Inaugurata nel 1895 con l’intento di «istituire una Esposizione biennale artistica nazionale» che in Italia ancora mancava, La Biennale di Venezia è da sempre precorritrice di nuove tendenze artistiche ed eco di un «pluralismo di voci» oggi più che mai presente. A causa dell’attuale tensione geopolitica internazionale, il binomio mostra della curatrice, da un lato, e i padiglioni delle partecipazioni nazionali, dall’altro, si è rivelato particolarmente acceso in questa edizione, culminando nelle storiche dimissioni della giuria: un atto di protesta per la presenza di Paesi che dominano, purtroppo da un po’ di tempo, i titoli dei giornali.
Per questa «mappa del mondo che viene ridisegnata ogni due anni» la scomparsa curatrice Koyo Kouoh – prima africana a guidare l’esposizione – aveva scelto il tema In Minor Keys, esortando ad «ascoltare le tonalità minori» per dare spazio a ciò che costruisce profondità nel tempo senza imporsi con clamore. I 111 artisti convocati, con una larga rappresentanza del Sud globale, dimostrano come a ogni latitudine si possano interpretare quelle «armonie laterali» capaci di far nascere la bellezza anche nelle fratture più profonde.
I Giardini, assieme all’Arsenale, antica struttura della Marina Militare, sono una delle due sedi storiche della rassegna, che negli anni si è arricchita sempre più di eventi collaterali e di padiglioni sparsi per la città di Venezia (come quello della Santa Sede, già descritto in Civ. Catt. 2026 III 116-118).
Nel Padiglione Centrale, espressione diretta della linea curatoriale, merita una particolare menzione l’artista Vera Tamari (1945), nata a Gerusalemme ma residente in Palestina, che con Tale of a Tree (2002) fa dialogare una splendida foto in bianco e nero di un ulivo secolare con 660 alberelli in argilla, ognuno dei quali rappresenta un ulivo sradicato durante l’incursione israeliana a Ramallah nel 2002. Questi fragili alberelli, modellati a mano da lei stessa, rappresentano un «esercito pacifico» contro la cancellazione culturale di una popolazione che considera l’ulivo simbolo del proprio patrimonio, dimostrando come la creatività stessa possa farsi atto di resistenza, di memoria e di sfida.
Attorno al Padiglione Centrale sorgono i 29 padiglioni nazionali, dove l’elemento dell’acqua ricorre in modo trasversale. È il caso di Liquid Tongues, installazione video della Polonia, in cui un coro composto da persone udenti e non udenti è immerso in una piscina e intona i canti delle balene. Paradossalmente, solo i non udenti sembrano riuscirvi davvero, suggerendo come chi è considerato più «fragile» possa invece trovare una via d’uscita laddove sembra prevalere l’incomunicabilità.
Di tono certamente meno poetico è invece il padiglione del Belgio, trasformato in una sorta di arena da un anfiteatro ligneo, sul quale sono disposte grandi formelle di gesso bianco, con incise parole dal forte valore evocativo come «if», «will», «you». Ogni giorno diversi performers vi si arrampicano come moderni gladiatori, dando vita a una vera e propria «scultura vivente e sonora», scandita da urla, tamburi assordanti e danze vorticose. Nel maneggiare, trascinare o rompere i gessi essi sembrano cercare in modo disperato di dare un senso a questi frammenti sconnessi. La tensione viene ulteriormente amplificata dalla colonna sonora di musica elettronica realizzata dall’etichetta Deewee. Questo progetto It never SSST, ideato da Miet Warlop e curato da Caroline Dumalin, vuole porre l’attenzione sui ritmi alienanti della vita odierna e sulla sua intrinseca fragilità, gridando l’urgenza di legami umani veri in un mondo molto caotico.
Ancora più coinvolgente si presenta il padiglione del Giappone, dove viene messo in atto un meccanismo partecipativo semplice e, allo stesso tempo, disturbante. L’artista Ei Arakawa-Nash (Fukushima, 1977) popola gli spazi con bambolotti che riproducono il peso reale di neonati di quattro mesi e che indossano occhiali da sole a specchio, quasi a renderli dei piccoli adulti. I visitatori sono invitati a prendere in braccio uno dei 208 bambolotti, portandoli con sé in giro per il padiglione, sperimentando così la fatica della responsabilità nel crescere un altro essere umano. Questa breve «esperienza di genitorialità» culmina in un atto intimo e concreto, il cambio del pannolino, al cui interno un codice QR restituisce una poesia unica legata a eventi accaduti nel giorno di «nascita» della bambola. Con Grass Babies, Moon Babies, l’artista, oltre a far riflettere sul tema generale della denatalità, interroga direttamente il visitatore sul significato profondo del prendersi cura del prossimo e, in modo più ampio, del futuro.
Oltre a questi padiglioni «contenitori» di opere, ve ne sono altri che diventano opera, fondendosi con l’espressione artistica. È il caso del padiglione della Spagna, dove l’artista catalano Oriol Vilanova (1980) riveste le pareti con le sue 50.000 cartoline acquistate nei mercatini delle pulci di tutto il mondo. Questo accumulo seriale e ripetitivo, intitolato Los Restos, trasforma ciò che è scarto in un megapixel cromatico e musealizzato, creando un’opera d’arte unica, che invita a fermarsi e a osservare ciò che spesso si ignora.
Questo invito si fa ancora più incalzante lungo il viale dei Giardini. Volgendo lo sguardo verso l’alto, in direzione del padiglione russo, semichiuso al pubblico, si nota un cervo in cemento sospeso in aria, modellato come un origami. The Origami Deer è infatti la scultura dell’artista ucraina Zhanna Kadyrova (1981), evacuata da un parco pubblico a causa della guerra, che simboleggia l’incertezza e la resilienza del suo popolo. Arte e politica, soprattutto in questa edizione della Biennale, si confermano strettamente connesse: la potenza espressiva dell’arte può e deve veicolare messaggi, restituendo senso all’immaginazione e indicando alternative alla lingua dei conflitti che purtroppo attanaglia l’umanità.