Russia, primi anni Novanta, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, in un clima di cambiamento totale e di solo apparente libertà, l’intellettuale Vadim Baranov (Paul Dano) tenta la via del teatro sperimentale. Il destino, però, complici l’incontro con la bella Ksenia (Alicia Vikander) e l’ambizione, lo porterà altrove. Prima crea e produce un reality show televisivo molto amato e popolare, poi diventa braccio destro dell’oligarca Boris Berezovskij (Will Keen) e responsabile delle relazioni estere del nuovo governo di Boris Eltsin. Infine, sarà l’uomo di fiducia e autore della comunicazione del rampante Vladimir Putin (Jude Law), uomo di origini umili ed ex tassista di San Pietroburgo, poi agente del Kgb. Dall’ascesa al potere fino al suo consolidamento…
Olivier Assayas, autore di capolavori come Après mai (Qualcosa nell’aria) e Irma Vep, adatta per lo schermo, insieme al cosceneggiatore Emmanuel Carrère, il suggestivo romanzo omonimo di Giuliano da Empoli (Milano, Mondadori, 2022), un roman à clef, «un romanzo a chiave», ovvero imbastito su personaggi e contesto reali, descritti in forma romanzesca e solo in parte plasmati dall’immaginazione.
Nel solco di da Empoli, Assayas mostra tutto il potere della comunicazione ingannevole e «pubblicitaria» della Russia post-sovietica. Emblematico è il fatto che per realizzare la strategia comunicativa, mettendosi al servizio di Putin, Baranov «tradisca» il proprio mentore Berozovkij. Quella comunicazione ha contribuito a creare consensi di massa, nonostante le storture reali e le ingiustizie sociali diffuse, fino a un «nuovo» regime solo all’apparenza «democratico».
Due volti sono spesso in primo piano: quello «da poker» dell’esperto di mass media Baranov e quello di Putin (Jude Law), duro, spigoloso e incapace di sorriso. Su questi due poli di inespressività o di espressività «dura» e arcigna si muove il grandioso affresco storico-politico di Assayas. Si viene così a delineare un quadro ambizioso e potente, che mette a fuoco il caos di maschere e realtà, subdola messinscena e verità deformata, per restituire la complessità del passato che si riverbera su un presente tragico e in guerra costante. Il film svela i trucchi del gioco di prestigio totale, dove è lecito chiedersi chi sia il vero «mago» del Cremlino: l’artefice della comunicazione Baranov o il nuovo «zar» Putin, che riesce sempre nelle scelte a raggiungere e consolidare il potere assoluto?
L’opera di Assayas è molte cose insieme: romanzo di (de)formazione, racconto di fascinazione per il male, smarrimento del senso del tragico, cinema classico (l’indagine giornalistica) e al contempo postmoderno (stili diversi, dal film storico alla commedia amara, alla storia d’amore). Riesce a farsi estremamente suggestiva ed evocativa nel narrare l’epoca della post-verità, dove – perfino in un regime – la misinformazione e l’ambigua compresenza di vero e falso sostituiscono la disinformazione e la bugia «pura», tipica delle dittature classiche.
Nel film, a salvarsi – nella foschia ottundente dell’ambizione – dal potere, dal denaro e dal lusso più ostentato, mentre «fuori» molte persone muoiono letteralmente di fame, sono i rapporti umani improntati alla sincerità: l’amore di Baranov per Ksenia, la ricerca della verità del giornalista Rowland (Jeffrey Wright), il desiderio ultimo di riscatto e (forse) libertà di Baranov.