Le Gallerie Nazionali di Arte Antica, con il supporto della Direzione Generale Musei del MiC, presentano presso Palazzo Barberini la mostra Bernini e i Barberini, curata da Andrea Bacchi e Maurizia Cicconi. L’esposizione esplora il rapporto tra Urbano VIII (Maffeo Barberini, 1568-1644) e Gian Lorenzo Bernini (1598-1680), dimostrando quali frutti possano nascere quando committente e artista condividono una felice intesa.
Non si può parlare di Gian Lorenzo prescindendo dal padre, anch’egli scultore, il noto Pietro Bernini. Al suo fianco Gian Lorenzo lavorò fin da giovanissimo: già nel 1618 un documento li ricorda collaborare in bottega. È certamente dalla sapienza artigiana, dal gusto e dalla sensibilità paterna che Gian Lorenzo trae le basi per divenire uno dei più grandi interpreti del Barocco. Grazie alla notorietà di cui godeva il padre, entra presto in contatto con importanti committenti, tra cui lo stesso Maffeo Barberini.
Le prime opere che accolgono il visitatore testimoniano il lavoro congiunto – talvolta ipotizzato – nella bottega di famiglia; ciò permette di cogliere l’evoluzione del giovane Bernini, osservando da quale modello paterno muova per affinare un linguaggio scultoreo totalmente proprio. L’emancipazione è presentata attraverso il confronto di tre sculture: due san Sebastiano – di cui uno solo attribuito – e un san Lorenzo, di memoria michelangiolesca, ma già dotato di spiccata personalità. Una sequenza di corpi cadenti, pesanti, trafitti e brucianti, talvolta lascivi, eppure abbandonati al destino del martirio. La contorsione delle membra, le pieghe dell’addome, la muscolatura tonica raccontano una resistenza che si scioglie nei colli reclinati, nelle teste abbandonate, prossime più alla beatitudine che alla sofferenza.
Seguendo l’ascesa al soglio pontificio del Barberini e la carriera del Bernini, è inevitabile giungere a San Pietro, dove, conclusi i lavori avviati da Giulio II, occorreva completare la decorazione interna. La mostra racconta il grande cantiere vaticano attraverso modelli, disegni e materiale d’archivio che ne ripercorrono la genesi.
Contestualmente ai lavori in Vaticano, Gian Lorenzo fu chiamato a un’ulteriore impresa: la realizzazione di una serie di busti. Grazie alla sua maestria, la tipologia del busto si trasforma: da tradizionale forma commemorativa diviene scelta decorativa per il forte impatto espressivo. Il fruitore, interrogato dai molti sguardi o imbarazzato dall’attenzione cui è sottoposto, si trova immerso nella memoria di una famiglia il cui valore e la cui dignità traspaiono in ogni dettaglio. Nella sala dei busti compaiono anche altri artisti, come Francesco Mochi e Giuliano Finelli, che traggono insegnamento dalla ritrattistica berniniana e talvolta lo affiancano.
La mostra prosegue indagando la sensibilità artistica dei Barberini attraverso una committenza che segna la città di Roma. Bernini, con loro, è stimolato e chiamato a sperimentare: emerge così Gian Lorenzo pittore, una veste, questa, del tutto intima e personale, libera da vincoli di committenza. Il suo pennello è messo a confronto con quello di Andrea Sacchi. È una breve parentesi pittorica in una narrazione prevalentemente scultorea, ma ricca di spunti: in Bernini si coglie un dialogo intrecciato tra figure e oggetti, come una visione dinamica e incalzante nella quale emergono meraviglia e sapienza; in Sacchi tutto accade nell’interiorità delle figure, che leggono la propria vita nel silenzioso dialogo con l’Altissimo, implodendo in una preghiera sofferta e personale.
Procedendo nel percorso, si ritorna alla scultura, fino al busto di Costanza Bonarelli, che svela il lato più oscuro dell’artista. L’infelice epilogo della loro relazione consegna un’immagine scomoda di Gian Lorenzo, mostrando come si possa toccare vette altissime di sensibilità e insieme precipitare in abissi di violenza.
Il percorso espositivo risulta commovente e talvolta irriverente; tocca il sacro e il profano, coinvolge come solo il teatro barocco sa fare, trasportando lo sguardo tra luci e ombre, mollezze e tensioni, ferite e nascondimenti. Vale la pena godere delle opere del Bernini, nelle quali vibra una realtà viva, capace di aprirsi a una visione che va verso l’eterno e anela alla beatitudine.