(foto: unsplash@jdsimcoe)

LA CRISI DELLA DEMOCRAZIA AMERICANA

Quaderno 4091

pag. 467 - 476

Anno 2020

Volume IV

5 Dicembre 2020
Voiced by Amazon Polly

La giornalista Robin Wright, scrivendo su The New Yorker (l’8 settembre 2020, online), chiedeva: «L’America è un mito?». Un mito che comunque non mantiene più unito il Paese. I sociologi ci hanno detto che gli Stati Uniti, diversamente da altri Paesi accomunati dal sangue e dal suolo, sono stati tenuti insieme da una serie di idee, ossia dalle verità evidenti contenute nella Dichiarazione di indipendenza: «tutti gli uomini sono creati uguali» e «sono stati dotati dal loro creatore di alcuni inalienabili diritti [alla] vita, libertà e ricerca della felicità».

Il mito americano oggi è esposto a sfide esistenziali, che non provengono più solo dalle periferie. Molte persone negli Stati Uniti sono consumate dalla rabbia. Al centro di questa situazione, come il magma al centro della Terra, c’è un senso di rettitudine morale, non totalmente genuino, frutto del passato puritano dell’America, che pervade la mentalità e le idee di alcuni gruppi politicamente o economicamente influenti.

Nel Secondo dopoguerra molti statunitensi ritenevano che il proprio Paese fosse un’eccezione rispetto alle fragilità politiche che affliggevano gran parte del resto del mondo. Sta di fatto, però, che gli Stati Uniti sono stati lacerati da lotte intestine per gran parte della loro storia. Agli inizi della Repubblica imperversava una feroce competizione politica tra federalisti e repubblicani, a base di imbrogli e assassini. Dal 1820 al 1860 i sostenitori della schiavitù e i loro avversari hanno ingaggiato un’aspra lotta, che è sfociata nella guerra civile. La Ricostituzione (periodo compreso tra il 1863 e il 1877) fornì solo una soluzione temporanea, fino a quando le leggi Jim Crow (a partire dal 1870) ristabilirono la supremazia dei bianchi sui neri.

La guerra del Vietnam e il movimento per i diritti civili hanno portato un decennio di contestazioni, che hanno tracciato linee divisive generali per le due generazioni successive. «Oggi l’America – osserva la Wright – è ancora in conflitto sui propri valori, sia che si tratti del patto sociale, sia della maniera di educare i figli, sia del diritto o del divieto di portare armi, sia della protezione dei suoi vasti territori, dei laghi e dell’aria, sia delle relazioni tra i singoli Stati e il governo federale». A ciò si deve aggiungere il fatto che la divisione più dolorosa, come ci ha ricordato il movimento afroamericano «Black Lives Matter»[1], riguarda la giustizia razziale e l’esercizio a volte abusivo del potere della polizia.

L’attuale crisi politica sembra aver prosciugato, nel sistema pubblico americano, le fonti storiche del rispetto, del compromesso e della coesione civica. Per decenni, il consenso che teneva unita l’America si è andato erodendo; nelle fondamenta della società statunitense hanno cominciato a moltiplicarsi le crepe. A intaccare i capisaldi su cui si regge la Repubblica sono state forze profondamente radicate nella cultura del Secondo dopoguerra: il declino della coscienza civica, il decadimento dei media, la degenerazione dei processi politici e le disfunzioni del sistema costituzionale americano.

Il declino della coscienza civica

La perdita della coscienza civica è una componente fondamentale dell’attuale crisi della democrazia americana. Fin dai suoi inizi, nel XIX secolo, il sistema scolastico pubblico statunitense si è preoc­cupato di educare cittadini alfabetizzati. Soprattutto tra la fine di quel secolo e l’inizio del successivo, quando gli immigrati giungevano a frotte sulle coste statunitensi, esso mirava a integrare i nuovi arrivati nella vita americana. L’accento posto inizialmente sulla cultura protestante, specialmente per quanto riguardava l’uso della Bibbia, ha portato poi all’istituzione di scuole private cattoliche; ma fino agli anni Cinquanta l’educazione civica è rimasta un obiettivo della scuola pubblica.

Negli anni Sessanta, caratterizzati dalle tensioni sulla Guerra del Vietnam, dal movimento per i diritti civili e dai conflitti dovuti al cambio generazionale, nelle scuole è subentrata l’insofferenza riguardo all’idea di dover trasmettere – nonché imporre – valori. L’insegnamento della Storia e dell’Educazione civica ha perso importanza. Allo stesso tempo, gli insegnanti uscivano da corsi di studi impostati per trattare la storia e la politica da punti di vista più critici e talvolta ideologici. In risposta a ciò, i genitori e i consigli scolastici locali, nel crescente malcontento per quelle che essi consideravano idee distorte insegnate ai loro figli, hanno iniziato a richiedere una censura dei programmi di studio e dei libri di testo. I grandi Stati conservatori, come il Texas in quei tempi, forti del loro potere d’acquisto, hanno esercitato un’influenza enorme, riguardo alla progettazione dei libri di testo, su editori che cercavano di proteggere i loro profitti.

Infine, dal momento che il bacino demografico degli Stati Uniti si era diversificato ed era diventato normale dare protezione alle minoranze, il multiculturalismo ha portato a una frammentazione degli studi sociali – studi sugli afroamericani, studi sulle donne, studi chicano e così via –, e si sono moltiplicati i dibattiti sui tradizionali canoni dell’istruzione, ritenuti dominio dei Dead White Males[2]. C’erano sempre più americani che non erano d’accordo su ciò che conta nella cultura americana.

Il decadimento dei media

Negli ultimi anni, i social media (Facebook, Twitter, TikTok e simili) sono stati accusati di esercitare un’influenza divisiva sulla cultura politica americana. Gran parte della colpa, tuttavia, va attribuita alla stampa cartacea e ai media radiotelevisivi, che per decenni hanno ridotto la loro attenzione verso l’estero. La copertura delle notizie non soltanto si è notevolmente focalizzata sulle questioni nazionali, ma si è concentrata progressivamente sulla politica, riducendola a un talk show.

Il settore dell’informazione, inoltre, ha in gran parte perso il senso del proprio intento civico quando ha iniziato a essere considerato una fonte di profitto, concentrandosi maggiormente sulla resa finanziaria piuttosto che sul contenuto. Di conseguenza, si sono ridotti i reportage e ha prosperato il giornalismo di opinione; i cronisti hanno lasciato il posto agli opinionisti, e le reti informative via cavo si sono trasformate in una ripetitiva fucina di dibattiti, incrementando il cinismo del pubblico riguardo alla politica.

Anche i media hanno contribuito al crollo dei valori nella società americana. Quando negli anni Ottanta The Real World, della rete HBO, si è fatto pioniere della Reality TV, ha trasformato la cattiva condotta degli adolescenti e dei giovani adulti in intrattenimento per un pubblico di nicchia. Negli anni successivi quella è diventata la norma. Le donne, tradizionalmente promotrici e custodi della virtù, non hanno fatto eccezione. Girls Behaving Badly ha generato The Real Housewives of Beverly Hills, The Real Housewives of New York City, The Real Housewives of Potomac e così via. I reality oggi affollano i palinsesti delle trasmissioni di prima serata con spettacoli come Survivor, Big Brother, The Bachelor e Love Island, dove gli adulti si comportano come fossero adolescenti fuori controllo che recitano il Signore delle mosche. Lo stesso presidente Trump ha attirato su di sé l’attenzione per i suoi interventi a The Apprentice («L’apprendista») e a WrestleMania.

La degenerazione dei processi politici

La crisi culturale americana è diventata una crisi politica, perché in una società in cui «chi vince prende tutto» sono state rimosse le barriere di protezione. Con la sentenza pronunciata in «Cittadini uniti contro la Commissione delle elezioni federali» (2010), la Corte Suprema ha annullato i limiti ai contributi alle campagne politiche, equiparando il denaro alla libertà di parola. Di conseguenza, i grandi gruppi economici e le persone facoltose hanno acquisito un’influenza spropositata nelle campagne politiche. Poi, nel 2013 la Corte Suprema ha annullato una parte essenziale del Voting Rights Act del 1965, la legge elettorale che obbligava alla supervisione dei tribunali federali in nove Stati e molte contee e città in cui c’erano state prove storiche di discriminazione razziale.

Subito dopo la sentenza «Shelby County v. Holder», l’Alabama, l’Arizona, il North Carolina, il North Dakota, l’Ohio, il Texas e il Wisconsin si sono attivati per limitare il diritto di voto delle minoranze. In particolare, il governatore della Carolina del Nord, Pat McCrory, ha firmato una legge che aboliva il voto valido fuori dal distretto, la registrazione nello stesso giorno del voto anticipato e la pre-registrazione per gli adolescenti prossimi ai diciott’anni, nonché ha emanato un provvedimento restrittivo riguardo al documento di identità degli elettori. Gli osservatori sostengono che questa legge sulla carta d’identità degli elettori abbia avuto l’effetto di opprimere il voto delle minoranze. In Texas i requisiti richiesti erano così complicati che per un certo tempo ai funzionari statali – compreso il procuratore generale Greg Abbott, ora governatore – è stato impedito di votare. Con un provvedimento singolare, agli abitanti dell’Arizona, che erano in possesso di un documento d’identità rilasciato a livello federale, è stato richiesto di esibire anche una prova della cittadinanza (atto di nascita o di naturalizzazione) per poter votare. Nel North Dakota le leggi sull’identità impedivano ai nativi americani di votare, perché le loro case, nelle riserve, erano prive di indirizzi stradali.

Ci sono molti modi per escludere gli elettori. In alcuni Stati le autorità hanno ridotto il numero dei seggi elettorali, costringendo gli elettori a fare lunghi viaggi e lunghe file per votare. A volte ai luoghi in cui votano le minoranze vengono negati attrezzature, personale, o addirittura un numero sufficiente di schede elettorali. Nella recente sessione elettorale, nonostante le proteste delle autorità statali, Trump ha denigrato il voto per posta, sebbene egli stesso abbia votato in Florida in questo modo.

Le disfunzioni del sistema costituzionale americano

Infine, la crisi della democrazia statunitense deriva da disfunzioni nel suo sistema costituzionale[3]. Si presume che il compromesso sia il modo in cui le democrazie funzionano. La Costituzione degli Stati Uniti è frutto di una serie di compromessi, ma col tempo essi possono diventare punti deboli del processo politico. Due accordi problematici di questo genere contribuiscono all’attuale crisi della democrazia americana. Il primo riguarda il sistema elettorale del Senato degli Stati Uniti, in base al quale ogni Stato ha diritto a due senatori. Si presume che esso serva a mantenere un equilibrio tra Stati piccoli e grandi e tra popolazioni rurali e urbane. Il secondo è il Collegio elettorale, l’organo che compie l’effettiva scelta dei presidenti, quello che, in elezioni incerte, può dare un peso determinante ai voti della minoranza popolare.

Il Senato è progettato per essere un organo deliberativo: non una Camera più ponderata, ma un organo che può impedire ai legislatori di dare risposte affrettate alla volontà pubblica. La Camera dei rappresentanti, che ha un mandato di soli due anni, è considerata «la Casa del Popolo», in cui si rispecchia più immediatamente l’opinione popolare. I senatori, con un mandato di sei anni, dovrebbero risultare più resistenti ai cambiamenti dell’opinione popolare. Fino agli inizi del XX secolo essi non venivano eletti direttamente, ma erano scelti dai Parlamenti dei singoli Stati.

Nell’odierna suddivisione tra blu e rossi, i popolosi Stati costieri sono contrapposti agli Stati interni, più ricchi di terra e meno popolosi. Dato che la popolazione nazionale conta 330 milioni di abitanti, di cui la stragrande maggioranza risiede nelle aree urbane, il Senato conferisce un potere sproporzionato agli Stati rurali, ai loro interessi e preferenze, sfidando le aspettative di legittimità democratica: aspettative che non sono state opportunamente tutelate dai Padri Fondatori.

Come il Senato, anche il Collegio elettorale è stato concepito quale strumento di controllo del potere popolare prima che le «elezioni democratiche» diventassero il modello della legittimità. Per due volte negli ultimi vent’anni – nel 2000 e nel 2016 – le elezioni presidenziali americane hanno prodotto un vincitore che, in sede di Collegio elettorale, non aveva raggiunto neppure la maggioranza relativa a livello di voto popolare nazionale. Soprattutto se combinate con la soppressione degli elettori, le vittorie ottenute da maggioranze ristrette, in alcuni Stati incerti, danno una percezione di illegittimità dei risultati elettorali, minando la fiducia nel processo democratico.

Le ultime elezioni

Sabato 7 novembre i principali organi di stampa statunitensi hanno annunciato che Joe Biden era stato eletto presidente degli Stati Uniti con 306 voti elettorali, contro i 232 di Donald Trump[4]. Dieci giorni dopo, Trump non aveva ancora riconosciuto la vittoria del suo avversario, né avviato, per quanto lo riguardava, il processo di transizione presidenziale. A contorno della vittoria di Biden, per i democratici, il risvolto è quello di aver perso seggi alla Camera dei rappresentanti e il fatto che il Senato sia ancora in bilico, in attesa di un doppio ballottaggio senatoriale in Georgia, previsto per il 5 gennaio. Sebbene durante la campagna elettorale si parlasse di una nuova maggioranza democratica, i repubblicani sono riusciti a vincere, mantenendo la maggioranza dei parlamentari e dei governatori statali.

In un certo senso, il voto è stato una vittoria per la democrazia americana, grazie all’affluenza record di 145 milioni di elettori. I tribunali, ora dominati dai repubblicani, nominati da Trump, uno dopo l’altro hanno respinto le azioni legali volte a bloccare, limitare o comunque contestare i conteggi dei voti. Le votazioni si sono tenute per lo più pacificamente. Il conteggio dei risultati del voto è stato un processo bipartisan condotto da scrutatori animati da spirito civico e tutelato dai segretari di Stato, i funzionari pubblici responsabili della supervisione delle elezioni.

Il voto, tuttavia, ha rivelato profonde crepe nel corpo politico. L’elezione ha espresso la sconfitta dello stile politico divisivo di Trump. Ironia della sorte, nonostante la morte di un quarto di milione di americani a causa del Covid-19, la divisione ideologica è così profonda che esso sembra aver giocato un ruolo marginale nelle decisioni degli elettori.

Sulla scia della sua vittoria, Biden ha promesso di unire e guarire la nazione. Privata del riconoscimento e della cooperazione nella transizione presidenziale da parte della Casa Bianca di Trump, la sua campagna ha iniziato a vestire i panni di un governo in attesa. Biden stesso è apparso mostrando sullo sfondo la scritta «Ufficio del Presidente eletto». Ha immediatamente annunciato la formazione della sua task force contro la pandemia e ha nominato i membri del suo staff della Casa Bianca.

A meno che non avvenga un miracolo elettorale in Georgia, con due candidati democratici vincitori di seggi al Senato, è improbabile che il nuovo Presidente sarà in grado di apportare significativi cambiamenti legislativi con un Senato controllato dai repubblicani. Le vittorie saranno di tipo pragmatico, avverranno attraverso pacchetti legislativi bipartisan che sono nelle corde di Biden, data la sua lunga esperienza legislativa. Naturalmente, con la pandemia da debellare e una depressione economica da invertire, il lavoro quotidiano del governo dovrà confrontarsi con grosse sfide.

Entrambi i partiti dovranno affrontare la questione della loro identità. Il partito repubblicano rimarrà il partito di Trump, oppure si ritaglierà una identità nuova. Anche senza Trump, potrà liberarsi da quell’etica del «vincere a tutti i costi» che l’ha privato di ogni rea­le interesse a governare per una rinnovata mentalità civica, quella che una volta veniva associata alla Middle America. La sinistra democratica, dal canto suo, deve fare i conti con la cattiva notizia che nelle periferie e nelle zone rurali la campagna di Trump è riuscita a dipingere le sue politiche preferite (il Green New Deal, l’opzione pubblica nel sistema sanitario, l’istruzione universitaria gratui­ta) come espressioni di un «socialismo» estremista. D’altra parte, alcuni dei suoi sostenitori più efficaci sono stati i Trump-No-More Republicans, come Steve Schmidt e i membri del Lincoln Project. Inoltre, la previsione degli osservatori secondo la quale ci sarà un consistente riallineamento politico, per cui afroamericani e latini sosterranno i numeri del partito anche in futuro, sembra esagerata. La maggioranza di entrambi i gruppi vota democratico, ma non in numero particolarmente elevato, e in entrambi i gruppi minoranze significative votano repubblicano.

Al di là delle identità di parte, il pubblico americano resta diviso da un grande abisso di incomprensioni. Alcune di queste sono di natura tribale, intrise di identità politiche che assumono una consistenza quasi religiosa, sulla cui scorta molti liquidano quelli dell’altra parte come malvagi e pericolosi. Un osservatore ha affermato che non è più opportuno identificare gli evangelici conservatori come «evangelici», né la destra cristiana come «cristiana», perché l’identità religiosa di molti è stata fagocitata dalle loro alleanze politiche. Il nazionalismo religioso è uscito allo scoperto come una forza politica autocentrata e non condizionata dalle strutture della Chiesa o dai precetti dell’ortodossia religiosa, e questo a scapito sia della vita politica sia di quella religiosa. Quella di guarire l’America si prospetta come una sfida ancora più difficile per i credenti politicamente impegnati, come lo è il cattolico Biden.

Una democrazia, se sarete in grado di mantenerla

Gli statunitensi non hanno sempre pensato al loro sistema di governo come a una democrazia. Si narra che nel 1787 Benjamin Franklin, al termine di un’assemblea durante i lavori della Convenzione, sia stato interpellato dalla moglie del sindaco di Filadelfia, Elizabeth Willing Powel, su quale forma costituzionale avrebbero assunto gli Stati Uniti. Questa la sua risposta: «Avremo una Repubblica, se sarete in grado di mantenerla». Franklin e gli altri Padri Fondatori, guardando al passato, si preoccupavano per la democrazia popolare e progettarono la Costituzione dotandola di una serie di controlli contro l’affermazione del potere del popolo. Una visione più favorevole alla democrazia si fece strada con le riforme elettorali dell’Era progressista (tra il 1890 e il 1920) – elezioni primarie, referendum, recall (controllo degli eletti), elezione diretta dei senatori e suffragio femminile –, che annullarono i vincoli del modello repubblicano per costruirne uno più democratico. Due guerre mondiali combattute «in difesa della democrazia» hanno alimentato nell’opinione pubblica la convinzione che gli Stati Uniti fossero una democrazia.

Sono state per lo più le passioni popolari, temute sia dai Fondatori sia dagli antichi che essi leggevano, a portare gli Usa a un momento di crisi. A questo punto, né i vincoli costituzionali, né le virtù delle élite odierne sono riuscite a fermare la demolizione dell’ American Experiment («Esperimento americano»)[5]. Che si tratti di una Repubblica o di una democrazia, l’interrogativo è: i cittadini americani sapranno mantenerla?

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[1].      È un movimento di protesta contro le ingiustizie della polizia, in particolare per le uccisioni di persone afroamericane.

[2].      È un’espressione usata per screditare autori e pensatori i cui scritti presumevano di essere una lettura canonica nelle discipline umanistiche, ma non includono nel loro numero donne, minoranze razziali e sessuali.

[3].      Cfr anche G. Sale, «Le elezioni presidenziali nella Costituzione degli Stati Uniti», in Civ. Catt. 2020 IV 140-154.

[4].      Cfr G. Sale, «Le elezioni del 46° Presidente degli Stati Uniti», in Civ. Catt. 2020 IV 368-383.

[5].      The American Experiment: A History of the United States, scritto da Steven M. Gillon e Cathy D. Matson, è un libro di testo di storia delle scuole superiori americane e delle Università.

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