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Oltre che all’arte, il regime nazista applicò l’aggettivo «degenerato» (entartet) anche alla musica, in maniera da esporre al ludibrio del popolo alcuni generi e numerose composizioni che si ritenevano decadenti, perché avevano subìto la nefasta influenza sia del giudaismo sia del capitalismo.
Sovente eseguito da musicisti neri e frutto di una cultura considerata inferiore, il jazz fu subito visto a sua volta come il fumo negli occhi dai gerarchi hitleriani, che cercarono dunque in tutti i modi di limitarne la produzione e la diffusione: i ritmi scatenati e le melodie, che sembravano riecheggiare non solo la giungla africana, ma anche la Palestina, ne facevano, d’altra parte, una musica terribilmente sconcia. Ciononostante, Joseph Goebbels, il potente ministro dell’Educazione popolare e della Propaganda, convinto che la radio costituisse il mezzo più incisivo per influenzare le masse, decise, nel 1940, di fondare sia un’emittente sia un’orchestra jazz: l’una e l’altra destinate a bombardare giorno e notte di messaggi e musica gli ascoltatori britannici.
Il nome della stazione radio fu German Calling; il complesso musicale venne invece chiamato «Charlie and His Orchestra». Formato da ottimi strumentisti – alcuni dei quali ebrei, omosessuali e apolidi –, esso aveva il compito di inframezzare con la propria musica la lettura di testi propagandistici, volti a minare il morale dei nemici, che venivano diffusi dall’annunciatore William Joyce – in arte Lord Haw-Haw –, un nazionalista irlandese della miglior specie nato in America, ma fuggito prima a Londra e in seguito a Berlino.
Sarà lui a dover cercare uno scrittore capace di narrare dell’orchestra in un romanzo redatto ad hoc con «neutralità ben ponderata», giacché «ciò che non è documentato, come è noto, non è mai successo» (p. 18). Lo individuò nello svizzero Fritz Mahler, un autore alle prime armi che, in preda a mille dubbi e perplessità, accettò l’incarico come un modo per fare carriera. Ben presto, però, tutti i personaggi – i musicisti in primis – si troveranno a dover fare i conti con le conseguenze della catastrofica sconfitta tedesca: nella primavera del 1945, quando il caos regnerà ormai incontrastato, ognuno sarà chiamato a provvedere alla propria sopravvivenza.
Fin qui la trama. Occorre del resto osservare come il bernese Demian Lienhard riesca a fondere abilmente la Storia con le storie dei suoi protagonisti, svelando così la perfida impudenza della propaganda nazista. Nel raccontare una vicenda realmente accaduta, egli descrive efficacemente le atmosfere dei vari contesti, utilizza un tono ironico e leggero, ricorre a frequenti salti temporali che vivacizzano la narrazione, varia sapientemente i registri espressivi, si avvale di periodi brevi, che conferiscono alla pagina un ritmo rapido e costante, talvolta sincopato: una cadenza che, nella versione italiana, viene resa egregiamente dall’attenta traduzione di Cristina Vezzaro.
Va poi messo in rilievo come il romanzo si connoti per la scorrevolezza e incisività della prosa, la ricchezza del lessico, il plurilinguismo e la presenza di dialoghi tanto concisi quanto efficaci. Da New York a Galway, da Londra a Manchester, da Zurigo a Danzica fino a Berlino, l’A. insegue i diversi personaggi, mettendo a nudo lo spietato cinismo che ha caratterizzato l’operato del regime nazista, la sua assoluta mancanza di scrupoli e il suo spaventoso disprezzo nei confronti della maggior parte del genere umano. Tutto ciò in ossequio a un’ideologia totalizzante, che ha permeato di sé ogni aspetto dell’esistenza del singolo individuo fino a farne un automa, una sorta di robot completamente asservito agli ordini dettati dal capo supremo.