Ci sono album che nascono in un cassetto. Non per indugio, ma per il pudore di rivelare prematuramente al mondo qualcosa di intimo e prezioso. Dannate Salvatrici, primo disco solista della cantautrice e compositrice Martina Lupi, è esattamente questo: un’indagine antropologica sull’universo femminile, un rito di passaggio che attraversa archetipi, miti e storie di donne, dal fuoco alla libertà. L’album, uscito il 27 marzo 2026, è stato presentato ufficialmente con un live alla Casa del Jazz, a Roma.
Lupi arriva a questo progetto dopo vent’anni di scrittura e ricerca con il quartetto Tupa Ruja, fondato, nel 2006, da lei e da Fabio Gagliardi. Le canzoni di Dannate Salvatrici sono state composte in parallelo a quel lavoro, ma conservate a lungo, tenute al riparo dal mondo. A convincerla a portarle alla luce è stato il violinista e autore Michele Gazich, con il quale aveva partecipato al Premio Anacapri Bruno Lauzi – Canzone d’autore, interpretando sul palco il brano «La distanza», che arrivò nella cinquina dei finalisti e vinse il premio per il miglior arrangiamento. Durante il viaggio di ritorno, Gazich ascoltò gli inediti in macchina e le disse, con la chiarezza di chi riconosce il valore di ciò che ha davanti: «Tu le devi registrare, e fare un album a tuo nome, perché queste canzoni devono trovare spazio nel mondo». Parlando della lunga genesi dei brani che hanno poi costituito questo album, la cantautrice racconta: «Volevo che venisse data importanza alla parola, e che il suono fosse nudo intorno alla parola».
Il disco si apre con «Fiamma», che racconta la Giovanna d’Arco che abita tutte le donne: la donna giudicata, soggetta al dolore inflitto dagli altri, che percorre la prova del fuoco per arrivare alla propria liberazione. È stata la prima canzone scritta da Lupi in assoluto, arrangiata dall’autrice anche in versione francese e spagnola. «L’album si chiude idealmente con “Pasarero”, brano del compositore argentino Carlos Aguirre, che ho scelto perché racconta la donna capace di portare con sé il popolo verso una liberazione collettiva», prosegue Lupi durante la nostra intervista.
Tra i musicisti che «abitano» il disco – perché questo è il verbo giusto –, c’è Alessandro Gwis al pianoforte, collaboratore di lunga data, il cui suono inconfondibile non accompagna la parola, ma la abita, offrendo a ogni performance la possibilità di rinnovarsi. Gazich, visionario violinista caro a Lupi, ha impreziosito tre tracce: «Fiamma, Khorakhané», un canto in lingua rom, tratto da un brano di Fabrizio De André, e «Realtà non è», ispirata alla poesia Caminante, no hay camino dello spagnolo Antonio Machado, che riflette su come tutto ciò che conta risieda nella realtà inafferrabile. Mattia Lorini, già chitarrista del quartetto Tupa Ruja, ha curato con raffinata sensibilità gli arrangiamenti di chitarre e basso elettrico, oltre al mixaggio dell’intero album.
Tra tutti i brani, Lupi confessa un’affezione particolare per «My Perfect Breath», dove ha individuato l’archetipo della curandera, colei che diventa guaritrice di sé prima ancora che degli altri, capace di individuare la genesi del dolore e trasformarlo in respiro che cura. «Se abbiamo una respirazione consapevole – dice –, siamo in contatto con noi stessi e con qualcosa di più grande di noi. Credo molto nel respiro che cura».
Nei suoi live, Lupi è solita portare sul palco strumenti come il didgeridoo e il tamburo sciamanico, che creano una trascendenza fisica: le vibrazioni superano la soglia del conscio e pervadono il corpo in modo più diretto. In studio, invece, ha scelto la nudità del suono intorno alla parola, differenziando consapevolmente questo progetto dalla ricerca etnomusicologica dei Tupa Ruja.
Il disco è disponibile su tutte le piattaforme digitali e, nel formato CD, nei negozi di musica e durante gli eventi live. Il libretto è stato curato personalmente da Lupi nella grafica e nei testi, con un QR Code ricco di approfondimenti. Dannate Salvatrici, album nato «da un cassetto», si conferma capace di restituire al mondo qualcosa di inaspettato: la luminosità che solo le cose preziose, preservate a lungo nel buio, portano con sé.