Può l’amore di Dio frammentarsi in forme tra loro inconciliabili? Esiste un amore che non tocchi le nostre ferite e che non sia esposto al sospetto che sia una fuga o, peggio, una consolazione? Domande come queste muovono i meccanismi profondi del dramma Los domingos, l’ultimo film della regista basca Alauda Ruiz de Azúa, uscito nelle sale italiane il 2 aprile 2026.
La protagonista è l’adolescente Ainara, una figura assoluta e centripeta della tensione narrativa: gli altri personaggi dovranno prendere posizione – in un modo o nell’altro – a favore o contro la sua scelta. Giovane, innamorata di Dio, affezionata alle suore della scuola cattolica che frequenta, ma altrettanto sinceramente attratta dal suo compagno di canto Jon, Ainara ha perduto la mamma molto presto, e sembra – questo è l’implicito di gran parte del racconto – che abbia imparato col tempo a cercare dentro di sé quell’amore incondizionato che solo un genitore può dare.
Papà Iñaki è un uomo piuttosto sobrio nelle manifestazioni d’affetto, forse perché ancora ferito dalla scomparsa della moglie, ma capace, nonostante il proprio dolore, di non far mancare nulla ad Ainara e alle due sorelline, mandando avanti, tra prestiti e mille difficoltà economiche, il ristorante di famiglia. Dall’altra parte c’è la sorella di Iñaki, Maite, una zia certo presente e con la quale si può parlare di tutto, ma che allo stesso tempo condivide poco o nulla della sensibilità religiosa della nipote. Maite e Iñaki avevano frequentato a loro tempo la stessa scuola cattolica che frequenta Ainara, subendo – questo è il punto di vista della zia – lo stesso indottrinamento che ora sta conducendo la ragazza verso una scelta sconsiderata: quella di farsi suora. Nella vita parallela della giovane, infatti, da un po’ di tempo ci sono delle suore di clausura, una comunità di donne innamorate come lei dell’Assoluto, che fanno sentire Ainara accolta e amata.
Dal punto di vista delle immagini, a spezzare la severità della fotografia e gli interni lividi di una piovosa Bilbao ci pensa il coro del conservatorio, di cui Ainara fa parte. Mentre il pianoforte intona le note struggenti di Into my arms, il brano di Nick Cave che fa da sottofondo ai momenti più luminosi del racconto, il dramma della famiglia va progressivamente in scena, in un contrappunto di ragioni sempre più difficili da districare, dal momento che ognuno ha la pretesa di volere il «vero» bene di Ainara. Se il basso continuo dell’opera è il tema della fede come fiducioso abbandono in Dio, come si vede nella scena del funerale della nonna in cui Ainara entra a suo modo nel mistero del Getsemani, le variazioni sono date dalle voci delle mediazioni umane che si affollano intorno al discernimento della protagonista: il giovane e comprensivo padre spirituale Txema, la saggia e imperturbabile madre superiora, il coetaneo Jon, innamorato di lei e ricambiato, e non ultima la famiglia allargata, con le proprie tensioni da «interno familiare».
Los domingos si accredita come una pellicola priva di retorica ma ricca di lirismo, che non sembra aver bisogno di alzare il tono per rappresentare i chiaroscuri dell’anima credente; un film che riporta al centro della riflessione non solo, e non tanto, la radicalità di vocazioni eccezionali quanto quei sentimenti che crescono lentamente nel silenzio. La regia di Ruiz de Azúa riaccende l’interesse del cinema per il dramma ultimo di un amore che, divino o umano che sia, se è autentico, non esita ad affidarsi alle malferme mediazioni umane, nella speranza di aver scommesso sulle «braccia» giuste in cui abbandonarsi: «Io non credo in un Dio interventista, / ma so, cara, che tu ci credi […]. E se Lui sentisse di doverti guidare, / allora gli chiederei di guidarti tra le mie braccia, / tra le mie braccia, o Signore» (Into my arms).