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Come mai prima d’ora, l’attuale scenario mondiale manifesta chiaramente la profonda crisi del diritto internazionale, e in modo particolare dei diritti umani. Situazione che impone la domanda sul perché, nonostante tanti trattati internazionali e tante dichiarazioni sui diritti dell’uomo, ci siano oggi tanti conflitti e tante violazioni dei diritti umani. Registrando quasi una vera e propria «schizofrenia», che snatura detti interventi, fino a renderli delle mere e vuote dichiarazioni di principio.
A tale domanda cerca di rispondere in questo libro il giurista Jean-Pierre Schouppe, svolgendo una riflessione profonda e sistematica sul significato e sul fondamento dei diritti umani nel diritto e nella filosofia contemporanei.
L’opera nasce dalla convinzione che il discorso sui diritti dell’uomo, così come si è sviluppato dal XVIII secolo a oggi – spesso in chiave meramente soggettiva, normativa, utilitaria o strumentale – abbia perso di vista le sue radici antropologiche più profonde. L’A. propone un percorso che non si arresta al «fenomeno», ma va al «fondamento», che egli individua nella natura umana e nella sua dignità. Così si intende «rifondare» i diritti dell’uomo su basi più solide, che non siano solo giuridiche o politiche, ma anche ontologiche e personaliste, ossia partendo dall’essere umano nella sua interezza – corpo, mente, anima –, e quindi proprio dalla sua dignità intrinseca (cfr pp. 96-100).
In sei capitoli Schouppe ripercorre l’evoluzione del concetto di diritto naturale come fondamento storico dei diritti umani: ne emerge che i diritti non sono semplicemente «creazioni» giuridiche moderne, ma affondano le radici in una concezione dell’uomo come persona integrale.
L’A. propone una sorta di fenomenologia giuridica, ovvero l’analisi di come i diritti umani sono concepiti e vissuti oggi, soprattutto dopo le tragedie del Novecento. Si tratta di una riflessione approfondita su come queste tragiche esperienze abbiano portato alla formalizzazione dei diritti dell’uomo, ma anche su come questa possa aver oscurato il senso più profondo di dignità umana. Da questa analisi emerge chiaramente che solo una dignità umana ontologicamente riconosciuta evita di negare i diritti essenziali a coloro che non hanno ancora, o non hanno più, la capacità di agire, ossia di invocare proprio la dignità della persona per giustificare l’aborto, l’eutanasia ecc.
Una delle tesi centrali del libro è che i diritti umani debbano essere radicati non solo nella legge positiva, ma in un’etica oggettiva in cui l’altro non sia mero soggetto di diritto, ma luogo di realizzazione dell’io. Questa «famiglia umana» è presentata come ideale in cui i diritti esprimono una verità antropologica e non soltanto un mandato giuridico.
Schouppe fa una chiara distinzione tra una visione puramente formale dei diritti umani (come norme astratte) e una visione antropologica e personalista, che pone l’essere umano al centro anche in termini ontologici. Questo approccio dona all’opera un taglio più ampio rispetto alle analisi giuridiche tradizionali, invitando il lettore a rivalutare la dottrina del diritto naturale come fondamento possibile di una riflessione coerente sui diritti, contrapponendosi a visioni relativistiche o meramente positivistiche.
Un altro aspetto degno di nota è che l’A. non si ferma a una valutazione critica della visione moderna e contemporanea dei diritti dell’uomo, ma presenta una proposta di profondità teorica e speculativa rara nel panorama attuale degli studi sui diritti umani. Egli invita ad andare oltre l’apparenza normativa dei diritti per ritrovare una visione etica, antropologica e personalista che consideri l’essere umano non solo come soggetto di diritto che condivide con gli altri dei beni, ma come essere in relazione con gli altri, in un contesto di dignità umana condivisa.
Questo testo è consigliato a chi desidera comprendere perché e come i diritti umani dovrebbero essere riscoperti, ripensati e rifondati in un’epoca di crisi dei valori e delle istituzioni, pur sapendo che questo richiede un impegno concettuale intenso, ma soprattutto una sincera onestà intellettuale, perché è in gioco la dignità di ognuno di noi.