Il silenzio degli altri è il titolo italiano di Sorda, film spagnolo scritto e diretto da Eva Libertad, vincitore del Premio del Pubblico nella sezione Panorama della Berlinale 2025. La pellicola racconta la storia di Ángela (Miriam Garlo), non udente, e Héctor (Álvaro Cervantes), udente, quando scoprono di aspettare una bambina. La gravidanza e la nascita della figlia, oltre a essere motivo di gioia, mettono alla prova le relazioni e fanno emergere le fragilità, le resistenze personali, paure e desideri.
Héctor si impegna a entrare nel mondo della compagna: impara la lingua dei segni, risolve gli ostacoli che la sordità pone ad Ángela in una società ancora poco inclusiva. Proprio alla luce del contesto sociale che ignora, Ángela deride e soprattutto non comprende l’importanza di adattarsi e allargare la comunicazione. Si costruisce una vita a sua misura: svolge un lavoro artigianale e solitario, vive con Héctor in una casa immersa nel verde e frequenta soprattutto amici non udenti.
La distanza emerge quando si confronta col mondo udente, dove la comunicazione si interrompe e la condivisione viene meno. Per Ángela tutto diventa frastuono e la vita si fa inaccessibile.
A rendere più complessa la situazione è la maternità. E se fosse proprio sua figlia a restare un mistero? Se l’incomunicabilità impedisse all’una di entrare nel mondo dell’altra? Il film affronta interrogativi scomodi, ma profondamente umani, che si manifestano nelle dinamiche del soffrire: la necessità di avere un rifugio nel quale ci si riconosce, l’inadeguatezza, l’esclusione, il desiderio che l’altro condivida la stessa frustrazione.
La scelta del titolo italiano è significativa. In una storia che parla di sordità, il silenzio potrebbe sembrare un riferimento immediato alla condizione della protagonista. In realtà il film ne suggerisce un altro, quello «degli altri». È un silenzio lato, che abbraccia l’immobilismo, la comodità, l’incuranza di un mondo che non cambia la propria prospettiva. A partire da questo si può richiamare la riflessione di Edith Stein sull’empatia. Per la filosofa, comprendere l’altro non significa annullare la propria identità in un atto di fusione col diverso-da-me, ma compiere un movimento che determina un cambiare posto, fare l’esperienza dell’altro mantenendo la propria identità, per poi ritornare a sé stessi, arricchiti da ciò che si è incontrato. È proprio questo il percorso che il film chiede allo spettatore.
Il silenzio degli altri è un racconto delicato, dolceamaro e commovente. Oltre a mostrare le barriere che ancora esistono, mette in luce un aspetto prezioso della lingua dei segni, che si perde facilmente nella comunicazione verbale: il valore dell’attesa nel rispetto dei tempi di ascolto. Non ci si sovrappone, si attende l’altro e gli si presta attenzione. È ciò che manca quando Ángela si confronta col mondo udente, dove deve rincorrere il labiale e orientarsi nel rumore. La regista rende tangibile questa esperienza modificando l’audio, che diventa a tratti ovattato e a tratti stridente.
Tra le immagini più suggestive vi è quella di Ángela mentre lavora la creta. Richiama l’invito che il Signore fa a Geremia a scendere nella bottega del vasaio e osservarlo lavorare: l’argilla si rompe, ma la stessa materia viene nuovamente modellata (cfr Ger 18,1-6). Nel corso della vita si discende e si arriva al punto di rottura, ma è da quel cedimento che le mani sapienti e creative danno vita a una nuova forma, ancora pronta ad accogliere e servire; tutto finisce e inizia in uno sguardo di mutuo riconoscimento in cui la forma trova il suo compimento «come ai suoi occhi pareva giusto».