Le città di pianura porta con sé le caratteristiche estetiche del cinema d’autore – macchina a spalla, grana, movimenti «sporchi», suggestione narrativa – e una sostanza scanzonata, dal ritmo country, che guarda al road movie europeo. L’ambientazione, evocata già nel titolo, è fatta di emblematiche città della Pianura Padana, piccoli tasselli di un Veneto che non finisce quasi mai sugli schermi del cinema italiano. Eppure, quello che Francesco Sossai ha catturato nella sua seconda opera è qualcosa di inedito e folgorante: una pianura sconfinata che diventa territorio dell’anima. Le città di pianura è un film sospeso tra commedia malinconica e viaggio esistenziale, e la sua conquista di otto David di Donatello – tra cui Miglior Film, Miglior Regista e Miglior Sceneggiatura – non è una sorpresa per chi lo ha visto, ma un giusto riconoscimento.
Al centro di tutto ci sono due figure memorabili: Carlobianchi e Doriano, detto Dori. Sono cinquantenni che vagabondano tra un bar e l’altro in un Veneto rurale, che evoca le atmosfere ruvide di un Far West padano, con il solo orizzonte di sfondarsi di lumache e polenta e inseguire quell’«ultima ombra» di vino, «una voglia che va al di là della sete». Hanno scoperto il segreto dell’universo, ma soltanto da ubriachi, e da sobri non riescono a ricordarselo. La loro missione concreta, però, è andare a recuperare all’aeroporto il loro leggendario amico Genio, fuggito in Argentina per sottrarsi a una condanna legata al contrabbando di occhiali da sole, e ora di ritorno dopo anni di esilio volontario in attesa della prescrizione.
Nel corso del viaggio – tracciato rigorosamente su foglietti di carta, perché Google Maps è robaccia – i due incontrano Giulio, studente di Architettura timido e disorientato, che si aggrappa a loro come a un’àncora improbabile e impara a godersi la vita alla giornata, con missioni temporanee e senza troppe certezze. Per Giulio, uomo del presente digitale, Dori e Carlobianchi diventano figure quasi mitiche, navigatori di un mondo che hanno già compreso fino in fondo.
Sossai costruisce questo road movie sgangherato e vitalissimo – scritto insieme ad Adriano Candiago – con un passo lento e ondeggiante, lasciando che i suoi personaggi respirino, si perdano, si ritrovino. Sullo sfondo scorre un Veneto che sta per essere squarciato dall’autostrada Lisbona-Treviso-Budapest: un territorio in trasformazione violenta, dove gli operai vengono consumati per una vita intera e poi liquidati con la coscienza sporca di chi sa di averli sfruttati. La commedia picaresca si fa, a tratti, denuncia sociale sotterranea, senza mai alzare la voce.
Tra le influenze dichiarate dal regista figurano Marco Ferreri, Elio Petri, Francesco Rosi e Carlo Lizzani, ma anche la grande stagione della commedia all’italiana, con titoli come Il Sorpasso e I Vitelloni.
Sergio Romano e Pierpaolo Capovilla – David al primo come Migliore Attore Protagonista – sono perfetti nei rispettivi ruoli, con quelle facce vissute che non appartengono al cinema di posa, ma al teatro (Romano) e alla musica (Capovilla), eppure reggono senza cedere anche i primi piani più impietosi. Filippo Scotti, nel ruolo di Giulio, conferma di essere uno degli interpreti più dotati della sua generazione: capace di abitare il silenzio, di trasmettere con gesti minimi una ricchezza interiore rara.
La colonna sonora di Krano accompagna il tutto come una canzone folk che conosce già la strada, calda e necessaria. Una produzione a basso budget, autenticamente fuori dai circuiti canonici, girata nella pianura veneta con attori lontani dalla ribalta più commerciale, Le città di pianura ha messo in riga produzioni ben più blasonate. La Divina Provvidenza, verrebbe da dire citando il film stesso, ogni tanto sa dove guardare.