Concepita come una delle retrospettive più ambiziose dedicate a Calder fino ad oggi, e sviluppata in stretta collaborazione con la Fondazione Calder, la mostra Calder. Rêver en Équilibre celebra, fino al 16 agosto 2026, alla Fondation Louis Vuitton di Parigi, il centenario dell’arrivo di Alexander Calder (1898-1976) in Francia, riunendo 300 opere dell’artista. Questo arrivo fu una rivelazione, che permise al ventottenne Alexander di riallacciare i legami familiari, non francesi, ma artistici: suo nonno paterno era lo scultore Alexander Milne Calder, creatore della statua di William Penn, che si erge sulla sommità del Municipio di Filadelfia. Così, nella sua minuscola camera d’albergo parigina, il nipote abbracciò il suo destino, facendo esperimenti con il filo metallico, attorcigliandolo per formare figure umane, poi forme geometriche.
Arrivato in Francia nell’estate del 1926, dopo aver attraversato l’Atlantico da New York a bordo di una nave mercantile britannica, l’artista strinse rapidamente amicizia con figure come Jean Arp, Barbara Hepworth, Jean Hélion e Piet Mondrian. Per indicare i frutti di questi scambi artistici, i curatori della mostra – Suzanne Pagé (direttrice artistica della Fondation Louis Vuitton), Dieter Buchhart, Anna Karina Hofbauer e Olivier Michelon – hanno voluto presentare non solo le opere dello scultore, ma anche quelle dei suoi amici più intimi, come alcuni dei più grandi nomi della fotografia, da Man Ray a Cartier-Bresson, da Irving Penn a Agnès Varda. Una sezione, inoltre, è dedicata ai meravigliosi gioielli, spesso pegni del suo amore appassionato per la moglie Louisa.
Estesa su oltre 3.000 metri quadrati, la mostra ripercorre la carriera dello scultore, che trascorse gran parte della sua vita in Francia, dalla scoperta dell’astrazione di Mondrian a Montparnasse negli anni Trenta del secolo scorso fino allo studio che costruì nella Valle della Loira, evidenziando la natura radicale e la modernità del suo lavoro con forme nuove e uniche che avrebbero presto rivoluzionato la scultura.
A partire dal suo primo capolavoro, Cirque Calder, un’opera a cavallo tra scultura e performance, dove acrobati, clown e cavalieri in miniatura si mescolano, l’artista ha sviluppato costantemente un approccio unico ai volumi e alla loro interazione con lo spazio, traendo ispirazione in particolare dall’osservazione della flora e della fauna. Le sue creazioni sono quindi animate dall’aria, offrendo un balletto di equilibrio e movimento, oppure sono saldamente ancorate al terreno.
Inizialmente, tra il 1925 e il 1935, Calder creò figure in miniatura, realizzate in filo metallico, che modellava con semplici pinze. Dagli anni Trenta in poi, produsse nuove opere utilizzando immense lastre di metallo recuperate da diverse fonti, reinventando i concetti di volume e di vuoto. Influenzato dall’astrazione, lo scultore statunitense tagliò queste lastre di metallo e creò le sue prime «stabiles», che oggi si possono ammirare in spazi pubblici di tutto il mondo, come sulla spianata de La Défense o di fronte alla sede dell’Unesco a Parigi. Ben presto arrivarono i «mobiles», sinonimo di leggerezza, sospesi al soffitto da fili così sottili da essere appena percettibili; attraverso di essi il movimento divenne centrale nel lavoro dell’artista. Sebbene inizialmente vengano guidati da macchine, questi oggetti poi si muovono autonomamente. È così che nasce quella che viene chiamata «arte cinetica».