Icona del teatro mondiale contemporaneo, Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller, a oltre settant’anni dal debutto, continua a dimostrare la sua attualità e la drammatica necessità.
La tragedia dell’uomo comune protagonista dell’opera, Willy Loman (Luca Lazzareschi), ha attraversato il Novecento, rivelando il volto oscuro del mito, il capitalismo occidentale, che da allora è diventato una forma di vita interiore, e proprio per questo aspetto Morte di un commesso viaggiatore può continuare a parlare a tutti noi, all’umanità in modo globale. Nel 1949, quando Death of a Salesman debuttò a Broadway per la regia di Elia Kazan, sconvolse New York e l’America intera, con 742 repliche. Due anni dopo, al Teatro Eliseo di Roma, fu Luchino Visconti a dirigere Paolo Stoppa, solo il primo dei Willy Loman italiani, tra cui ricordiamo Giulio Bosetti, Umberto Orsini ed Eros Pagni.
Se a un essere umano si riconosce identità e valore solo in base alla sua capacità di avere successo, ossia di vendere, di essere produttivo in una società che non dà spazio ai fallimenti, alla fragilità, alla lentezza, allora ognuno di noi potrebbe essere il Willy Loman della situazione. Il protagonista, alla fine della sua carriera come commesso viaggiatore – attività in cui ha avuto fiducia cieca e ha dato tutto, dopo cinquant’anni di lavoro e ritrovandosi a mani vuote –, drammaticamente dirà: «Uno passa una vita a pagare una casa e, quando diventa tua, non c’è più nessuno che la abita». Legami familiari conflittuali, incomprensioni, crisi, incapacità di dare frutti, familiari e produttivi: questi i temi al centro del grido d’allarme che Miller lanciò all’epoca, spezzando ogni linearità temporale, ogni concatenazione di causa-effetto tra realtà e memoria, tra presente e passato, sogno e coscienza.
La regia di Sciaccaluga è nuda, sobria, scava l’intimo processo della «perdita d’aura» che per Walter Benjamin, nell’era della riproducibilità tecnica, investe l’opera così come l’individuo e la sua unicità: se il suo significato è ridotto a funzione economica, nel momento in cui la perde il suo valore è nullo. Willy Loman viene licenziato in modo asettico e vede sgretolarsi tutto ciò a cui prima credeva, incluso il suo rapporto con il figlio maggiore Biff.
Sciaccaluga sceglie il monumentalismo scenografico, insistendo su una macchina scenica colma di strutture mobili, spazi inclinati che a volte sovrastano la struttura intima del testo di Miller. Il contrasto a volte convince, altre volte meno. Il vuoto simbolico chiede un confine, e questo, a sua volta, del silenzio emotivo raccolto, al quale è spesso negato l’accesso.
L’obiettivo di quest’opera è ricordarci che prima di ogni performance, ruolo, prestazione o attività, siamo esseri umani e che è proprio nelle nostre relazioni che risiede il senso dell’umano. Il «sogno americano» è ormai storicamente un inganno, ma oggi quell’illusione continua a dilagare nel nostro io interiore.
Come Willy Loman non sa esistere senza successo, non sa amarsi senza approvazione e affida il proprio valore allo sguardo degli altri, oggi la nostra «performance sociale» è costantemente valutata sulla base della sua rappresentazione e riproducibilità tecnologica, digitale. In sua assenza, l’essere umano crolla almeno finché anche solo un’altra persona non smette di credere in lui/lei e di cercare una relazione reale, un legame.
Cosa resta dunque? Cosa sopravvive alla disperazione e alla polverizzazione dei sogni in frantumi di Willy? Lo sguardo della moglie, Linda Loman (Pia Lanciotti), l’unica autentica forma di salvezza da false promesse e vuoti esistenziali, da tutto ciò che ha costituito la vita del marito, intercambiabile, replicabile e superflua. Linda è una figura mai retorica, bensì radicale, assoluta proprio perché quotidiana. Il suo «per sempre» è fatto di qui e ora, che giorno dopo giorno continua fino alla fine, continuando a donare dignità e umanità.