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L’Iraq, l’antica Mesopotamia, è divenuta una terra dilaniata e violentata da guerre e da costanti soprusi soprattutto con le cosiddette «Guerre del Golfo» e con l’orda dell’Isis. Cosa ne è stato della Chiesa in tutto questo impensabile soqquadro? The Iraqi Swing racconta dell’altalena vissuta dalla comunità cristiana irachena, che ha oscillato, e purtroppo ancora oscilla in questo tempo alla ricerca di quiete, di pacifica esistenza sul suolo che è stato sin da millenni la sede di comunità cristiane.
Il libro parte dalla testimonianza della vita delle tante comunità in Iraq così come vengono illustrate dalle splendide foto in bianco e nero effettuate da p. Juan Mateos S.I., egregio liturgista della Chiesa bizantina e sira, a metà del XX secolo (prima sezione fotografica del libro). La vivacità e la gioia della gente è testimoniata da molti momenti di vita quotidiana e liturgica, mentre l’orizzonte geografico qui considerato è il nord dell’Iraq, la Piana di Ninive e quanto è oggi il Kurdistan iracheno. La gioia si volge in tristezza con l’avvento al governo del partito Baath
(1968), che comporta la cacciata dei gesuiti e la scomparsa del Baghdad College e di Al Hikma University. A questi eventi seguono le sanguinose Guerre del Golfo, l’assassinio di Saddam, per arrivare infine allo sconvolgimento politico e culturale creato dalla barbarie dell’Isis.
Gli AA. richiamano alla mente quel carismatico periodo della Chiesa (secoli XI-XIII) chiamato Syriac Renaissance: gli ateliers musulmani e cristiani lavoravano gomito a gomito nel creare opere (manoscritti, architetture, decorazioni scultoree ecc.) di indubbia bellezza e originalità. Questo tempo particolare, in cui l’amore per la bellezza annullava la differenza di fede è rimasto vivo fin quando l’altalena ha raggiunto la metà del XX secolo.
Poi lo smembramento delle comunità, causato dalla massiccia emigrazione (dei precedenti 2,5 milioni di cristiani, circa 250.000 sono rimasti in Iraq), ha condotto alla rottura del vitale canale linfatico che univa le comunità cristiane alla propria terra, al natio linguaggio (siriaco e aramaico), alla materna liturgia in siriaco. Pur essendo cittadini iracheni, ai cristiani oggi non sempre si riconoscono i diritti costituzionali; l’emarginazione che si percepisce causa sconcerto, sconforto, incrementando la spinta a migrare. Questa situazione, che va avanti da parecchi anni, ha creato una nuova lettura e sensibilità teologica, chiamata The Theology of Refugees, incentrata sugli eventi negativi di tutte queste comunità cristiane irachene che sembrano ricalcare le orme di Dio inteso come migrator.
Tre pittori e uno scultore – Dahlia Khay Azeez, Bassam Sabri Butruss Nagara, Salam Idwer Yaqoob Al-Loos e Haitham Yalda Matooka –, tutti di Baghdad, hanno dato un aiuto agli AA., che così hanno utilizzato il linguaggio dell’arte, dei colori e delle forme nello spazio per raggiungere i lontani, quei cristiani iracheni che da anni vivono all’estero e che forse hanno dimenticato il linguaggio natio (seconda sezione fotografica a colori del libro).
Non parole, dunque, ma il linguaggio dell’arte diventa per gli AA. il nuovo latore della fede dei padri, della vita cristiana con le sue gioie e solitudini. I colori intensi e le forme nette raccontano ai lontani la speranza che la Mesopotamia attuale vive. Le sparute comunità, quale piccolo gregge, annunziano con coraggio e vitalità la loro esistenza e permanenza sulla terra natia a chi, lontano, sente il vuoto della terra di un tempo. L’arte, nuovo linguaggio privo di consunte parole, è oggi il germinante ritmo dell’altalena nel professare apertamente in Iraq l’unica fede in Gesù Cristo Signore.