"The Last Judgment" in the dome of Florence (iStock/JavenLin)

SFIDA ALL’APOCALISSE

Quaderno 4069

pag. 11 - 26

Anno 2020

Volume I

4 Gennaio 2020
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Il 9 novembre 1989 cadeva il Muro di Berlino. Da quel giorno migliaia di berlinesi demolirono quel simbolo che li aveva tenuti in ostaggio per quasi trent’anni. Quella è una data emblematica del tramonto dei totalitarismi. Una nuova epoca sembrava sorgere, segnata dalla globalizzazione. Eppure essa ha oggi i tratti dell’indifferenza e del conflitto, come spesso papa Francesco ripete. A fronte di un muro crollato, nel mondo ne sono sorti tanti altri[1]. Il Pontefice, parlando a un gruppo di gesuiti, non ha usato mezzi termini: «Ci sono muri che separano persino i bambini dai genitori. Mi viene in mente Erode. E per la droga invece non ci sono muri che tengano»[2].

Quando Francesco parlò della Chiesa come «ospedale da campo dopo una battaglia», non intendeva usare una bella immagine, retoricamente efficace. Quel che aveva davanti agli occhi era uno scenario mondiale da «guerra mondiale a pezzi». La crisi globale prende varie forme e si esprime in conflitti, dazi, fili spinati, crisi migratorie, regimi che cadono, nuove alleanze minacciose e vie commerciali che aprono la strada a ricchezza, ma anche a tensioni. Si può costruire una mappa, peraltro sempre incompleta[3].

Frenare la fine: l’Impero o la Chiesa?

Quale il senso di questa storia che viviamo? Alcuni anni fa Massimo Cacciari, in un volume dal titolo Il potere che frena, indicò una strada che riteniamo interessante da percorrere. Aveva proposto una riflessione di teologia politica alla luce della Seconda lettera ai Tessalonicesi (2,6-7). Scrisse dell’enigmatica figura del katechon, cioè qualcosa o qualcuno che «trattiene» e «contiene», arrestando o frenando l’assalto dell’Anticristo[4]. In qualche modo la sua funzione è paragonabile a quella del fratello di Prometeo, Epimeteo: tramontato il sogno di progresso del quale si era fatto carico Prometeo, tocca a suo fratello governare le sorti degli umani, impedendo l’apertura dei vasi in cui sono contenuti i mali del mondo.

I Padri della Chiesa cercarono di individuare di chi parlasse Pao­lo e che cosa potesse frenare la fine del mondo. Fino a un certo punto, l’interpretazione prevalente fu che il katechon fosse l’Impero romano, con la sua potestas amministrativa che teneva unito il mondo. Ma questa funzione non può che pretendere per sé anche una auctoritas spirituale. Con lo sgretolamento dell’Impero, essa è passata, di fatto, alla Chiesa, che in questo senso è diventata erede dell’Impero.

Ma oggi viviamo in una dimensione globale che l’Impero romano non aveva conosciuto. Ecco allora la nostra domanda: qual è il compito della Chiesa in questo complesso scenario? Sembra che non si possa sfuggire a una alternativa tra due possibilità. La prima possibilità: annunciare la fine imminente di questo «mondo» e accelerarne per quanto possibile la conclusione. La seconda possibilità: essere «muro di contenimento», forza frenante, l’ultima difesa prima della catastrofe verso cui ci conduce il potere che domina il sistema della globalizzazione selvaggia, che governa sregolando i rapporti, garantendo immunità e sicurezza solo al denaro, rendendo arbitra la guerra. Siamo certi che non esista una terza possibilità? È quel che cercheremo di indagare.

Il compito della Chiesa davanti all’apocalisse

La Chiesa è ospedale da campo nel senso che guarisce le ferite di una guerra ormai persa, o intende rinvigorire membra fiaccate che vogliono riprendere la lotta? C’è chi in maniera militante fa leva proprio sull’accelerazione, che tende a costruire un ghetto di pochi «puri» contro gli «altri», cioè i tanti cattivi che dilagano[5].

E Francesco? Il suo ministero come romano pontefice vive dell’utopia di un mondo migliore o della tragedia di una demolizione del mondo da evitare a qualunque costo? La terra per lui è un pallone bucato a cui dare un calcio perché il male sia debellato indicando «cieli nuovi e terra nuova»? Oppure è un vaso di coccio in frantumi che va restaurato pezzo per pezzo a ogni costo con un lento lavoro di «combaciamento» dei pezzi?

Per Francesco, il compito della Chiesa non è quello di adattarsi alle dinamiche del mondo, della politica, della società per puntellarle e farle sopravvivere alla meno peggio: questo è da lui giudicato «mondanità». Tantomeno egli intende schierarsi contro il mondo, contro la politica e contro la società. Il Papa non respinge la realtà in vista di una apocalisse agognata, di una fine che vinca la malattia del mondo distruggendolo. Non spinge per portare alle estreme conseguenze la crisi del mondo predicando la fine imminente, né trattiene i pezzi di un mondo che sta crollando cercando alleanze comode, equilibrismi, collateralismi. Inoltre, non cerca di eliminare il male, perché sa che è impossibile. Semplicemente esso si sposterebbe e si manifesterebbe altrove, in altre forme. Cerca invece di neutralizzarlo. Proprio qui sta la dialettica dell’azione bergogliana. E qui sta il nodo per comprendere quale sia il suo significato. Qui il rovello.

Il ruolo globale del cattolicesimo nel contesto odierno

È dunque per questo che, sotto il profilo diplomatico, Francesco si assume la responsabilità di posizioni rischiose. La tradizionale cautela diplomatica si sposa con l’esercizio della parresia, fatta di chiarezza e talvolta di denuncia. Le prese di posizione contro il capitalismo finanziario speculativo, il costante riferimento alla tragedia dei migranti, «vero nodo politico globale»[6], la memoria del «genocidio» armeno, la ulteriore formalizzazione dei rapporti con la Palestina. Gli echi persistenti che hanno generato sono quelli che provengono da una «voce che grida nel deserto», per citare Isaia, il profeta biblico. E il Papa della misericordia non esita a gridare «maledetti», durante una Messa a Santa Marta, a coloro che fomentano le guerre e lucrano su di esse.

Francesco si confronta con il nuovo ruolo globale del cattolicesimo nel contesto odierno. E in questo contesto la sua è e vuole essere essenzialmente una visione spirituale ed evangelica dei rapporti internazionali. Persino quando parla di diplomazia, come ha fatto in un suo incontro privato il 3 maggio 2018 nell’Accademia ecclesiastica, afferma una «diplomazia delle ginocchia», cioè radicata e fondata nella preghiera.

Tutto sta nell’alternativa descritta all’inizio. Se Francesco volesse trattenere il collasso, non potrebbe che far leva sulla legge, sul potere costituito, sulla mediazione tra Stato e Chiesa, sulle regole che permettono al sistema di sostenersi, fino al collateralismo. Se volesse invece accelerare i cieli nuovi e la terra nuova, non avrebbe altra scelta che lavorare di piccone, di denuncia, di disarticolazione di ciò che tiene in piedi il potere e dunque il mondo così come si va configurando.

Da qui il conflitto delle interpretazioni. Chi attacca Francesco lo fa perché lo accusa di venire a patti con il «mondo». E d’altra parte egli piccona l’establishment – sia mondano sia ecclesiastico, il che poi è lo stesso – e snocciola persino l’elenco delle malattie dalle quali è affetto. Chi elogia Francesco lo fa perché lo sente sensibile misericordiosamente alla realtà del mondo in maniera da sospendere persino il giudizio. E d’altra parte il Papa dice con veemenza – lo ha fatto durante la sua visita a Napoli – che la corruzione «spuzza» e non usa mezze misure nella denuncia.

C’è un criterio profondamente spirituale che non bisogna mai perdere di vista. È quello che spinge Gesù ad accogliere la peccatrice e a buttare per aria i banchetti dei commercianti davanti al tempio. Il criterio è lo stesso Gesù. C’è chi, vedendo i due gesti, li considera contraddittori perché – per rigorismo o lassismo – non ha inteso il Vangelo di Cristo.

Occuparsi della politica internazionale di Francesco significa immergersi in una visione spirituale che si nutre di un profondo senso della catastrofe possibile e delle forze del male in azione, e nello stesso tempo di una fiducia unica nel mistero di Dio che porta ad accettare i piccoli passi, i processi, l’autorità mondana, i colloqui, le trattative, i tempi lunghi, le mediazioni[7].

Ma questa accettazione si fonda sulla coscienza che il mondo non è diviso tra bene e male, tra i buoni e i cattivi. La scelta non è il discernimento delle forze (partitiche, politiche, militari…) con cui allearsi e da sostenere per far trionfare il bene. Questa accettazione della conversazione diplomatica si fonda sulla certezza che non si dà a questo mondo l’impero del bene. Per questo bisogna dialogare con tutti. Il potere mondano è definitivamente desacralizzato. Se chi fa il politico è chiamato a farsi «santo» proprio facendo il politico, operando per il bene comune, d’altra parte nessun potere politico è «sacro».

In tal senso Francesco confida tutto e solo nel futuro escatologico, confida in Dio solo. Ma è proprio questo che lo spinge a mettere in atto ogni possibile sforzo per puntare sull’«integrazione», su tutto ciò che – mettendo da parte ogni falsa illusione di «sacro impero» – porta gli uomini sulla strada del bene, pur in mezzo alle tentazioni di questo mondo. Proprio per questo nessuno è il «cattivo», cioè l’incarnazione del demonio. E questo è scandaloso perché lascia aperta una porta (a volte davvero stretta, ma aperta comunque) anche in situazioni politicamente problematiche.

Contro la tentazione di un cattolicesimo tribale

L’energia che lo porta a frenare la caduta del mondo nel baratro dunque non spinge il Pontefice al compromesso con i poteri. Questo è il punto più delicato del ragionamento, perché a volte la Chiesa crede che l’unico modo di poter frenare la decadenza sia quello di allearsi con un partito politico che ne permetta la sopravvivenza come agenzia di senso. È stato spesso il dramma della nostra Italia. E le nostalgie non sono ancora spente. Bergoglio invece non crede a questo potere del potere. Il sacro non è mai puntello del potere. Il potere non è mai puntello del sacro.

Il discorso alto proprio del pontificato allora sposa tanto i temi dell’uguaglianza, della necessità di «terra, casa e lavoro», quanto quelli legati alla libertà. Il «relativismo» viene svelato adesso ancora di più nei suoi aspetti sociali devastanti. L’appello alla «lotta» contro la dittatura del relativismo tocca il cuore della dignità umana, che resta indifesa e inerme senza terra, casa e lavoro. E questo non perché Francesco immagini il paradiso in terra: il suo non è un utopismo mondano. Ma perché il suo è uno sguardo di fede, che si fonda sul Giudizio finale così come il Vangelo delle Beatitudini ce lo presenta.

A questo proposito, un ambasciatore ha notato che «il linguaggio di Benedetto XVI era quello della modernità occidentale, che da una parte riconosceva il pluralismo delle visioni del mondo nella società contemporanea, dall’altra denunciava la “dittatura del relativismo”. Il linguaggio di Francesco, pur guardando in faccia le molte sfide della modernità culturale, al contempo considera prevalente il processo di polarizzazione sociale ed economico che si va dipanando su scala globale, con una progressione incalzante e un’intensità crescente»[8].

Cade, a questo punto, la contrapposizione tra laico e cristiano, intesi come categorie ideologiche, campi semantici e riferimenti astratti. Lo Spirito è incontenibile. Il pensiero «cristiano» si oppone di per sé a un pensiero «laico» solo se si è mutato in ideologia. Ma se esso stesso diventa ideologia non ha più nulla a che fare con Cristo.

In realtà – ha detto il Papa in Egitto[9] – cadono tutte le contrapposizioni irrigidite dalla polvere dei tempi. La vera sapienza è «aperta e in movimento, umile e indagatrice al tempo stesso». Non c’è che una sola contrapposizione: o la «civiltà dell’incontro» o l’«inciviltà dello scontro». E le religioni? «La luce policromatica delle religioni ha illuminato questa terra». La policromia non contrappone i colori mettendoli in antitesi, ma li assume in una visione non conflittuale. In fondo è questo il grande problema oggi: si vive molto spesso la diversità in termini conflittuali.

Nel suo discorso per la pubblicazione del fascicolo 4000 de La Civiltà Cattolica Francesco affermava: «Fate conoscere qual è il significato della “civiltà” cattolica, ma pure fate conoscere ai cattolici che Dio è al lavoro anche fuori dai confini della Chiesa, in ogni vera “civiltà”, col soffio dello Spirito». E poco prima, nello stesso discorso, aveva detto che «la cultura viva tende ad aprire, a integrare, a moltiplicare, a condividere, a dialogare, a dare e a ricevere all’interno di un popolo e con gli altri popoli con cui entra in rapporto»[10].

La cultura per Bergoglio ha valore di verbo più che di sostantivo. Solo i verbi la esprimono bene. In particolare: aprire, integrare, moltiplicare, condividere, dialogare, dare e ricevere. Sette verbi flessibili al passato, presente e futuro. Sette verbi che possono indicare o invitare o esprimere un imperativo che muove all’azione[11]. Il primo è «aprire».

È lontana dal Papa l’idea di un populismo cattolico o – peggio ancora – un etnicismo cattolico, perché il Dio che lui cerca è dovunque. È ben lontana qui l’idea di un «tribalismo» che si appropria del libro dei Vangeli o del simbolo stesso della croce. Le nozioni di radici e di identità non hanno il medesimo contenuto per il cattolico e per l’identitario neo-pagano. Le radici etniche, trionfaliste, arroganti e vendicative sono semplicemente il contrario del cristianesimo.

La terza guerra mondiale non è un destino. Evitarla implica usare misericordia e significa sottrarsi alle narrazioni fondamentaliste e apocalittiche abbigliate di paludamenti e maschere religiose. Francesco lancia una sfida all’apocalisse e al pensiero di networks politici che sostengono una geopolitica apocalittica dello scontro finale, fatale e inevitabile. La comunità dei credenti, della fede (faith), non è mai la comunità dei combattenti, della battaglia (fight).

Occorre fuggire la tentazione trasversale di proiettare la divinità sul potere politico che se ne riveste per i propri fini. Si svuota così dall’interno la macchina narrativa dei millenarismi settari che preparano all’apocalisse e allo «scontro finale». La sottolineatura della misericordia come attributo fondamentale di Dio esprime questa esigenza radicalmente cristiana.

Per questo Francesco sta svolgendo una sistematica contro-narrazione rispetto alla narrativa della paura. Occorre, dunque, combattere contro la manipolazione di questa stagione dell’ansia e dell’insicurezza. E pure per questo, coraggiosamente, il Papa non dà alcuna legittimazione teologico-politica ai terroristi, evitando, ad esempio, ogni riduzione dell’islam al terrorismo islamista. E non la dà neanche a coloro che postulano e che vogliono una «guerra santa» o che costruiscono barriere di filo spinato proprio con la scusa di frenare l’apocalisse e di porvi un argine fisico e simbolico allo scopo di ripristinare un «ordine». L’unico filo spinato per il cristiano, infatti, è quello della corona di spine che Cristo ha in capo.

San Francesco sul soglio di san Pietro

Francesco giunge, in maniera provocatoriamente evangelica, a chiamare gli stessi terroristi con un’espressione densa insieme di condanna e di compassione: «povera gente criminale». Ha usato questa espressione nell’incontro con i rifugiati e i giovani disabili presso la chiesa cattolica latina di Betania, il 24 maggio 2014. In filigrana, vediamo sempre il peccatore – in questo caso il terrorista – come il «figlio prodigo» e mai come una sorta d’incarnazione diabolica. Fino all’affermazione davvero singolare per cui fermare l’aggressore ingiusto è sì un diritto dell’umanità, ma è anche postulato come «un diritto dell’aggressore», cioè il diritto «di essere fermato per non fare del male». In tal modo si vede la realtà da una prospettiva duplice, che include e non esclude il nemico e il suo maggior bene.

L’amore tipico del cristiano non è solamente quello per il «prossimo», ma quello per il «nemico». Quando si arriva a guardare l’uomo che commette l’orrore con una qualche forma di pietas, trionfa in maniera umanamente inspiegabile – e anche «scandalosa» – quella che invece è proprio la forza intima del Vangelo di Cristo: l’amore per il nemico. Questo è il trionfo della misericordia.

Senza questo, il Vangelo rischierebbe di diventare un discorso edificante, ma non certo rivoluzionario. La scelta di Francesco è quella di Cristo davanti al Grande Inquisitore, così come ce la presenta Dostoevskij nei Fratelli Karamazov: un bacio sulle labbra di chi gli annuncia la condanna a morte; un bacio non fa mutare idea, ma fa tremare le labbra e «brucia il cuore».

Il Papa oppone una forte resistenza alla fascinazione per il cattolicesimo inteso come garanzia politica, «ultimo impero», erede di gloriose vestigia, pilastro di argine al declino, davanti alla crisi delle leadership globali nel mondo occidentale. Per dirlo in termini semplificati, egli sta sottraendo il cristianesimo alla tentazione di rimanere erede dell’Impero romano. Quell’eredità che mischia potestas politica e auctoritas spirituale che abbiamo citato avviando il nostro ragionamento. Egli spoglia il potere spirituale dei suoi panni temporali, delle sue corazze, delle sue armature ossidate e arrugginite. Il suo abito bianco – e senza stemmi – riporta il cristianesimo a Cristo. Non indossa più il rosso, colore tradizionalmente imperiale ed espressione della imitatio imperii del vescovo di Roma, di cui il Constitutum Constantini costituisce la giustificazione e la sanzione giuridica.

Non illudiamoci: l’intreccio tra sacerdotium e imperium non è facile da dipanare. Forse non sappiamo nemmeno quali saranno gli esiti di questo processo. Bisogna chiarirne le condizioni e le possibilità. Certo è che il Papa non incorona simbolicamente più alcun «re» come defensor fidei. Sì, egli è un leader religioso di rilevanza mondiale, ma anche un leader dotato di un soft power in grado di proporre una visione del mondo capace di futuro.

In questo senso san Pietro è san Francesco. Per alcuni questo è l’ossimoro, lo «scandalo», cioè la pietra d’inciampo nella lettura del pontificato. L’aureola del santo di Assisi, povero cristiano, coincide con quella del vicario di Cristo. E abbandona per sempre il profilo dell’imperatore romano. Ma pure sfugge al pericolo di identificarsi con don Chisciotte della Mancia che lotta contro i mulini a vento dei nostri giorni. E rifugge dal compito di psicopompo delle anime belle rimaste nell’ovile.

Semmai forse torna in mente Dante, che nel De Monarchia collega l’auctoritas spirituale del Papa direttamente con la paternitas. Commenta Massimo Cacciari proprio a questo proposito: «Un “primato”, cioè, che si esprime nel potere della Chiesa di farsi radicalmente umile, povera, evangelica. Che significa apparire al mondo nuda, impotente, crocefissa. Verbum abbreviatum, insomma: è Francesco la salvezza della Chiesa. E solo innalzando la croce di Francesco la Chiesa potrà custodire anche la propria paternitas nei confronti dell’autorità politica»[12].

Solo una Chiesa che, confessando apertamente di non essere la città di Dio in atto, rigetti ogni compromesso nella gestione del potere politico potrà ancora essere ascoltata e valere nel «secolo». In questo senso ha ragione Paul Elie che sul New York Times ha pubblicato un pezzo dal titolo «Francis, the Anti-Strongman». Scriveva: «Oggi è l’epoca degli uomini forti: Xi Jinping in Cina, Vladimir Putin in Russia, Viktor Orban in Ungheria e Donald Trump negli Stati Uniti disdegnano controlli e contrappesi, la stampa indipendente e altre forze che potrebbero contrastare il loro potere. In queste circostanze, papa Francesco è emerso come anti-uomo forte. La sua scelta di nome evoca Francesco d’Assisi, umile santo patrono dei poveri»[13]. L’esortazione apostolica Gaudete et exsultate, tutta centrata sulla santità e pubblicata a cinque anni esatti dalla sua elezione, è per il Papa il cuore della sua azione di «riforma» della Chiesa, irriducibile alle scelte organizzative sulla Curia.

Francesco vuole ridonare a Dio il suo vero potere, che è quello dell’integrazione. «Integrare» significa «inserire le differenze di epoche, nazioni, stili, visioni, nel processo di costruzione». Il Papa disse chiaramente in Corea ai vescovi di tutto il continente asiatico che l’identità non è fatta solo di contenuti dati da preservare, non è fatta di un passato da conservare gelosamente[14]. Il tempo verbale dell’identità per il Papa non è il passato, che genera le «tentazioni identitarie», ma il futuro. L’ identità rivela non solo chi siamo, ma soprattutto che cosa speriamo. L’identità non è data da chi eri, ma da ciò che speri.

E su questo si basa anche una visione della Chiesa fondata sulla speranza e sul futuro escatologico, che è ultra-mondano. Francesco lo aveva ricordato ai vescovi degli Stati Uniti d’America: occorre stare attenti a non cadere nella tentazione di scambiare «la potenza della forza con la forza dell’impotenza, attraverso la quale Dio ci ha redenti». Mai bisogna fare «della Croce un vessillo di lotte mondane». Bergoglio intende liberare i pastori dal sentirsi in guerra in difesa di un ordine la cui caduta porterebbe all’apocalisse del cattolicesimo e magari del mondo. Il Papa non vuole vescovi «sgomenti», come presi da una sorta di «complesso di Masada», per cui la Chiesa si sente accerchiata da una società che deve combattere. Anche la difesa del cosiddetto «Occidente cristiano» è in realtà una perversione strumentale della morale cristiana. In alcuni casi si arriva persino a giustificare interessi geopolitici o economici ammantandoli della narrativa della difesa dei cristiani perseguitati.

Il primato dell’autorità spirituale e la fine della «cristianità»

Francesco rivela quindi la sua convinzione, che egli si forma anche leggendo il teologo gesuita Erich Przywara: siamo alla fine dell’epoca costantiniana e dell’esperimento di Carlo Magno. La «cristianità», cioè quel processo avviato con Costantino in cui si attua un legame organico tra cultura, politica, istituzioni e Chiesa, si va concludendo. Przywara – più volte citato dal Pontefice – era convinto che l’Europa fosse nata e cresciuta in rapporto e in contrapposizione con il Sacrum imperium, che avesse le proprie radici nel tentativo di Carlo Magno di organizzare l’Occidente come uno Stato totalitario. La fine della cristianità, tuttavia, non significa affatto il tramonto dell’Occidente, ma piuttosto porta in sé una risorsa teologica decisiva in quanto la missione di Carlo Magno è alla fine. Cristo stesso riprende l’opera di conversione. Cade il muro che quasi fino al giorno d’oggi ha impedito al Vangelo di raggiungere gli strati più profondi della coscienza, di penetrare fino al centro dell’anima[15].

La fine del costantinismo è «la possibilità per la Chiesa di riprendere i cammini evangelici avviati da Francesco d’Assisi, Ignazio di Loyola e Teresa di Lisieux, rompendo la barriera che la separava dai poveri ai quali il cristianesimo – nella congiuntura teologica politica delle varie forme della cristianità – è sempre apparsa come l’ideologia – e la garanzia – politica dei ceti dominanti»[16]. E questa stessa visione porta il Pontefice ad amare le Chiese dello «zero virgola», cioè quelle che hanno percentuali molto basse di cattolici rispetto alla popolazione dei Paesi in cui si trovano. Esse però sono semi per la Chiesa universale. Da qui la geografia della Santa Sede – inclusa quella del Collegio cardinalizio e quella dei viaggi apostolici – che è una geografia pastorale. Si pone, dunque, una netta differenza tra lo schema teopolitico imperiale di eredità «costantiniana», che vuole instaurare il Regno di una divinità qui e ora, e lo schema teopolitico «francescano», che è escatologico, cioè guarda al futuro e intende orientare la storia presente verso il Regno di Dio, regno di giustizia e di pace. Nello schema «imperiale» la divinità ovviamente è la proiezione ideale del potere costituito. Questa visione genera l’ideo­logia di conquista. La visione «francescana», al contrario, genera il processo di integrazione.

E questo è tanto più vero oggi, cioè in un’epoca in cui – in un nuovo «disordine» mondiale ancora difficile da decifrare – il cattolicesimo acquista una rilevanza su temi di interesse globale, quali l’ambiente, i migranti e i rifugiati, il rispetto dei diritti umani. Non si tratta affatto di isolare Francesco con la troppo facile e superficiale etichetta di «papa del Sud» del mondo in contrapposizione alla secolarizzata Europa. Ma qui si tratta di capire che al contrario è la globalizzazione della Chiesa a cambiare le questioni che definiscono l’impatto del cattolicesimo nella sfera pubblica.

Il 9 maggio 2016, in una intervista al quotidiano francese La Croix, il Papa ha detto, ad esempio, riguardo all’Europa: «L’Europa, sì, ha radici cristiane. Il cristianesimo ha il dovere di annaffiarle, ma in uno spirito di servizio come per la lavanda dei piedi. Il dovere del cristianesimo per l’Europa è il servizio». E ancora: «L’apporto del cristianesimo a una cultura è quello di Cristo con la lavanda dei piedi, ossia il servizio e il dono della vita»[17].

Ed è questo il forte messaggio che Francesco ha dato alla Chiesa italiana a Firenze nel 2015 con un lungo discorso da tirar fuori dall’archivio al più presto possibile: «Non vedremo nulla della sua pienezza se non accettiamo che Dio si è svuotato. E quindi non capiremo nulla dell’umanesimo cristiano e le nostre parole saranno belle, colte, raffinate, ma non saranno parole di fede. Saranno parole che risuonano a vuoto»[18].

Il primato dell’autorità spirituale è quello della misericordia. Ancora Francesco ha detto ai vescovi italiani: «Davanti ai mali o ai problemi della Chiesa è inutile cercare soluzioni in conservatorismi e fondamentalismi, nella restaurazione di condotte e forme superate che neppure culturalmente hanno capacità di essere significative. La dottrina cristiana non è un sistema chiuso incapace di generare domande, dubbi, interrogativi, ma è viva, sa inquietare, sa animare. Ha volto non rigido, ha corpo che si muove e si sviluppa, ha carne tenera: la dottrina cristiana si chiama Gesù Cristo». Il potere del Crocifisso – e dunque il potere crocifisso – è l’unico che può salvare il mondo.

Bergoglio sa che il «popolo eletto» che diventa «partito» entra in un intricato intreccio di dimensioni religiose, istituzionali e politiche che gli fanno perdere il senso del suo servizio universale e lo contrappongono a chi è lontano, a chi non gli appartiene, a chi è «nemico». L’essere «parte» crea il nemico: bisogna sfuggire da questa tentazione[19]. Né dal Vangelo possono discendere direttamente ricette politiche. D’altra parte, il Vangelo però discerne e giudica l’azione mondana e i suoi criteri. Due esempi: ridurre uomini, donne e bambini in fuga a oggetti smarriti nell’acqua del nostro Mediterraneo non può essere accettabile come mezzo di pressione per cambiare trattati internazionali. Così come al confine tra Stati Uniti e Messico non è possibile separare i figli dai loro genitori in quanto atto di crudeltà giustificato come forma di deterrenza all’immigrazione clandestina.

La sfida all’apocalisse dopo la Bomba e il Muro: la fratellanza umana

Dopo il percorso compiuto, possiamo dunque tornare alla domanda dalla quale siamo partiti. Francesco annuncia e accelera la fine, vagheggiando l’utopia di un mondo nuovo, oppure trattiene i tasselli di un mondo che sta andando in pezzi? Alla fine del nostro itinerario risulta chiaro che la sua strada non corrisponde perfettamente né all’una né all’altra ipotesi. Ce n’è una terza.

Francesco presenta la Chiesa come segno di contraddizione in un mondo assuefatto all’indifferenza. Reagisce innanzitutto chiedendo preghiere per il mondo, ma innanzitutto proprio per sé. E poi reagisce svolgendo un’azione pedagogica nei confronti di quei figli di Dio che ancora non sanno di essere figli e dunque fratelli tra di loro. Sa che la missione della Chiesa appartiene all’ambito dell’educazione, e dunque dell’attesa, della pazienza.

Un esempio chiaro di questa azione è stata la firma insieme al Grande imam di al-Ahzar, di un «Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune». Un evento avvenuto ad Abu Dhabi il 4 febbraio 2019. Crediamo che ancora non sia stata ben compresa la portata di quell’evento e di quel Documento. Nelle sue pagine c’è un’intuizione che, da una parte, annulla le accelerazioni apocalittiche delle posizioni jihadiste o «neo-crociate» e, dall’altra, non limita l’azione terapeutica a un semplice mettere cerotti, bende e stampelle per ritardare l’inevitabile fine. Le pagine non solamente firmate ma anche scritte insieme dal Papa e dall’Imam non sono prigioniere della disillusione, ma neanche si perdono nell’utopia.

In quel testo la lettura della realtà manifesta «una situazione mondiale dominata dall’incertezza, dalla delusione e dalla paura del futuro e controllata dagli interessi economici miopi». I due leader si esprimono «in nome di Dio», ma non pongono direttamente premesse teologiche asimmetriche. Partono invece dall’esperienza del loro incontro e dal fatto che a partire dalla loro fede in Dio varie volte hanno condiviso «le gioie, le tristezze e i problemi del mondo contemporaneo». Ecco l’incipit: «La fede porta il credente a vedere nell’altro un fratello da sostenere e da amare. Dalla fede in Dio, che ha creato l’universo, le creature e tutti gli esseri umani – uguali per la Sua Misericordia –, il credente è chiamato a esprimere questa fratellanza umana, salvaguardando il creato e tutto l’universo e sostenendo ogni persona, specialmente le più bisognose e povere».

Il Documento affronta con coraggio la sfida della malattia della religione che trasforma la santità in servizio dell’azione politica intesa come causa sacra. Essa, nelle sue forme più estreme e virulente, sembra spingere l’adepto a una nuova «creazione» del mondo attraverso la violenza. Così si respinge la visione apocalittica che genera il terrore come strumento per la realizzazione in tempi rapidi della volontà di Dio intesa come distruzione. È questo, infatti, il nucleo teologico del terrorismo religioso. Francesco e al-Tayyeb svelano insieme le dinamiche perverse di questa visione e le strappano definitivamente il carattere religioso, appunto.

Il riconoscimento della fratellanza è verticale, fondato sulla trascendenza e sulla fede in Dio. Per i due firmatari, l’uomo non si salva da solo, come direbbe un’etica laica, illuminista, radicale e borghese. Né la fratellanza è un dato meramente emotivo o sentimentale. Non è il semplice – per quanto importante – «volersi bene». Invece è un forte messaggio dal valore anche politico. Non a caso esso porta direttamente a riflettere sul significato della «cittadinanza»: tutti siamo fratelli, e quindi tutti siamo cittadini con uguali diritti e doveri, sotto la cui ombra tutti godono della giustizia. Parlare di «cittadinanza» allontana sia gli spettri di una fine accelerata sia le soluzioni politiche posticce pur di evitare il peggio. Scompare, infatti, l’idea di «minoranza», che porta con sé i semi del tribalismo e dell’ostilità, che vede nel volto dell’altro la maschera del nemico.

Così il messaggio assume rilevanza globale: in un tempo segnato da muri, odio e paura indotta, queste parole capovolgono la logica mondana del conflitto necessario. Il Papa lo ha espresso con chiarezza nel suo Messaggio per la Giornata mondiale della pace 2020: «La paura è spesso fonte di conflitto»; «sfiducia e paura aumentano la fragilità dei rapporti e il rischio della violenza». Bisogna rompere la «logica morbosa» della paura, dunque. L’approccio di Francesco è sovversivo rispetto alle teologie politiche apocalittiche che si vanno diffondendo sia nel mondo islamico sia in quello cristiano. E non solo. Non è un caso che papa Francesco abbia citato quattro volte il Documento di Abu Dhabi nel suo viaggio in Thailandia e Giappone. Lo ha donato al Patriarca buddista a Bangkok, e lo ha citato a Hiroshima, dove l’atomica è stata sganciata sull’umanità con la sua energia distruttiva apocalittica. E già sono giunte forti risonanze di sintonia col Documento sulla fratellanza umana dal mondo buddista, induista, sikh.

* * *

Abbiamo aperto con il Muro di Berlino e chiudiamo con la Bomba di Hiroshima. La direzione verso la quale ci si deve muovere per evitare il baratro dell’apocalisse è stata tracciata. Il fondamento di tutto è in una frase del Documento di Abu Dhabi: «La fede porta il credente a vedere nell’altro un fratello da sostenere e da amare». La fratellanza è la vera sfida all’apocalisse.

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A CHALLENGE TO THE APOCALYPSE
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[1].      Cfr G. Salvini, «Aumentano i muri tra i popoli», in Civ. Catt. 2018 I 364-371.

[2].      Francesco, «“Il nostro piccolo sentiero”. Il Pontefice incontra i gesuiti in Thailandia e Giappone», ivi 2019 IV 419.

[3].      La prima volta che Francesco usò l’espressione «ospedale da campo» riferita alla Chiesa fu durante l’intervista che gli feci a inizio pontificato: A. Spadaro, «Intervista a Papa Francesco», ivi 2013 III 449-477. Sulla visione del mondo di Francesco, cfr Id., Il nuovo mondo di Francesco. Come il Vaticano sta cambiando la politica globale, Venezia, Marsilio, 2018.

[4].      Cfr M. Cacciari, Il potere che frena. Saggio di teologia politica, Milano, Adelphi, 2013.

[5].      È la tesi di autori come Rod Dreher che abbiamo discusso in A. Lind, «Qual è il compito dei cristiani nella società di oggi? “Opzione Benedetto” ed eresia donatista», in Civ. Catt. 2018 I 105-115.

[6].      «Papa Francesco incontra “La Civiltà Cattolica” in occasione della pubblicazione del fascicolo 4000», ivi 2017 I 439-447.

[7].      Cfr Francesco, «“Il nostro piccolo sentiero”…», cit.

[8].      P. Ferrara, Il mondo di Francesco. Bergoglio e la politica internazionale, Cinisello Balsamo (Mi), San Paolo, 2016, 21.

[9]  .    Cfr Francesco, Discorso ai partecipanti alla Conferenza internazionale per la pace, Il Cairo, 28 aprile 2017.

[10].    «Papa Francesco incontra “La Civiltà Cattolica” in occasione della pubblicazione del fascicolo 4000», cit.

[11].    Ivi.

[12].    Cfr M. Cacciari, Il potere che frena…, cit.

[13].    P. Elie, «Francis, the Anti-Strongman», in The New York Times, 24 marzo 2018.

[14].    Cfr Francesco, Discorso ai vescovi dell’Asia, 17 agosto 2014.

[15].    Cfr ivi, 55; G. Zamagni, «“Tra Costantino e Hitler”. L’Europa di Friedrich Heer», in Id., Fine dell’era costantiniana. Retrospettiva genealogica di un concetto critico, Bologna, il Mulino, 2012, 55-57.

[16].    F. Mandreoli – J. L. Narvaja, «Introduzione», in E. Przywara, L’ idea d’Europa. La «crisi» di ogni politica «cristiana», Trapani, Il Pozzo di Giacobbe, 2013, 55.

[17].    G. Goubert – S. Maillard, «Entretien exclusif avec le pope François», in La Croix, 17 maggio 2016.

[18].    Francesco, Discorso nell’Incontro con i rappresentanti del V Convegno nazionale della Chiesa italiana, Firenze, 10 novembre 2015.

[19].    Cfr E. Przywara, L’ idea d’Europa…, cit., 3.

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The global crisis takes various forms and is expressed in conflicts, import duties, barbed wire, large migratory flows, falling regimes, new threatening alliances, and trade routes that open the way to wealth, but also to tensions. What is the meaning of the times we are living in? What is the Church’s task in this complex scenario? Will it be to announce the imminent end of this “world” or to be the wall of containment of the catastrophe? Is there a third possibility, subversive when compared to the apocalyptic political theologies which are being spread throughout the world? These topics are discussed in this article, with an indication as to what the real “challenge to the apocalypse” could be in its conclusion.

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