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Questo saggio demolisce il mito della guerra e del riarmo globale, offrendo una lucida e potente riflessione sulla pace. Con la precisione dello storico e la lucidità del mediatore internazionale, Mario Giro offre una prospettiva controcorrente per interpretare il caos che sta scardinando gli equilibri del mondo, invitandoci a riscoprire il valore della diplomazia e l’importanza del compromesso.
La tesi centrale del saggio, che ribalta la narrazione geopolitica dominante, è che la guerra non esplode mai all’improvviso, ma è il risultato finale di una pace che si deteriora in modo progressivo e invisibile (unpeace). Molto efficace la metafora della guerra come «parassita della vita e della storia che si insinua silenziosamente per poi conclamarsi al tempo opportuno» (p. 14).
Il primo indicatore del deterioramento della pace risiede nella militarizzazione della parola. Prima di invadere un territorio con i soldati, gli Stati tendono a occupare il discorso pubblico, esasperando la polarizzazione e delegittimando l’avversario. Il linguaggio violento agisce come un anestetico culturale e abitua le società all’idea del nemico assoluto. In tale scenario, la guerra appare inevitabile e si prepara il terreno psicologico ed economico per la corsa alle armi.
Una parte importante del saggio è dedicata alla demistificazione del riarmo, che è una «grande illusione di sicurezza», una risposta fallimentare della politica, che rinuncia al proprio ruolo per delegarlo alla logica della deterrenza. L’A. sottolinea come il disarmo non sia la debolezza dei pavidi, bensì il coraggio lucido dei forti.
La guerra viene più volte paragonata a una droga. I leader politici, come i tossicodipendenti, credono di poter smettere quando vogliono, ma non ci riescono. Perché, come testimonia la storia recente, i conflitti armati, una volta avviati, tendono a «eternizzarsi» e sfuggono al controllo di chi li ha scatenati. E «più un conflitto dura, più diventa difficile fermarlo […]. Ogni guerra prolungata prepara, in qualche modo, la successiva» (p. 116).
Per di più, la guerra non risolve nulla ed è male in sé, perché produce una spirale di violenza incontrollabile, distrugge economie e vite umane. Riecheggiano le parole che Lev Tolstoj fa dire in Guerra e Pace al principe Andrej, per il quale «lo scopo della guerra è la strage».
Per tutti questi motivi, la guerra non può essere considerata un’opzione razionale da inserire tra gli strumenti di un governo, ma è un fallimento che non ammette vincitori, ma soltanto diverse gradazioni di sconfitti.
Molto efficace la riflessione sul rapporto delicato tra guerre e democrazia. Mentre i regimi autoritari vivono di guerra (e la usano per legittimarsi, per zittire le opposizioni, per compattare la società), i conflitti danneggiano le democrazie, perché aumentano il livello di segretezza, consentono di limitare libertà in nome della sicurezza nazionale, creano «un contesto culturale in cui è più facile ammettere eccezioni, tollerare restrizioni, accogliere retoriche emergenziali» (p. 112).
Le riflessioni esposte nel saggio acquisiscono autorevolezza dalla biografia dell’autore. Già Sottosegretario e Viceministro degli Esteri, ma soprattutto storico mediatore della Comunità di Sant’Egidio, Giro ha vissuto in prima linea i processi di riconciliazione in Africa, nei Balcani e in Medio Oriente. Questa esperienza sul campo gli permette di scrivere di guerra e pace con concretezza.
Egli ricorda che la pace non è una buona intenzione, ma un lavoro a lungo termine, politico, giuridico o culturale, e persino spirituale. È un lavoro artigianale che richiede la riscoperta di un termine oggi demonizzato: il compromesso. Spesso erroneamente percepito come un segno di debolezza e un cedimento morale, o addirittura come un tradimento, il compromesso è invece un punto d’incontro in cui ciascun attore accetta di rinunciare a qualcosa in nome di un bene superiore.
In Pace in tempo di Guerra, l’A. invita a recuperare la complessità analitica e a uscire dalla polarizzazione, per ritrovare, con realismo, gli spazi del dialogo e del negoziato multilaterale. E non risparmia qualche critica all’Europa che, di fronte ai conflitti contemporanei, si è riscoperta spesso preda di un egoismo miope e incapace di elaborare una visione strategica autonoma.
La guerra non è una fatalità, ma una scelta politica. E dal saggio emerge il forte invito alla politica a prendersi le proprie responsabilità. Perché «la guerra non merita alcun rispetto: va solo fermata» (p. 152).