È stato selezionato nella cinquina dei finalisti alle Targhe Tenco 2026 il brano «Palestina, terra di dolore», tratto dall’album Yiddish Blues, realizzato dal trio composto da Moni Ovadia, Giovanna Famulari e Michele Gazich. Un riconoscimento importante per un progetto che intreccia musica e riflessione civile.
Famulari e Gazich hanno curato la produzione artistica e gli arrangiamenti dell’album, che è stato registrato presso lo studio Transeuropa di Torino da Fabrizio «Cit» Chiapello: i cultori dei due artisti ritroveranno i loro archi (violino, viola e violoncello) in grande spolvero. La novità più sorprendente, però, è il ruolo di Ovadia, figura nota al pubblico soprattutto come uomo di teatro e di parola, che debutta qui, a ottant’anni, come autore di canzoni. Accompagnato in questo percorso dagli altri componenti del trio, egli ha trovato una voce nuova, e sono nate due canzoni originali: «Palestina, terra di dolore» e «Il piccolo Alì».
Accanto a questi brani inediti, l’album propone anche pagine già note, ma rielaborate per questa occasione, tra cui segnaliamo «Maltamé», composta nella parlata degli ebrei veneziani, e «Il mio mattino»: entrambe le canzoni sono state scritte da Gazich ed erano apparse in precedenza nei suoi album, rispettivamente Temuto come grido, atteso come canto (2018) e Il giorno che la rosa fiorì (2011).
«Palestina, terra di dolore» ha suscitato reazioni forti nel pubblico al momento della presentazione: segno che l’arte, e la canzone nello specifico, se tocca temi importanti, resta un canale prezioso, un luogo di ascolto, di comprensione e anche di dibattito. Gazich, che abbiamo raggiunto telefonicamente, descrive così il lavoro dell’artista: «Voi che ci ascoltate in concerto e ci vedete sul palco, potreste pensare al nostro lavoro come a un qualcosa che si svolge sempre in pubblico, ma in realtà è un’attività quasi sempre nascosta; il grosso del nostro lavoro richiama quello delle api e dei lombrichi, un lavoro a margine, ma mai marginale. Mi piace pensare che noi artisti, segretamente come le api e i lombrichi, abbiamo un ruolo per la sopravvivenza del mondo».
Il brano che chiude l’album, «Il mio mattino», cantato a tre voci, è dedicato al tema della speranza, presentata come punto di arrivo del percorso dell’album. La speranza, nelle parole del brano, diventa un atto di resistenza silenziosa, capace di restituire dignità anche nei momenti più difficili: essa non si può comprare.
«Il Blues è la condizione dello spirito di chi si trova lontano da ogni dove. È una musica di esiliati, di schiavi, di martirizzati. È una musica che nasce dalla condizione dello sradicamento. La cultura yiddish è una cultura di esilio, di assenza di patria e di confini. Queste risonanze comuni ci hanno spinti a intitolare questo viaggio in musica e parole proprio Yiddish Blues», affermano all’unisono Ovadia, Famulari e Gazich.
Il trio ha scelto di presentare Yiddish Blues in luoghi dove tradizionalmente si ascoltano musiche di diverse tradizioni e dove i confini artificiosamente imposti dagli uomini vengono superati con la leggerezza immateriale della musica e delle canzoni: parliamo dello storico festival Folkest, che dal 1979 opera in Friuli, ma anche più a est, in Slovenia, la porta dei Balcani, e dell’altrettanto storico FolkClub di Torino, che purtroppo sta per chiudere i battenti. Certamente seguiranno altre date in diverse città italiane, offrendo al pubblico l’occasione per ascoltare dal vivo un progetto nato dall’incontro di voci e generazioni diverse, unite da una stessa idea di musica come impegno civile e come cura.