Macro shot of Iraq on a map (iStock.com/Romanista)

LA LUNGA TRANSIZIONE POLITICA DELL’IRAQ

Quaderno 4096

pag. 363 - 374

Anno 2021

Volume I

20 Febbraio 2021

Dal 5 all’8 marzo 2021 papa Francesco visiterà il tormentato «Paese dei due fiumi». Accogliendo l’invito della Repubblica dell’Iraq e della Chiesa cattolica locale, papa Francesco compirà un viaggio apostolico nel suddetto Paese, visitando Baghdad, la Piana di Ur, legata alla memoria di Abramo, la città di Erbil, così come Mosul, Qaraqosh nella Piana di Ninive e Najaf[1].

Il logo del Viaggio apostolico in Iraq

È la prima volta che un Papa visita quella terra, dove la comunità cristiana è radicata fin dai tempi apostolici, e dove vi sono piccole comunità, che parlano la lingua di Gesù, l’aramaico. Queste comunità negli ultimi anni – in particolare a partire dal 2014, quando una parte del Paese fu occupata dal sedicente califfato dello Stato Islamico – si sono molto ridotte di numero. Pare che oggi nella regione di Ninive ci siano circa 120.000 cristiani, mentre prima del 2003, cioè prima dell’invasione statunitense, vi vivevano più di un milione di cristiani[2].

L’Iraq è un Paese prevalentemente islamico (95%). Sulla base di alcune stime, spesso contestate, il 64% (secondo altri, il 69%) dei musulmani sarebbero sciiti, mentre il 29% (secondo altri, il 34%) sarebbero sunniti[3]. Le altre minoranze religiose appartengono a diverse confessioni religiose: cristiani, yazidi, shabak e mandei.

In questo articolo non tratteremo il tema religioso, di cui ci siamo già occupati in un altro saggio[4], ma della situazione politica dello Stato iracheno che, dopo lunghi anni di sanguinosi conflitti, cerca una sua normalizzazione dal punto di vista politico, economico e sociale.

Le guerre di Saddam Hussein

Al tempo di Saddam Hussein, l’Iraq era una delle grandi potenze regionali del Medio Oriente; poteva contare non soltanto su considerevoli riserve di idrocarburi, ma anche su un apparato militare molto consistente e all’avanguardia, finanziato con gli ingenti proventi del petrolio. Con la rivoluzione komeinista avvenuta in Iran nel 1979, l’Iraq si sentì minacciato sotto il profilo sia politico-ideologico sia strategico. Di fatto una grande potenza sciita, che si dichiarava rivoluzionaria e pronta a ereditare – in funzione anti-saudita – la leadership mondiale dell’islam (al di là delle differenze intra-confessionali), si affermava prepotentemente sulla scena politica mediorientale. Questo costituiva una minaccia all’egemonia del Paese dei due fiumi e della sua dirigenza sunnita, considerando anche il fatto che la maggioranza della popolazione dell’Iraq era di confessione sciita e in quegli anni era stata guadagnata al verbo komeinista[5].

Saddam divenne in breve tempo l’alleato dell’Occidente in funzione anti-iraniana, nonché un fondamentale pilastro della strategia mediorientale, utile per contenere la ripresa sciita e islamista a livello globale. Per questo ricevette il sostegno degli Usa e delle monarchie sunnite del Golfo nella lunga e sanguinosa guerra contro Teheran (1980-88), che costò la vita a circa un milione di persone.

In quel contesto si sviluppò – in ambito sciita, per passare presto anche in ambito sunnita – il mito, destinato a durare nel tempo, del martirio per la causa islamica, della jihad salvifica e purificatrice, contro gli infedeli venduti agli stranieri e contro un Occidente ateo e imperialista. Decine di migliaia di giovani combattenti votati al martirio, i cosiddetti basij, combatterono per la rivoluzione sciita, all’arma bianca, lanciandosi senza paura contro le armate irachene[6].

Nel decennio successivo, l’imponente forza militare e la politica aggressiva di Saddam determinarono l’isolamento internazionale dell’Iraq. In effetti, in risposta all’invasione irachena del Kuwait del 1990, nel gennaio 1991 una coalizione internazionale, guidata dagli Stati Uniti, condusse, con l’approvazione dell’Onu, una campagna militare che sbaragliò le armate di Baghdad. Il dittatore iracheno riteneva che il Kuwait facesse parte del proprio territorio nazionale; in realtà era interessato alle ingenti riserve petrolifere di quella regione, e soprattutto ad assicurarsi l’agognato sbocco sul mare. In quella occasione il presidente George Bush (padre) cercò di non indebolire troppo Saddam costringendolo a lasciare il potere, per timore che l’Iran si avvantaggiasse dell’instabilità politica che si sarebbe venuta a creare nella regione.

La seconda guerra americana contro l’Iraq nel 2003, dopo la tragedia dell’attacco alle Torri Gemelle e al Pentagono da parte di al-Qaeda (11 settembre 2001), si proponeva con finalità diverse. In ballo non erano più la stabilità del Medio Oriente e il rispetto delle regole internazionali, ma il primato unipolare degli Usa a livello globale e la lotta senza frontiere contro il terrorismo internazionale. Questo aveva platealmente umiliato gli Stati Uniti e provocato un alto numero di vittime (circa 3.000) in territorio statunitense, il che non era mai accaduto dai tempi di Pearl Harbor, nel dicembre 1941, cioè dall’evento che aveva spinto gli Usa a entrare nella Seconda guerra mondiale. L’attacco americano del 2003 contro Saddam – accusato, tra l’altro, di aver utilizzato armi di distruzione di massa –, condotto senza l’approvazione della comunità internazionale, fu devastante e portò alla caduta del regime.

A differenza della guerra americana in Afghanistan (ottobre 2001) contro i talebani, che si rifiutavano di consegnare i mandanti degli attentati delle Torri Gemelle – guerra condotta da una nutrita coalizione di Stati e sostenuta dall’Onu –, a molti Paesi, sia occidentali sia arabi, questo attacco era sembrato «ingiustificato» sotto il profilo del diritto internazionale[7]. Non vi erano, infatti, prove convincenti che il regime di Saddam avesse sostenuto attivamente Osama Bin Laden e la sua organizzazione terroristica. Questa guerra «condotta in solitario» (con l’appoggio dell’Inghilterra, dell’Australia e della Polonia) secondo molti analisti è stata all’origine dei successivi stravolgimenti e micidiali conflitti in Medio Oriente.

Le divisioni settarie dell’Iraq nel periodo post-Saddam

Il vuoto di potere del periodo post-Saddam, assieme alla gestione della Coalition Provisional Authority di Paul Bremer e alla profonda frammentazione del tessuto politico iracheno, ha esacerbato le divisioni settarie esistenti nel Paese, trascinandolo in un sanguinoso conflitto civile. Le tensioni etnico-religiose e tribali sono continuate anche dopo il definitivo ritiro delle truppe statunitensi (2011), richiesto dall’autorità pubblica irachena al fine di sanare le conflittualità intersettarie del Paese. Il nuovo premier arabo sciita, Nuri al-Maliki, sostenuto dagli Usa in funzione anti-sunnita, ha portato avanti per anni una politica attivamente filo-sciita, isolando i leader sunniti nella gestione dello Stato; il che ha fomentato la lotta settaria e ha fatto precipitare il Paese nel caos.

Le fratture della società irachena sono esplose in tutta la loro drammaticità nel giugno del 2014, quando la formazione jihadista denominata «Stato Islamico in Iraq e in Siria» (Isis), già attiva da tempo in alcune zone del Paese a maggioranza sunnita, nelle quali seminava terrore e morte, si impossessò della seconda città del Paese, Mosul. Il suo capo, Abu Bakr al-Baghdadi, nella storica moschea cittadina di al-Nouri si autoproclamò califfo del rinato califfato universale sunnita, chiamando i veri musulmani alla guerra santa contro gli apostati, gli infedeli e i nuovi crociati[8].

Il gruppo di jihadisti crebbe, estendendo la propria sfera di azione alla Siria ed eliminando, simbolicamente, ogni frontiera tra i due Paesi. Determinanti furono il sostegno finanziario ricevuto, soprattutto nella sua prima fase, da donatori sunniti di tutto il mondo e le ingenti risorse petrolifere e finanziarie di cui nel frattempo i jihadisti si erano impossessati, soprattutto nella zona di Mosul.

In seguito l’Isis ha consolidato in Iraq le proprie posizioni, minacciando, nell’estate del 2014, perfino la zona vicina alla capitale e la regione autonoma del Kurdistan. Le pressioni sia interne sia internazionali hanno indotto il premier al-Maliki a dare le dimissioni, nonostante avesse ottenuto la vittoria nelle elezioni politiche dell’aprile 2014. Nell’agosto del 2015 gli è subentrato nella carica Haider al-Abadi. Il nuovo governo è riu­scito in qualche modo a porre un freno alle lotte settarie e alle contrapposizioni tra i gruppi etnico-religiosi che stavano portando il Paese al collasso. Ma il nuovo premier non è stato capace di ristabilire rapporti di collaborazione tra le autorità del potere centrale e quelle regionali – indipendentiste – del Kurdistan, nonché di assicurarsi la collaborazione di alcuni ambienti del mondo arabo-sunnita. Grazie all’appoggio di importanti potenze internazionali – come l’Iran e gli Stati Uniti – che sono ritornate in Iraq per combattere l’Isis, è riuscito a ottenere rilevanti vittorie contro lo Stato Islamico. Decisivo per queste vittorie è stato l’apporto dei guerriglieri curdi, i quali non soltanto hanno difeso il loro territorio, ma sono anche riusciti a strappare ai sostenitori del «califfo nero» importanti postazioni strategiche.

All’indomani della vittoria contro l’Isis, l’Iraq ha avviato un difficile iter di ricostruzione e di riconciliazione tra le diverse componenti etnico-religiose della società irachena, che fino a quel momento si erano aspramente combattute. L’esito però rimane ancora incerto.

Sotto il profilo istituzionale, l’Iraq ha una struttura federale che prevede forme importanti di autonomia: ad esempio, il «governo regionale del Kurdistan» ha un proprio esecutivo e un proprio Parlamento e anche proprie forze armate (i Peshmerga). Nel 2005, su iniziativa degli anglo-americani, dai rappresentanti delle maggiori etnie del Paese è stata redatta una Costituzione, che ha posto le basi per la creazione di uno Stato federale. Fra l’altro, essa riconosceva l’islam come fonte della legislazione nazionale. La nuova Carta fondamentale è stata poi approvata tramite un referendum popolare. Subito dopo si sono tenute le elezioni politiche – in parte boicottate, per protesta, dai sunniti, ma con una grande partecipazione popolare –, nelle quali i partiti sciiti, come era prevedibile, hanno ottenuto la vittoria.

Tutto questo non ha contribuito a normalizzare la situazione, né a rendere capace il nuovo governo di esercitare le sue funzioni senza dover ricorrere alla protezione dell’esercito statunitense, che dalla popolazione civile veniva visto sempre più come invasore[9]. Questo sistema di governo, soltanto formalmente democratico, di fatto ha sempre funzionato su base consociativa; ossia, le alte cariche dello Stato venivano distribuite secondo le varie confessioni: quella di presidente della Repubblica è stata sempre assegnata a un esponente curdo; quella di primo ministro a un arabo sciita; quella di presidente del Parlamento a un arabo sunnita. Le stesse dinamiche sono state riproposte anche a livello governativo, per quanto riguarda la divisione dei ministeri su base etnico-confessionale[10].

Una «primavera araba» sbocciata in ritardo

Le prime elezioni politiche in Iraq dopo la sconfitta dello Stato Islamico si sono tenute nel maggio del 2018. L’afflusso alle urne è stato piuttosto basso (45%), a causa del malcontento popolare nei confronti della classe politica al potere e della grave situazione economica nella quale da anni versava il Paese. Il nuovo esecutivo è stato creato dopo mesi di estenuanti trattative tra le forze politiche, cioè fra la lista guidata dal religioso sciita Muqtada al-Sadr (che ha avuto la maggioranza relativa dei suffragi) e la coa­lizione capitanata da Hadi al-Amiri, mente politica delle milizie sciite filo-iraniane. Alla fine si è raggiunto un compromesso, scegliendo come Primo ministro un indipendente, Adil Abd al-Mahdi, il quale, però, anche a causa della mancanza di coesione politica tra i maggiori partiti sciiti, non è riuscito a risollevare il Paese dalla crisi economica, a creare nuovi posti di lavoro per i giovani e a garantire la sicurezza ai cittadini.

Le prime manifestazioni popolari di protesta sono cominciate nel luglio del 2018 nella città petrolifera di Bassora, nel sud dell’Iraq. Si denunciava la mancanza di acqua potabile, di elettricità e di lavoro per i giovani. I manifestanti hanno attaccato le strutture petrolifere, e negli scontri con la polizia sono morte otto persone. Alla fine di luglio la protesta si è estesa alle principali città del Pae­se, soprattutto a quelle del sud, a maggioranza sciita. Si protestava contro la corruzione politica, la disoccupazione e la mancanza di servizi essenziali. La protesta poi è continuata per tutta l’estate e si è intensificata nel settembre 2018. Il 25 settembre, durante gli scontri di piazza, è stata uccisa a Bassora l’attivista per i diritti umani Suad al-Ali.

Poi nel 2019 la protesta contro il governo e la classe politica al potere (la casta) è diventata generale e trasversale, coinvolgendo tutte le componenti della società civile, indipendentemente dall’appartenenza religiosa o etnico-tribale. Il 1°ottobre 2019 migliaia di iracheni sono scesi in piazza a Baghdad e in altre città, occupando e presidiando la celebre piazza Tahrir, nel centro della capitale. Chiedevano la fine di un sistema politico basato su quote etniche e settarie, incapace di eliminare la corruzione e di assicurare a tutti i cittadini i servizi essenziali.

Molti giovani in quei giorni indossavano magliette con la scritta «Né con Washington né con Teheran». La «piazza», insomma, chiedeva un Iraq indipendente, senza più né protezione militare statunitense (i militari Usa presenti nel Paese per combattere il terrorismo radicale sono circa 5.000) né imposizioni politiche iraniane[11]. «Il che – ha scritto un analista – avrebbe ripercussioni, in tutta l’area, perché diventerebbe un modello tanto virtuoso da ispirare altri Paesi del Medio Oriente»[12].

Le forze di sicurezza, spesso sostenute dalle milizie iraniane, fin dall’inizio hanno risposto con durezza e determinazione; hanno attaccato con ogni mezzo a disposizione, utilizzando anche proiet­tili veri e cecchini, impedendo gli accessi alla piazza e facendo saltare alcuni ponti sul fiume[13]. Alla fine il numero delle vittime è stato impressionante: circa 600 persone sono state uccise, mentre i feriti sono stati alcune decine di migliaia. In autunno e in inverno, la contestazione si è allargata a macchia d’olio a tutto il Paese. L’Iraq ha vissuto, nove anni dopo, la sua «primavera araba sbocciata in ritardo»[14].

All’inizio del gennaio 2020, i manifestanti – che nel frattempo si erano organizzati, senza però creare un partito o un movimento politico – hanno domandato al governo di accogliere le loro richieste fondamentali: le elezioni anticipate, una nuova legge elettorale, un premier indipendente dalle forze settarie e la fine della corruzione e della ripartizione degli incarichi politici su base confessionale. Pochi giorni dopo il leader sciita Muqtada al-Sadr, che guidava il blocco più consistente del Parlamento, ha ritirato il suo appoggio alla protesta, sebbene avesse invitato i suoi sostenitori a rimanere nella piazza. Questa decisione ha creato, all’interno del movimento, molte divisioni e diffidenze, così che, con il passare dei mesi, esso si è andato indebolendo.

Secondo alcune testimonianze, sono state le infiltrazioni delle milizie filo-iraniane a svuotare poco alla volta la piazza della contestazione della «primavera irachena». Nel novembre 2020, in piazza Tahrir erano rimaste soltanto 17 tende (di attivisti politici) delle 220 che c’erano state un anno prima[15]. Tuttavia, il persistere delle manifestazioni antigovernative – le più massicce della storia dell’Iraq – ha portato, all’inizio di dicembre, alle dimissioni del primo ministro al-Madhi, ma non a quelle dell’esecutivo, che è rimasto ancora in carica per assicurare una transizione ordinata[16].

Nel febbraio 2020, il presidente della Repubblica, Barham Salih, ha designato come nuovo primo ministro Mohammed Tawfiq Allawi, con l’incarico di traghettare il Paese verso nuove elezioni politiche e promuovere le auspicate riforme economiche. Egli però non è riuscito a ottenere la fiducia del Parlamento – sia i partiti curdi sia quelli sunniti hanno dichiarato di non essere sufficientemente rappresentati nel nuovo esecutivo –, e il 1° marzo ha rassegnato le dimissioni al Capo dello Stato.

L’incarico allora è stato affidato ad Adnan al-Zurufi, ma ancora una volta con esito negativo. Il 7 maggio 2020, dopo cinque mesi di stallo politico, il Parlamento ha concesso la fiducia a Mustafa al-Kadhimi (ex capo dell’intelligence), il quale ha detto di voler puntare a tre elementi fondamentali: sicurezza, stabilità e rinascita dell’Iraq. Inoltre, ha promesso di affrontare con determinazione le sfide economiche e finanziarie del Paese, far fronte alla corruzione, combattere l’emergenza sanitaria del Covid-19  e garantire l’autonomia dell’Iraq da «pressioni esterne»[17]. Le prossime elezioni politiche sono state fissate per il 6 luglio 2021. Ma nel frattempo molte cose nel Paese possono cambiare.

Il paradosso di Bassora

Il fatto che le tende a piazza Tharir siano in gran parte scomparse non significa che le manifestazioni antigovernative siano finite. Anzi, negli ultimi mesi esse si sono riaccese, soprattutto nelle regioni sciite del centro-sud[18]. In Iraq, è stato detto, «queste [manifestazioni] si riaccendono periodicamente, in particolar modo in corrispondenza con le crisi “ecologiche”, dovute alla scarsità dei servizi essenziali: carenza d’acqua potabile, elevate temperature, disastri naturali. In questo contesto vanno inseriti i tentativi delle milizie filo-iraniane di riportare l’ordine, favorevole a Teheran e ai suoi clienti iracheni»[19].

Per quanto riguarda il primo aspetto – le crisi ecologiche –, va ricordato che le contestazioni di piazza sono iniziate nel 2018 a Bassora, e anche ultimamente sono riesplose lì. Questa città è al centro di una regione dove si trovano i giacimenti di petrolio più importanti dell’Iraq, e che vive oggi una situazione davvero disastrosa: è la regione più ricca del Paese, ma ha anche il più alto numero di disoccupati tra i giovani ed è una delle zone più inquinate del Medio Oriente[20]. In questo luogo, un tempo ricco di verde e attraversato dai grandi fiumi – qui, infatti, il Tigri e l’Eufrate si incontrano –, c’è scarsità di acqua potabile, e la maggior parte delle falde acquifere è inquinata; spesso la corrente elettrica viene tolta ai civili, per riservarla alle grandi industrie petrolifere. Il problema è che per trivellare alla ricerca del petrolio servono enormi riserve idriche, e ciò provoca spreco e inquinamento delle acque. «I canali di Bassora sono pieni di spazzatura e liquami. In città erano già scoppiate delle proteste nell’estate del 2018, dopo che circa 120mila persone erano finite in ospedale per aver bevuto acqua contaminata»[21].

Sebbene la regione di Bassora produca quasi la metà di tutto il petrolio iracheno, secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite il suo «tasso di povertà» è molto elevato. Per l’agenzia dell’Onu, la quota della popolazione che vive al di sotto della soglia di povertà è del 40% (la media nazionale, anche a causa delle ripercussioni del Covid-19, è del 31,7%). Questa situazione che si è prodotta in una città così ricca, che è considerata la capitale economica dell’Iraq, rappresenta una minaccia per tutto il Paese[22].

Il secondo aspetto – quello riguardante il ritiro delle truppe Usa dal suolo iracheno – è una questione vecchia, dibattuta e non risolta dalle ultime amministrazioni statunitensi. Trump ha più volte chiesto il ritiro dei soldati statunitensi dall’Iraq, come aveva promesso durante la campagna elettorale. Si era anche parlato di ridurne il numero, portandoli a 3.000 unità. Il Pentagono e il cosiddetto «Stato profondo» si sono opposti a tale soluzione, che consideravano molto rischiosa sia per il Paese dei due fiumi sia, soprattutto, per gli interessi americani nella regione. Il neo-presidente Biden non si è ancora espresso sulla questione, ma è probabile che faccia propria la decisione dei generali e degli strateghi del Pentagono.

In Iraq non vedono di buon occhio un eventuale ritiro statunitense né i curdi (alleati storici degli Usa nella lotta contro l’Isis) né i sunniti. I primi considererebbero tale fatto come una sorta di tradimento della loro causa nazionale da parte di Washington. Le loro richieste indipendentiste nei confronti dello Stato centrale – soprattutto per quanto concerne la città contesa di Kirkuk – rischiano allora di diventare più dure e decise. Per quanto riguarda i sunniti, essi attualmente hanno bisogno della presenza dei militari statunitensi per tenere sotto controllo le milizie sciite filo-iraniane, che nella guerra contro lo Stato Islamico si sono stabilite in roccaforti sunnite nelle regioni centro-settentrionali del Paese, come la provincia di Ninive[23].

Non va neppure dimenticato che lo Stato Islamico, negli ultimi mesi, si è rafforzato in Iraq, nella regione di Diyala, al confine con l’Iran. Lo testimoniano recenti attacchi contro leader tribali e forze governative[24]. Questo sta a indicare che la minaccia jihadista in Iraq è soltanto sopita, e che le forze governative locali non sono in grado di contrastarla, per mancanza di risorse e capacità operative. L’Iran, da parte sua, sfrutta questo clima di incertezza per giustificare la presenza delle proprie milizie in Iraq. Così facendo, ha anche la possibilità di controllare più da vicino le vicende legate alla politica irachena. Pertanto, in questa situazione, sembra che l’Iraq abbia più che mai bisogno di sostegno internazionale per aiutare la stabilità e la ripresa del Paese, evitando che sia terreno di scontro fra attori esterni.

Copyright ©  La Civiltà Cattolica 2021
Riproduzione riservata

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THE LONG POLITICAL TRANSITION IN IRAQ

Accepting the invitation of the Republic of Iraq and the local Catholic Church, Pope Francis will make an apostolic journey to Iraq, 5-8 March 2021. He will visit Baghdad, the Plain of Ur, which is linked to the memory of Abraham, the city of Erbil, as well as Mosul and Qaraqosh in the Plain of Nineveh, and Najab. Iraq is a predominantly Muslim country (95%), with a minority – though important – Christian presence. In this article, however, we will not deal with the religious theme, but with the political situation of the Iraqi state, that, after long years of bloody conflicts, is seeking its normalization from the political, economic and social point of view.

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[1].      Cfr M. Muolo, «Il Papa dal 5 all’8 marzo in Iraq», in Avvenire, 8 dicembre 2020.

[2].      Cfr P. Rodari, «Il viaggio del Papa in Iraq per i cristiani “un messaggio di pace”», in la Repubblica, 8 dicembre 2020; A. Spadaro, «Oltre l’Apocalisse: ripartire da Baghdad», in Civ. Catt. 2021 I 56-58.

[3].      Cfr «Iraq», in Atlante geopolitico 2020, Roma, Treccani, 2020, 297.

[4].      Cfr G. Sale, «L’emigrazione dei cristiani mediorientali nell’epoca contemporanea», in Civ. Catt. 2015 IV 3-17.

[5].      Cfr Id., Islam contro Islam, Milano, Jaca Book, 2013, 95.

[6].      Cfr ivi, 102.

[7].      Cfr F. Rampini, Quando inizia la nostra storia. Le grandi svolte del passato che hanno disegnato il mondo in cui viviamo, Milano, Mondadori, 2018, 63.

[8].      Cfr G. Sale, Isis, Islam e cristiani d’Oriente, Milano, Jaca Book, 2016, 11.

[9]  .    Cfr G. Sale, Stati islamici e minoranze cristiane, Milano, Jaca Book, 2008, 186.

[10].    Cfr «Iraq», in Atlante geopolitico 2020, cit., 297.

[11].    Gli Usa, oggi come ieri, non sembrano avere interesse a cambiare la situazione politica in Iraq, e non sosterranno mai una nuova intifada del sud sciita iracheno contro il governo centrale, come fecero nel 1991 in funzione anti-Saddam. «Per questo il premier Mustafa Kazemi – scrive un commentatore politico – è considerato un uomo tanto dell’Iran quanto degli Stati Uniti. Perché per le forze esterne, regionali e internazionali, l’Iraq non deve essere riformato. Il sistema di governance locale e nazionale non deve trasformarsi per rispondere alle esigenze legittime di una buona parte dei suoi cittadini, ma, al contrario, rimanere congelato per consentire agli attori esterni di conservare la propria egemonia» (L. Trombetta, «A 30 anni dalla guerra del Golfo, l’Iraq resta un paese in cerca d’identità», in www.limesonline.com/iraq-guerra-de-golfo-saddam-sciiti-usa-contro-iran/119598).

[12].    P. Del Re, «Iraq, tra i giovani ribelli di Baghdad che sognano un Paese mai visto: “Fuori americani e iraniani”», in la Repubblica, 26 gennaio 2020.

[13].    Oltre a occupare piazza Tahrir, i manifestanti dopo alcuni giorni hanno preso il controllo del cosiddetto «Ristorante turco», un grattacielo di 11 piani (abbandonato nel 2003), che era diventato una postazione strategica per i cecchini iracheni, per sparare contro la folla che si trovava nella grande piazza. Esso è poi diventato il quartiere generale dei manifestanti e il simbolo della rivolta. Cfr ivi.

[14].    Ivi.

[15].    Cfr Z. al-Jezairy, «In piazza Tahrir a Baghdad sono sparite le tende dei manifestanti», in www.internazionale.it/opinione/zuhair-al-jezairy/2020/11/02/baghdad-fine-manifestazioni

[16].    Cfr P. Del Re, «Il premier Abdul Mahdi si dimette, ma le violenze continuano», in www.repubblica.it/esteri/2019/11/29/news/iraq-il-premier-si-dimette-­ma-le-violenze-continuano

[17].    Cfr  «Iraq: via libera al nuovo governo “di soluzione”», in www.sicurezzainternazionale.luiss.it/2020/05/07/iraq-via-libera-al-governo-soluzione

[18].    Nell’anniversario delle manifestazioni del 1° ottobre 2019, molti giovani sono tornati in piazza per chiedere al governo che vengano attuate le promesse fatte al Paese. Essi, inoltre, stanno cercando di organizzarsi in un movimento di protesta permanente. Cfr «Il movimento si ricompone», in Internazionale, 6 novembre 2020, 32.

[19].    «A 30 anni dalla guerra del Golfo, l’Iraq resta un paese in cerca d’identità», in www.limesonline.com/iraq-guerra-del-golfo-1990-saddam-hussein-invasione-kuwait-sciiti-usa-contro-iran/119598

[20].    Non va dimenticato che l’Iraq, più di altri Paesi, deve fare i conti con il riscaldamento globale del Pianeta. Circa il 90% del suo territorio è desertificato. «Corsi d’acqua un tempo lussureggianti, come il Tigri e l’Eufrate, hanno ridotto la loro portata almeno del 40 per cento, a causa della siccità e della costruzione indiscriminata di dighe a monte in Iran, Turchia e Siria» (r. Sahakian, «L’esempio degli iracheni», in Internazionale, 21 febbraio 2020, 49).

[21].    Ivi. La produzione petrolifera in Iraq negli ultimi tempi è quasi raddoppiata. Il Paese è, dopo l’Arabia Saudita, il secondo maggior produttore di greggio dell’Organizzazione mondiale dei Paesi esportatori di petrolio (Opec). Nell’estate del 2019 ha raggiunto un nuovo record, producendo circa cinque milioni di barili al giorno, in gran parte nei grandi giacimenti che si trovano a Bassora e nella regione circostante. Ciò nonostante la disoccupazione, soprattutto tra i giovani, è molto alta, il reddito pro capite è basso, e i servizi pubblici, come la sanità, la scuola ecc., sono molto scadenti o inesistenti.

[22].    Cfr Z. al-Jezairy, «In Iran Bassora ha raggiunto il culmine della povertà», in www.internazionale.it/opinione/zuhair-al-jezairy/2020/11/24/iraq-bassora-poverta

[23].    Cfr A. Glioti, «Washington e il dilemma di Baghdad», in www.limesonline.­com/usa-iran-iraq-ritiro-crisi-proteste/120614

[24].    Cfr E. Bobbio, «Stato Islamico», in www.limesonline.com/notizie-mondo-oggi-5-novembre/120753

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