In occasione del settantesimo anniversario della nascita di Andrea Pazienza (1965-1988), il MAXXI, con la curatela di Giulia Ferracci e Oscar Glioti, dedica, nelle sedi de L’Aquila e di Roma, una retrospettiva al celebre fumettista, voce emblematica del Novecento italiano. Nella sede abruzzese si è conclusa ad aprile la mostra La matematica del segno, incentrata sulla dinamica del tratto, sulla formazione dell’artista e sul suo legame con l’Abruzzo. La mostra romana ripercorre invece la vita di Pazienza attraverso opere iconiche, disegni d’infanzia, poesie, lettere, fotografie, contributi video e accompagnamenti musicali. È una di quelle esposizioni in cui ci si lascia guidare dal ritmo delle sale, più o meno dense, leggendo e osservando, fino a immergersi in una sala dove i disegni dei fumetti ricoprono pavimento e soffitto, dando la sensazione di entrarvi dentro. Qui, ad accompagnare il visitatore vi è una playlist ideata da Gino Castaldo, che contribuisce a creare uno «spazio-bolla», quasi fosse la mente creativa dell’artista.
Figlio di insegnanti, il padre docente di educazione artistica, la madre di educazione tecnica, Pazienza cresce in un ambiente in cui il disegno rappresenta un linguaggio naturale e condiviso. Tuttavia, il tratto non è il suo unico mezzo espressivo: la sua straordinaria capacità di scrittura emerge già dall’infanzia. Poesie, riflessioni e lettere esposte lungo il percorso aprono uno squarcio intimo sulla sua sensibilità. La scelta del fumetto, maturata durante gli anni di formazione al DAMS di Bologna, appare rivoluzionaria: Pazienza stesso spiegava di non trovare nella pittura la possibilità di far convivere cronaca e visione artistica. Il fumetto diventa così il luogo ideale per provocare, raccontare temi scomodi e crudi, addolcendoli attraverso la delicatezza del tratto e dei colori.
Nascono in questo contesto personaggi come Pentothal, Zanardi, Francesco Stella e Pompeo, figure spesso sospese tra autobiografia e alter ego. Pentothal, ad esempio, incarna l’atmosfera della Bologna degli anni Settanta: irrequieta, disordinata, rivoluzionaria. Ogni personaggio creato dall’artista vanta un’originalità; i dialoghi sono acuti, le riflessioni mai banali, mentre il segno, i dettagli, l’uso del colore rivelano un talento fuori dal comune. La grandezza della sua visione artistica si comprende col murale che egli ideò a Napoli, qui esposto, realizzato in sole tre ore e senza disegno preparatorio: un’opera monumentale, coerente e armoniosa, capace di testimoniare uno sguardo integrale e geniale.
La dipendenza dalle droghe, di cui Pazienza soffrì e che affrontò apertamente nelle sue opere, attraversa anche lettere e appunti personali. In queste pagine, come grida intime e commoventi, emergono la sofferenza, la fragilità, la crudeltà della dipendenza, la solitudine patita e il bisogno di raccontarsi. La maturità più dolorosa dell’artista prende forma soprattutto in Pompeo, il suo ultimo personaggio, attraverso cui affronta il tema della morte. Pazienza riflette sul morire fin da giovane: si legge un dolce e spiritoso testamento scritto a 19 anni e il disegno del proprio funerale realizzato a 15. In Pompeo immagina un mondo in cui la morte scompare, ma proprio per questo segnato da un dolore interminabile, senza prospettiva né salvezza. La morte assume allora un significato soteriologico: non la fine del tormento, ma la fiducia del compimento. È la salvezza che Pietro vive nelle catene che si spezzano (cfr At 12,1-18), dove non è la morte che impedisce di essere liberi; anzi, quel sapersi mortali è la possibilità per scegliere cosa annunciare, che sapore dare alla propria vita. Pazienza scrive: «È amara la morte, tesoro? Non è nulla. È un silenzio». E in quel silenzio, la pace.