In occasione del programma culturale dei Giochi Olimpici invernali di Milano-Cortina 2026, nella Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale, a Milano, è stata allestita la mostra «Le Alchimiste» di Anselm Kiefer, curata da Gabriella Belli. Quaranta imponenti teleri occupano lo spazio, dialogando perfettamente con il contesto: la sala, progettata da Piermarini tra il 1774 e il 1778, fu gravemente danneggiata dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale, che provocarono il crollo del tetto. Le cariatidi, segnate dal fuoco e dalle intemperie, sono divenute simbolo della sala, vittime anch’esse della furia devastatrice dell’uomo, e continuano a sostenere il peso della violenza che le ha disciolte e sfigurate. Su questo sfondo carico di memoria si inseriscono le opere di Kiefer, che ne amplificano l’intensità emotiva. Nessun apparato didattico, a parte un pannello introduttivo, è disposto in sala; accompagnano il visitatore una mappa e gli approfondimenti digitali, a cui si può accedere tramite la scansione del QR Code. Una scelta felice, questa, perché permette al visitatore di essere completamente avvolto dalle opere nello spazio.
Ispirandosi alle Cariatidi e riflettendo sull’oblio che ha investito il destino di molte donne, l’artista costruisce un percorso dedicato ad alchimiste vissute tra il Medioevo e il Settecento. Donne spesso dimenticate, dedite a un sapere sottile, tale da annullare la separazione tra le dimensioni, assottigliando il confine tra cielo e terra, talune alla ricerca della pietra filosofale. Come medichesse ed erboriste, esse miravano alla cura, lasciando testi – pubblicati spesso con uno pseudonimo maschile – simili a ricettari, in cui confluiscono chimica, spiritualità, filosofia e cristologia, racchiudendo le intuizioni in un sapere integrale. Ogni telero è dedicato a un’alchimista, il cui nome campeggia in alto, in oro, a restituire la dignità della loro memoria; tra esse figurano sia personalità enigmatiche sia personalità note, come Caterina Sforza.
Accanto alle loro storie si dispiega il mondo dell’alchimia. Un telero è dedicato al Lapis Niger, materia oscura da cui ha origine il processo trasformativo. Nell’alchimia, la materia grezza si sublima fino a diventare preziosa. L’intuizione geniale nell’alchimia, così come nella creazione artistica, sta nel momento della disgregazione, nel rompere gli schemi, nel liberare la materia per darle modo di ri-semantizzarsi, con la luce e la forma che custodisce già in potenza, nel suo abisso. È il linguaggio di Kiefer, quello della caduta, dell’impatto, della distruzione e del riutilizzo che si collega a questa scienza, che rende lui stesso un po’ alchimista. L’artista, nel mettere continuamente in discussione il confine tra le cose, usa qualsiasi tipo di oggetti, di materia organica e non; sovverte le leggi dell’arte, trasforma la composizione della materia utilizzando il fuoco, gli acidi, il freddo, il buio, la luce, i liquidi. Ci sono tanti buoni motivi per rimanere stupiti davanti alle sue opere, che silenziosamente vibrano e gridano di una vita sconvolta, inascoltata, caduca, che ha la potenza non di trascinare l’osservatore nell’inesorabilità del destino, ma di coinvolgerlo nella curiosità sorpresa e sospesa di un’opera trasformata e in fieri. Se, come Kiefer stesso ha dichiarato, «solo dal crollo nasce il canto», allora la sua arte assume una dimensione escatologica, in cui la discesa prelude all’ascesa.
La mostra invita a confrontarsi con la malleabilità del pensiero e della materia, con la luce del piombo e la profondità dell’oro, superando ogni dualismo in una visione circolare e integrata. È l’esperienza dello stupore di fronte alla materia che si trasforma, simile a quella di Pietro che cammina sulle acque: una sensazione difficile da afferrare, ma profondamente autentica nello sguardo della fede, capace di affinare il sentire e condurre verso vie di salvezza nuove e inesplorate.