Nel respiro quieto del Chiostro del Bramante, la pietra rinascimentale custodisce ancora l’eco di un hortus conclusus: soglia interiore, spazio che educa lo sguardo al silenzio e all’ascolto. Qui, dove l’arte da secoli interroga il rapporto tra l’umano e l’eterno, germina il nuovo capitolo di Flowers. Meravigliosa Natura.
La natura, in questo percorso, non è sfondo decorativo. È corpo ferito. Tutto oscilla; vegetale e animale, acqua e terra, luce e ombra convivono in un equilibrio instabile, come se ogni forma custodisse già, nel proprio nascere, il suo dissolversi. Curata da Suzanne Landau, in collaborazione con la Kunsthalle di Monaco, la mostra intreccia opere contemporanee e prestiti provenienti da raffinate raccolte italiane. Emerge non una semplice costellazione di opere, ma un atlante spirituale del vivente.
Arabeschi si dilatano nel percorso – «arte ed ecologia», «arte e scienza», «arte e politica» –, e in questa trama il fiore smette di essere definitivamente ornamento, si fonde con l’intera natura, non più ornamento ma traccia, ferita, presagio. Sin dall’ingresso, Temple of flowers di Austin Young altera la percezione dello spazio. I fiori invadono il Chiostro come una liturgia cromatica e sensoriale. Le pietre sembrano germogliare dall’interno, le superfici respirano, la materia si assottiglia. L’opera assume il carattere di un disarmo percettivo: il visitatore viene coinvolto, esposto al mistero della materia. In questa immersione affiorano due figure: Maria, come ricettività piena; Gaia, come forza proliferante del vivente. Non allegorie, ma forze telluriche di accoglienza che si muovono tra acqua, luce, immersioni e fiori discendenti.
Il primo movimento intreccia arte ed ecologia e prende forma nell’opera Honeycomb Head of the Emperor Hadrian di Tomáš Gabzdil Libertíny. Il volto non è scolpito, ma abitato dalle api; la struttura sintetica si fa alveare; l’alveare si fa pelle. Non esiste più dominio umano sulla forma, ma coesistenza fragile tra residuo antropico e costruzione naturale.
Poco oltre, nell’installazione Enter the Plastocene di Tamiko Thiel, il visitatore entra nel «Plastocene», dove il mare appare come archivio ferito del presente. Plastiche, organismi artificiali e frammenti digitali sommergono lo spazio. Qui la tecnologia rende la crisi ecologica esperibile, e la presenza umana diventa esperienza tangibile.
Il cuore della mostra è la Wunderkammer, luogo in cui ogni gerarchia si dissolve. Reperti, illustrazioni, installazioni e manufatti convivono come frammenti di un unico organismo conoscitivo. Le opere di Ann Carrington e Margherita Caffi mostrano la natura come energia viva: lo scarto si fa fiore, mentre le pennellate vibrano in un continuo processo vitale.
Con Extra-Natural di Miguel Chevalier, il percorso entra nella dimensione algoritmica. Fiori digitali reagiscono ai movimenti del pubblico, imitano il respiro biologico, seguendo cicli programmati. La stessa tensione attraversa le opere di Kehinde Wiley, dove i corpi emergono da sfondi floreali, che diventano forza organica, carnale, quasi predatoria. I fiori seducono e inglobano. Il corpo tenta di affiorare, mentre il paesaggio lo richiama dentro di sé.
Poi arriva il nero. Le installazioni di Zadok Ben-David, Blackfield, costruiscono campi di fiori metallici dipinti a mano, simili a ombre fossilizzate. La monocromia evoca incendi, desertificazione, conflitti, paesaggi postumi. È il prezzo delle decisioni politiche ed ecologiche inscritto nella trama dell’opera. Basta mutare prospettiva perché il colore sul retro dei fiori riaffiori e la speranza germogli.
Nel finale, le installazioni cinetiche di Studio Drift incarnano il principio delle metamorfosi. Fiori meccanici si aprono e si chiudono come organismi sospesi tra pulsazione e simulazione. Ed è lì che l’Annunciazione di Giuseppe Castellano emerge dopo avere attraversato in silenzio l’intera mostra. Non come conclusione, ma come apertura. In questa stessa apertura risuona il Cantico delle Creature di Francesco d’Assisi: sole, acqua, vento e terra diventano segni di una fraternità originaria, nello stesso orizzonte spirituale evocato dall’enciclica Laudato si’ di papa Francesco.
La mostra è un esercizio di sottrazione: sostare senza afferrare, custodire senza possedere, restare senza cristallizzare. Nel vivente non c’è oggetto da dominare, ma un mistero che si concede appena e, nel suo darsi, si ritrae e resta.