I Musei Capitolini dedicano a Diego Rivera (1886-1957), nella prestigiosa sede di Villa Caffarelli, una mostra che offre l’occasione di riscoprire uno dei protagonisti dell’arte messicana del Novecento oltre la sua più nota produzione muralista. L’esposizione, curata da Miguel Fernández Félix, direttore del Museo Kaluz di Città del Messico, e Alberto González Torres, direttore del Museo Robert Brady di Cuernavaca, restituisce infatti la complessità del percorso artistico di Rivera, segnato da una continua sperimentazione.
Giunto in Europa nel 1907, l’artista si confronta con i principali protagonisti delle avanguardie. Dopo un primo soggiorno in Spagna, si trasferisce a Parigi, dove si avvicina al cubismo, accanto ad artisti come Pablo Picasso. Arriva poi in Italia; qui il confronto con l’Antichità e con i grandi maestri medievali e rinascimentali rappresenta una tappa decisiva: lo studio della luce e della prospettiva diventa il fondamento del linguaggio che egli svilupperà negli anni successivi. È interessante osservare come Rivera rielabori la tradizione classica con grande scioltezza: la libera dagli schemi austeri di proporzioni ed espressioni, componendo un’interpretazione personale dei soggetti, quasi caricaturale.
Nel dialogo costante con un linguaggio figurativo di matrice occidentale, egli mantiene un’identità immediatamente riconoscibile. Il tratto, i colori e la costruzione delle immagini rivelano infatti il profondo legame con il Messico, la sua terra d’origine. Proprio il confronto tra culture differenti fa emergere con maggiore forza il valore delle proprie radici e il desiderio di tradurle in un linguaggio artistico nuovo.
Questa capacità di coniugare la tradizione europea con la sensibilità latinoamericana non appartiene solo a Rivera, ma accomuna molti protagonisti del modernismo messicano presenti nella mostra. La loro esperienza invita a riflettere sul colonialismo, interrogandosi su come i linguaggi dominanti abbiano spesso relegato in secondo piano altre tradizioni culturali. Se le grandi correnti artistiche si svilupparono prevalentemente in Europa, gli artisti latinoamericani dovettero confrontarsi con difficoltà, pregiudizi e discriminazioni per ottenere riconoscimento nei principali centri culturali del continente.
La mostra amplia così lo sguardo dall’opera di Rivera alla Escuela Mexicana de Pintura, presentando artisti come José Clemente Orozco e David Alfaro Siqueiros, protagonisti della pittura monumentale, accanto a figure quali Agustín Lazo, Rufino Tamayo e Frida Kahlo, interpreti di una ricerca più intima e personale.
Particolarmente interessante è la produzione artistica del Messico post-rivoluzionario qui esposta, che ricorda come quella stagione abbia contribuito a ridefinire l’identità del Paese con una rinnovata attenzione alla cultura indigena e al mondo rurale. All’entusiasmo della rinascita si arriva passando prima per la tristezza del popolo messicano: sono commoventi i dipinti dai toni caldi e sabbiosi che raccontano con intensa umanità la solitudine dei tempi difficili.
A questa dimensione si contrappone poi una pittura ricca di vitalità, che celebra la quotidianità, i colori e le tradizioni popolari. L’arte messicana nella prima metà del Novecento supera così i confini del muralismo e del realismo sociale, aprendosi anche ai linguaggi più intimi del surrealismo e della pittura metafisica, dove simboli, atmosfere sospese e folklore si intrecciano in un originale risultato espressivo.
Questa mostra, attraverso il nome di Rivera, apre una finestra sulla ricchezza dell’arte messicana e latinoamericana del Novecento, restituendone la pluralità di linguaggi e i sentimenti e portando al pubblico un grande insegnamento: l’arte quale strumento di comunicazione, grido, che il popolo rivolge al mondo, di quel desiderio di libertà e uguaglianza, di custodia e valorizzazione. Un’arte, quella messicana, che si fa espressione dialogica della realtà civile, delle lotte intimamente vissute e trasfigurate in una pittura che diviene coraggiosamente pubblica e condivisa.