giorno del suo ventinovesimo compleanno Nino Clavel (Théodore Pellerin) va in un ospedale a ritirare l’esito delle analisi richieste per capire le cause della sua stanchezza continua e persistente. Gli esami evidenziano la presenza di un tumore alla gola. Il racconto prosegue mostrando i tre giorni e le notti che precedono la prima sessione di chemioterapia. Nino non confida quasi a nessuno il male che gli è stato diagnosticato. Alla madre (Jeanne Balibar) dice di soffrire di depressione; a Zoé (Salomé Dewaels), ex compagna di scuola incontrata casualmente in un bar, dirà di aspettare un bambino… Nino, sempre più tormentato e in stato confusionale, perde anche le chiavi di casa. Il ragazzo dovrà perciò cercare sistemazioni di fortuna, fino a dormire sul pianerottolo e trovare accoglienza in un centro di assistenza per persone senza fissa dimora.
La regista francese Pauline Loquès – alla sua opera prima, presentata alla Semaine de la Critique di Cannes nel 2025, poi Premio César come miglior esordio – mette a fuoco efficacemente solitudine, senso di decadimento e indecifrabilità del dolore con un pudore e una potenza poetica straordinari. Come nel capolavoro Cléo dalle 5 alle 7 di Agnès Varda, Loquès segue il vagabondare senza meta del protagonista in un periodo delimitato di tempo – venerdì, sabato, domenica, fino al lunedì in ospedale –, e come Varda riesce a rendere lo spettatore partecipe del segreto di un’identità, di un’anima tormentata e dallo sguardo perso. Inquadra il camminare senza meta di Nino, il suo correre in bici, il suo salire e scendere scale, mettendo a fuoco l’improvviso e sconfortante senso di «non poterci più essere».
Loquès viene dal giornalismo televisivo, e di quest’ultimo ha mantenuto una capacità di sguardo lucido, profondo e l’arte dell’ascolto, senza averne la freddezza cronachistica. Ha affermato, alla presentazione del film a Cannes: «Come spettatori “siamo” con Nino, conosciamo la sua realtà, la malattia, la comprendiamo davvero forse prima di lui…».
La regista esordisce con un racconto su uno dei temi più delicati, la malattia, senza pietismi o ricatti emotivi. Riesce a evitare ogni caduta narrativa o didascalismo, grazie alla ricerca continua dell’essenziale. Loquès non «tematizza» mai l’oggetto della narrazione, non cerca di «lanciare messaggi» o «educare» lo spettatore, riesce piuttosto ad accompagnarci con pudore ed empatia nell’intima sofferenza di un uomo malato.
Dalla prima all’ultima inquadratura la regista ci accosta a Nino, al suo mistero e alla sua fragilità, ci rende subito partecipi della scoperta dolorosa (il film comincia in medias res con lo spettatore che scopre la malattia insieme al protagonista). Nino è anche un ritratto di incontri, legami e interazioni con figure strambe (il clochard bislacco, interpretato da Mathieu Amalric, al centro per i poveri), con figure apparentemente di contorno, in realtà spesso salvifiche (l’ex compagna di scuola Zoé), o quanto meno «lenitive» (un bacio fugace con la sorella dell’amico Sofian, la gentilezza e il garbo di un’infermiera…).
Straordinaria la scena in cui Zoé e Nino siedono in silenzio l’una davanti all’altro, soli in una stanza, replicando una delle celebri performance dell’artista concettuale Marina Abramović. I loro volti come in uno specchio, gli sguardi che si fissano senza parole, i visi sorridono, diventano seri, non hanno più filtri o maschere «sociali», gli occhi infine lacrimeranno…
Nel finale, prima sullo schermo nero e poi sulle ultime immagini di Nino in ospedale per la chemio, risuona la struggente canzone In the Modern World dei Fontaines D.C.: In the modern world / I don’t feel anything… / I don’t feel bad («Nel mondo moderno / non sento niente… / non mi sento male»). Nino, come noi, pare avere la sensazione di non sentire più niente nell’algido, frenetico e anaffettivo «mondo moderno», ma la «luce» – nella forma di una voce, un abbraccio, una vecchia foto in formato gigante – farà di tutto per farsi spazio nell’oscurità vischiosa che opprime il giovane. Si esce dalla sala con la sensazione di avere conosciuto Nino Clavel, il suo dolore e le persone che gli vogliono davvero bene.