Il gigantesco cavallo di Troia in cui si nascondono i soldati greci appare nella riva sabbiosa appena fuori dalle mura della città (rimando alla statua della libertà «affondata» ne Il pianeta delle scimmie di Franklin J. Schaffner) e deve ancora essere «donato» ai Troiani. Comincia così Odissea di Christopher Nolan, per proseguire narrando, attraverso continui flashback e flashforward, salti indietro e in avanti nel tempo, il racconto «classico» per eccellenza, la storia omerica e immortale di Odisseo (Ulisse nella versione italiana) e del suo «multiforme ingegno» (polytropos) nell’ideare il cavallo di legno, astuzia subdola per vincere una guerra decennale. E poi il lungo «ritorno» (nostos) dell’eroe degli Achei (Matt Damon) verso Itaca, dove la moglie Penelope (Anne Hathaway) e il figlio Telemaco (Tom Holland) lo attendono ormai da vent’anni. Odisseo e la sua flotta – sempre più ridotta nel tempo – incontreranno Polifemo, i giganteschi Lestrigoni, la maga Circe (Samantha Morton), le sirene, la ninfa Calipso (Charlize Theron), Scilla e Cariddi…
Odissea di Nolan è un magnifico e appassionante affresco di chaos e kosmos, opera di «rottura» di canoni (si amplifica il conflitto interiore dell’eroe), formati visivi (IMAX), tecnologie (il primo film girato interamente in IMAX 70mm), inserimento di figure come Sinone (Elliot Page) dall’Eneide di Virgilio, scelte azzardate (Elena «dalle bianche braccia», interpretata dall’attrice keniota Lupita Nyong’o). E al contempo è opera di «ricomposizione» per i parametri dell’etica occidentale, per il racconto orale ed eterno evocato nella sequenza con l’aedo-rapper Travis Scott, le cui parole sono accompagnate dai bastoni battuti ritmicamente sul pavimento di legno.
L’Odisseo nolaniano è un eroe tormentato e lacerato dal senso di colpa per avere ideato lo stratagemma del cavallo, ma, prima di prenderne coscienza, dovrà «dimenticare» mangiando il fiore di loto di Calipso, per poi ricordare, in un tempo della durata di anni. Il protagonista è figura classica per i tratti dominanti – scaltrezza, forza fisica, intelligenza, amore per la famiglia –, ma allo stesso tempo moderna per l’amplificazione della presa di coscienza attraverso un tempo frammentato, nolaniano, in cui l’«adesso» si confonde con il «prima» e con il «prima ancora».
Odisseo è sempre più simile a un condottiero contemporaneo che prima inventa un inganno per vincere la guerra, poi rinuncia alla battaglia se la potenza avversaria è superiore – i Lestrigoni –, o realizza un’azione fulminea per sconfiggere Polifemo (manca il celebre dialogo sul nome «Nessuno»). L’«arguzia» (la mētis omerica) non pare qui un dono concesso dalla dea Atena (Zendaya), ma un elemento tragicamente umano, capace di sopraffazione e distruzione del nemico.
Forse i dialoghi con Atena sono quasi invocazioni, in cui Odisseo, confuso dal silenzio assordante della coscienza sospesa, sembra non sapere più cosa vuol dire pregare. La scena ripetuta più volte in cui Ulisse, durante l’incendio di Troia, tra violenza e devastazione, assiste alla decapitazione della statua di Atena, cioè la dea della ragione, ha un chiaro valore simbolico: l’uomo ha varcato il limite del consentito e si è lasciato dominare dalla follia devastatrice.
Zeus viene spesso evocato in dialoghi potenti e suggestivi, come quello iniziale, ripreso poi nella sequenza finale, in cui si suggerisce di aiutare lo straniero o il mendicante, perché «potrebbe essere Zeus sotto mentite spoglie»: un dialogo che fa pensare al passo evangelico «Ero straniero e mi avete accolto» (Mt 25,35). Nell’Odissea di Nolan, Zeus non compare mai, viene solo evocato, citato per la sua legge e per gli insegnamenti da rispettare (spesso disattesi). Il suo silenzio risulta ancora più problematico nell’affermazione: «Voi dèi parlate una lingua che noi uomini non capiamo!».
Forse la migliore definizione dell’eroe omerico è quella di Simone Weil (sebbene riferita all’Iliade): «L’eroe è una cosa trascinata dietro a un carro nella polvere» (S. Weil, L’«Iliade» ou le poème de la force, Paris, Rivages, 11).