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Questo libro può considerarsi uno status quaestionis relativo alla storia della tolleranza nel cristianesimo. Come lascia intendere il titolo, la ricerca è motivata dalle parole pronunciate da Gesù nella parabola del grano e della zizzania di Mt 13,24-30.
Arnold Angenendt (1934-2021), per molti anni professore di Storia della Chiesa a Münster, in otto capitoli mostra come l’interpretazione di tale parabola abbia attraversato due millenni, fornendo i criteri per attuare l’invito alla tolleranza di Gesù. Tuttavia, in quanto soggetta a diverse comprensioni lungo i secoli, la parabola sembra aver procurato effetti contrastanti, che l’A. mette in risalto mediante un percorso diacronico, che parte dalla Chiesa antica per arrivare al XX secolo.
Dopo gli approcci iniziali, in cui si esplicitano lo scopo e il tema conduttore della ricerca, si apre il secondo capitolo, suddiviso in sette parti, dedicato alla Bibbia e alla Chiesa antica. Le prime pagine vertono sull’ira divina nell’Antico Testamento, con qualche puntualizzazione ermeneutica sulla violenza. Viene riservato poi uno spazio più esteso al Nuovo Testamento, con particolare enfasi sulla riserva escatologica, perché solo a Dio spetta il giudizio, mentre l’uomo non può maledire. Inoltre, viene considerato il tema della tolleranza nelle lettere paoline.
Nello stesso capitolo, l’A. fa notare come, grazie all’esortazione evangelica alla preghiera per i nemici, fin dagli inizi della Chiesa sia stato possibile «distinguere l’avversione a Dio, ovvero l’eresia, dalla persona del nemico di Dio, ovvero l’eretico» (p. 75). Lo testimoniarono santi e Padri dei primi secoli, contestando apertamente le maledizioni e le esecuzioni degli eretici e ribadendo che solo le dottrine, non le persone, potevano essere colpite con l’anatema.
Il ricorso alla parabola del grano e della zizzania a favore della tolleranza cristiana è presente già in Ireneo di Lione e fa sentire la sua eco soprattutto in Oriente. In Occidente, sant’Agostino viene indicato come l’artefice del compelle intrare, una sorta di invito a una «costrizione per la salvezza» (p. 89) che, pur rifiutando la pena di morte per gli eretici, avrebbe dato il via alla legittimazione di una guerra giusta a determinate condizioni.
Il terzo capitolo, dedicato al Medioevo, descrive il divampare della violenza religiosa in Occidente. Se nel primo millennio essa si esprimeva nella distruzione dei templi pagani, risparmiando la vita degli infedeli e degli eretici, dopo l’anno 1000 viene inasprita dall’idea che, «se la zizzania cresce più in fretta del grano, bisogna estirparla» (p. 110). Dalle analisi condotte in questo capitolo emerge un giudizio critico sull’operato dei papi, talvolta descritti avidi di potere, al punto che, secondo l’A., «non erano i papi, ma certamente i canonisti che si ricordavano di considerare chiunque una creatura di Dio» (p. 118).
Tuttavia un «ribaltamento inaudito» (p. 154) dell’interpretazione della parabola in questione viene attribuito all’alta Scolastica, quando si arrivò a giustificare la pena di morte in determinati casi. Secondo l’A., fu soprattutto Tommaso d’Aquino a operare «una rottura aperta con tutta la tradizione precedente» (p. 158) in merito alla tolleranza. Angenendt deduce che anche «la capacità che i teologi si arrogano di riuscire a identificare effettivamente la zizzania e per questo anche il potere di sradicare, si potrebbe far risalire a Tommaso d’Aquino» (p. 159). Un giudizio che, a nostro parere, getta qualche ombra di troppo sull’operato e la vocazione del teologo.
Segue il quarto capitolo, dedicato alla Riforma e al fenomeno della caccia alle streghe, che, stando ai risultati delle ricerche più recenti, non venne incoraggiata dai papi; anzi, proprio mentre essa divampava nella Germania protestante, veniva soppressa nell’Italia cattolica.
Dopo qualche pagina sulla tolleranza pietista, si apre il quinto capitolo sull’Illuminismo, durante il quale si evocarono la libertà di coscienza e la parabola in esame a sostegno della tolleranza. Secondo l’A., anche grazie ad alcune intuizioni illuministe, nel XIX secolo si aprì la strada del ritorno alla tolleranza cristiana delle origini.
Questo tema è oggetto del sesto capitolo. L’inizio di tale ritorno va attribuito alla vasta influenza delle idee del sacerdote Félicité Robert de Lamennais in Belgio, nonostante l’opposizione da parte del papato nei suoi riguardi. Infatti, secondo l’A., fu solo con Giovanni XXIII che la Chiesa iniziò a giudicare positivamente la libertà religiosa e la democrazia, mentre il passo decisivo nella direzione della tolleranza veniva compiuto dalla Dichiarazione Dignitatis humanae del Vaticano II.
Il libro si conclude con alcune questioni relative alla dignità umana fondata sull’immagine di Dio, un breve capitolo con un’antologia di pensatori moderni (settimo capitolo) e una sintesi conclusiva (ottavo capitolo).