Siamo nel febbraio del 1951 e nelle sale italiane esce Miracolo a Milano con la regia di Vittorio De Sica, su sceneggiatura firmata insieme a Cesare Zavattini, vincendo la Palma d’oro al Festival di Cannes. Settantacinque anni dopo, in prima assoluta, il film rivive sul palcoscenico dello Strehler del Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa con la trasposizione teatrale di Paolo Di Paolo, la regia di Claudio Longhi e l’interpretazione di Lino Guanciale e Giulia Lazzarini (nei ruoli di Totò e Lolotta).
La genesi del progetto nasce dall’esigenza di omaggiare il rapporto viscerale che esiste tra la città di Milano e il suo Teatro (in vista del suo ottantesimo anniversario il 14 maggio 2027), e raccontare oggi teatralmente la città a chi la abita ogni giorno e a chi la visita di passaggio. Il punto di partenza va ricercato nell’eredità di Luca Ronconi, del quale si esplorano paradigmi alternativi come la sceneggiatura cinematografica da un lato e la struttura del romanzo dall’altro, fino a trovare una giusta sintesi nel film Miracolo a Milano della coppia De Sica-Zavattini, la cui sceneggiatura non solo ha come antecedente un breve romanzo di Zavattini intitolato Totò il buono (1943), ma rimanda anche alla dimensione di umanità profonda messa in scena ne El nost Milan, di Carlo Bertolazzi, con la regia di Giorgio Strehler, del 1955.
La storia è quella dell’anziana Lolotta che trova un neonato sotto un cavolo del suo giardino. Lo cresce come fosse suo figlio e lo chiama Totò. Dopo la morte di Lolotta, il bimbo viene cresciuto all’orfanotrofio milanese dei Martinitt e, una volta divenuto maggiorenne, deve trovare il modo di sopravvivere nella Milano del dopoguerra. Ci riesce trasferendosi nel rifugio di Alfredo, un senzatetto che vive in un baraccamento ai confini della metropoli, dove si è insediata una folta comunità, costituita da tutti coloro che hanno perso ogni cosa a causa della guerra.
Totò diventa subito la loro guida, costretto a fare i conti con i ricchi Mobbi e Brambi, proprietari del terreno dal quale intanto è emerso il petrolio. Dal cielo giunge in suo aiuto Lolotta, affidandogli una colomba magica con cui Totò tenta di risollevare le sorti dei suoi compagni. In un’atmosfera fiabesca e di incantato stupore, la parola «miracolo» inserisce lo spettacolo in un denso intreccio esistenziale e storico-culturale in cui delusione e speranza sono evocate dalle scenografie di Guia Buzzi. Queste mostrano i postumi della guerra, i lavori di ricostruzione, le prime della Scala, le riviste di moda, il festival della canzone, le baraccopoli in miniatura avvolte da una fitta nebbia milanese, che rischia di diventare visione del mondo: nasconde e conserva i segni di un miracolo economico mancato e dell’abbandono della coscienza civile di un Paese e delle sue città.
Ma allora dov’è il miracolo? Forse nella scoperta del petrolio come prospettiva di ricchezza per tutti? Nella colomba magica che può esaudire ogni desiderio, bruciando l’egoismo? Nella lotta per quel po’ di terra che basterebbe per vivere e morire? Oppure nel volo finale dei poveri in cielo, tra le guglie del duomo, verso un regno «dove buongiorno vuol dire davvero buongiorno»? Niente di tutto questo. Nessuna fuga dal mondo. La città che viene non è un sogno lontano: è già all’opera ogni volta in cui i personaggi e le situazioni si rapportano al nucleo centrale, cioè alla carità, che è vita, che si fa opere, che trasforma mentalità e modo di vivere, che compie miracoli.
Questa carità ha un volto: è quello di Totò, la cui appartenenza all’una o all’altra città non si decide con la lotta, con le appartenenze formali o con i simboli esteriori, ma nel modo di esercitare il potere, di concepire l’educazione, di abitare le relazioni. Il suo «buongiorno» non coincide con un ingenuo ottimismo, perché non elimina la fatica del vivere, bensì le restituisce senso. E il suo modo di vedere le cose diventa paesaggio della città che «si fa avanti» (Mario Delpini).
In questa prospettiva, si può leggere nel film una parabola, sia pure inconscia, di un Dio che chiude gli occhi e lascia fare a noi. E questo forse, oggi, a Milano e in ogni città del mondo, è il vero miracolo dell’uomo.