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Attualità Cultura e società

Le elezioni fasciste del 1924

Giovanni Sale

3 Agosto 2024

Quaderno 4179-4180

Benito Mussolini si reca a votare in una sezione di Foro Bonaparte, a Milano (L'Illustrazione Italiana, 1924, n. 15).

Siamo a un secolo di distanza dalle prime elezioni fasciste dell’aprile 1924, che legittimarono non solo il nuovo governo guidato da Benito Mussolini, ma anche il «dominio» del fascismo sull’Italia e sulla vita degli italiani. Da quel momento nacque il cosiddetto «partito-Stato», che per vent’anni identificò le sue sorti con quelle della patria. Mentre Mussolini, con la Marcia su Roma del 1922, andò al potere con una sorta di pseudo-colpo di Stato, approvato dal re e da gran parte della classe politica liberale, il fascismo si impossessò delle leve del Paese, utilizzando uno strumento tipico delle democrazie liberali: le elezioni politiche. In questo modo guadagnò, anche con l’uso del sopruso e della violenza contro gli avversari politici, la fiducia di gran parte degli italiani, e diede al nuovo ordinamento una verniciatura di legittimità formale.

Dopo l’approvazione della nuova legge elettorale, la cosiddetta «Legge Acerbo», votata dal Parlamento italiano il 18 novembre 1923, tutto sembrava ormai predisposto per l’indizione di nuove elezioni generali[1]. Infatti, i maggiori attivisti politici si attendevano che Mussolini da un momento all’altro chiedesse al re lo scioglimento della Camera e del Senato regio, tanto più che egli non aveva richiesto la proroga dei pieni poteri concessagli un anno prima.

Sebbene Mussolini avesse imposto che la nuova legge elettorale adottasse un quorum molto basso – il 25% – per guadagnare la maggioranza dei seggi in Parlamento, non intendeva certamente accontentarsi di una vittoria così «risicata» per governare il Paese. Il semplice raggiungimento del quorum indicato dalla Legge Acerbo sarebbe equivalso per lui a una mezza sconfitta davanti all’opinione pubblica italiana e internazionale. Ciò che il duce voleva raggiungere nella successiva consultazione elettorale era invece una vera e propria investitura popolare del suo mandato di governo: questo lo avrebbe liberato dalle manovre dei partiti di opposizione o da quelle ancora più insidiose della Corona, e avrebbe oltremodo rafforzato la sua posizione di leader indiscusso all’interno di un partito turbolento e portato alla radicalizzazione dello scontro politico, quale era quello fascista.

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Mussolini non desiderava che le elezioni si riducessero a una semplice «conta» dei voti fascisti, ancora modesti. Voleva invece che gli elettori fossero chiamati a pronunciarsi – quasi con un voto plebiscitario – sulle attività svolte dal suo governo in un anno e mezzo di vita. Egli insomma intendeva rivolgere il suo appello non soltanto ai fascisti della prima o dell’ultima ora, ma anche a tutti i moderati del Paese, a tutti gli «uomini d’ordine», che sapeva essere filogovernativi, sebbene non ancora interamente guadagnati al fascismo. Ma, per raggiungere questo scopo era assolutamente necessario aprire la «lista governativa» anche ad altri soggetti che godevano la stima e la considerazione degli italiani moderati[2].

Il discorso elettorale di Mussolini da Palazzo Venezia

Il 22 gennaio 1924 il Consiglio dei ministri approvò la relazione da presentare al re per lo scioglimento della Camera dei deputati, e il 24 il sovrano firmò il decreto di scioglimento, pubblicato il giorno dopo sulla Gazzetta Ufficiale, indicando per il 6 aprile la convocazione dei comizi elettorali, e fissando per il 24 maggio l’apertura della nuova Camera. Queste furono le procedure istituzionali che prepararono le prime elezioni politiche dell’epoca fascista: elezioni che si svolsero, come si è detto, in base alla nuova legge elettorale, approvata dal Parlamento pochi mesi prima, e che avrebbero dovuto consolidare, attraverso un risultato elettorale favorevole al fascismo, non soltanto la nuova compagine governativa, ma anche l’avvento del nuovo regime al potere.

Nella relazione presentata al re da Mussolini, a questo proposito si diceva che il governo fascista fin dall’inizio non si era lasciato tentare dall’idea di nuove elezioni politiche al fine di capitalizzare nell’immediato il consenso che aveva ottenuto nel Paese nella lotta per la pacificazione nazionale, sebbene la sua rappresentanza parlamentare fosse fortemente minoritaria e quindi, per governare, dovesse appoggiarsi ad altre forze parlamentari. Era giunto però il momento di sciogliere una Camera che, sorta in tutt’altre condizioni e «da un metodo elettorale basato sull’equivoco», non corrispondeva più al sentimento del Paese. Il governo perciò si appellò al responso degli elettori e domandò un giudizio formale «sull’opera compiuta e su tutto il programma del partito che è oggi al potere»: programma che in nessuna parte ledeva il dettato costituzionale e tendeva a creare uno Stato più forte, più attivo e capace nel perseguire il pubblico bene.

La campagna elettorale fascista fu inaugurata con una solenne celebrazione di massa dallo stesso Mussolini, il quale parlò alla folla dal balcone di Palazzo Venezia il 28 gennaio[3]. Fu questa la prima delle tante adunate fasciste che per circa un ventennio si sarebbero tenute nella stessa piazza al fine di legittimare con il consenso della folla le decisioni del duce. Quella sera, ogni cosa fu minuziosamente preparata, come in una liturgia laica: Mussolini arrivò alle 21 in macchina nella piazza, preceduto da tre squilli di tromba e accompagnato dal suono della marcia reale, salutato dai gagliardetti e da continui «alalà», mentre al suo passaggio le milizie presentavano le armi. Quando poi giunse nella Sala del concistoro, dove lo aspettavano numerosi rappresentanti del partito, questi lo accolsero col saluto romano. Quindi egli iniziò il suo atteso discorso, con il quale intendeva non solo accattivarsi la simpatia del partito, ma nello stesso tempo fissare – di fronte a tutti, sia collaboratori sia oppositori – alcuni punti chiave del suo programma politico e, inoltre, determinare una volta per tutte la tattica elettorale da seguire.

Mussolini disse di non dare gran peso alla competizione elettorale; tuttavia bisognava «ingaggiarla con la massima serietà, perché avrebbe potuto avere, a seconda dello sviluppo degli avvenimenti, conseguenze di grande importanza»[4]. In questo modo egli da un lato intimava ai suoi di considerare tale competizione come un fatto impegnativo, e dall’altro minacciava i suoi avversari che in ogni caso non si sarebbe fatto strappare il potere dalle mani, quale che fosse stato il responso delle urne. L’ultima parte di quel memorabile discorso, pronunciato dal balcone di Palazzo Venezia, fu dedicata al programma della lotta elettorale. Di fronte al fascismo – egli disse – stanno, da una parte, i partiti di sinistra, che saranno combattuti «col vecchio vigore delle camicie nere», e, dall’altra, i partiti «costituzionali», i popolari, i democratici sociali e i liberali, che vanno considerati come oppositori politici, e quindi vanno combattuti sul piano politico-elettorale. Con questi i fascisti non intendevano in alcun modo stringere alleanze elettorali, e neppure presentare liste comuni, ma avrebbero accolto nelle loro fila, «al di fuori, al di sopra e contro i partiti», quegli uomini che «sono disposti a darci la loro attiva e disinteressata collaborazione, restando bene inteso, però, che la maggioranza deve essere riservata al nostro partito»[5].

Il discorso di Mussolini ebbe una vasta eco nel Paese, costringendo in qualche modo i partiti a uscire allo scoperto e a chiarire la loro tattica elettorale. Il partito liberale decise di lasciare ai suoi iscritti carta bianca: essi erano liberi di accedere alla lista governativa oppure di creare liste parallele, non però ostili al governo, come fecero Giolitti e altri. La democrazia sociale, dopo l’uscita  del ministro Colonna di Cesarò dal governo, per affermare la sua piena autonomia dal fascismo, decise di presentarsi alla competizione elettorale con una lista propria. Questa fu anche la decisione del Partito popolare italiano (Ppi), che, in un comunicato del 26 gennaio, riaffermò il suo programma democratico cristiano e riconfermò la scelta elettorale «intransigente» fatta nell’ultimo Consiglio nazionale. Sebbene il nuovo sistema elettorale – si legge nel comunicato – «metta in condizioni di inferiorità i partiti autonomi di fronte alla lista governativa, che può dirsi eletta prima ancora che venga dato il responso delle urne», alterando così il vero risultato della volontà nazionale, tuttavia il Ppi si sarebbe presentato alla competizione elettorale con una lista propria, per cooperare «al ritorno della vita pubblica alla normalità costituzionale ed opporsi ad ogni attentato contro l’istituto parlamentare e contro le libertà politiche della Nazione»[6].

Il partito fascista, attraverso il suo organo supremo, il Gran Consiglio del fascismo, si impegnò a condurre la lotta elettorale in modo da non turbare affatto l’ordine pubblico, e Mussolini stesso dichiarò che le elezioni avrebbero dovuto svolgersi in un clima di libertà: «Nessuna violenza dovrà essere commessa e i fascisti devono essere i primi a rendersi garanti dell’ordine pubblico». Queste parole furono però disattese, e gli atti di violenza fascista continuarono a ripetersi, anzi a moltiplicarsi, prima ancora che la campagna elettorale entrasse nella sua fase più calda. La Civiltà Cattolica, come pure L’Osservatore Romano, ne riportavano puntualmente i resoconti, anche quando la violenza veniva compiuta a danno di persone non cattoliche, condannandola con parole chiare e forti.

La Santa Sede e la questione elettorale

L’indizione di nuove elezioni politiche e il discorso di Mussolini da Palazzo Venezia non potevano non interpellare, e in qualche modo anche attivare, la Santa Sede sull’atteggiamento più opportuno da tenere in quella difficile situazione. Dopo le parole di Mussolini, la campagna elettorale era entrata nel vivo della polemica e non si prospettava affatto facile, anche a motivo dell’indirizzo intransigente adottato dal fascismo a tale riguardo[7]. Intanto, nonostante le generiche assicurazioni del «centro», in varie parti d’Italia gli atti di violenza compiuti da gregari fascisti contro gli avversari politici – e in diversi casi anche contro organizzazioni cattoliche – erano all’ordine del giorno. Fino allora la Santa Sede era sempre intervenuta in materia di competizioni elettorali, sia per vietare ai cattolici di parteciparvi, secondo la norma del Non expedit[8], sia per renderle possibili, interpretando in modo più elastico il suddetto divieto – il che avvenne sotto Pio X secondo le indicazioni del Fermo Proposito –, quando «ragioni parimenti gravissime, tratte dal supremo bene della società, che ad ogni costo deve salvarsi», rendevano necessario l’apporto del voto cattolico: «ragioni gravissime» che dovevano essere valutate di volta in volta dalla gerarchia. L’eccezione divenne norma generale sotto Benedetto XV, quando, nel 1919, la costituzione di un partito formato per la quasi totalità da cattolici portò all’abolizione pratica, ma non di principio, del Non expedit[9].

Dal diario di p. Enrico Rosa veniamo a sapere che il Papa, subito dopo l’indizione delle elezioni politiche, chiese al direttore de La Civiltà Cattolica di preparare un memorandum sull’atteggiamento che i cattolici avrebbero dovuto tenere in quella campagna elettorale[10]. Esso descriveva in modo sintetico, ma incisivo, le divisioni esistenti in quel momento nel mondo cattolico in materia politica, e con una certa acutezza individuava anche quali sarebbero stati gli schieramenti elettorali che si sarebbero presto venuti a creare. I cattolici – vi si legge – si possono considerare di fronte alla prossima competizione elettorale come divisi in due schieramenti diversi: quello che collabora con il Ppi e quello «che è fuori delle sue file e contrasta ad alcuni suoi principi ed atteggiamenti»[11].

Il memorandum sottolineava inoltre che «la maggioranza dei cattolici, considerando il Ppi esponente politico del programma sociale cristiano, milita tra le sue file e fra le sue file rimane o per convenienza o per disciplina, nella presente lotta»[12]. La Santa Sede e gli uomini ad essa vicini erano perfettamente consapevoli che, nonostante le recenti diatribe e lacerazioni nel partito dei cattolici, il grosso delle sue forze, soprattutto al nord d’Italia, gli era ancora fedele. Perciò qualsiasi decisione avrebbe preso in materia elettorale, non avrebbe potuto prescindere da questa constatazione di fatto.

La lettera della Segreteria di Stato sulle elezioni del 1924

Il 10 febbraio 1924 la Segreteria di Stato inviò a tutti i vescovi italiani e ai superiori maggiori degli ordini religiosi una lettera, nella quale si chiedeva loro di tenersi fuori dalle «lotte dei partiti e al di sopra di ogni competizione meramente politica»[13], affinché la passione politica non prendesse il sopravvento sul ministero pastorale, portando così divisione e scompiglio all’interno della comunità cristiana. Inoltre, si raccomandava a tutti i prelati grande prudenza nel trattare di questioni politiche, in modo da evitare anche soltanto l’apparenza di «atteggiamenti e favoreggiamenti di partito politico, comunque questo si denomini, e subordinando – se è il caso – anche le loro personali vedute agli alti doveri e alle delicate esigenze del loro sublime ministero»[14].

Questa lettera non deve però essere interpretata, come è stato fatto, come una sorta di sconfessione indiretta del Ppi da parte della gerarchia ecclesiastica, in modo da sottrargli, in un momento così decisivo per il partito, l’appoggio di molti sacerdoti che in diverse parti d’Italia vi lavoravano come attivisti o semplicemente come propagandisti. Di fatto, non fu interpretata così neppure dai dirigenti popolari. Essa ripeteva una formula di rito che era stata utilizzata dalla Segreteria di Stato anche nelle precedenti competizioni elettorali, sebbene questa volta non avesse un valore semplicemente formale o di facciata. Un certo scalpore fece, in quei giorni, un’«infelicissima circolare segreta» inviata da un attivista popolare di Macerata ai parroci della provincia, con cui essi venivano invitati a collaborare per la vittoria della lista popolare in quella zona. Questo fatto fu immediatamente strumentalizzato dai capi del fascismo, che colsero l’occasione per spingere le autorità ecclesiastiche locali a vigilare in modo più attento sull’operato del loro clero. Così commentava questo fatto La Civiltà Cattolica, ricordando il suddetto divieto imposto al clero dalla Santa Sede: «Se non piace lo scudo crociato imbracciato da un sacerdote, non si vede quanto sia più estetico sull’abito clericale il fascio littorio»[15]. Questo ammonimento era rivolto, in modo non troppo velato, a quei non pochi ecclesiastici che, in molte regioni d’Italia, soprattutto nel Meridione, simpatizzavano per il fascismo e per la carismatica figura di Mussolini.

Il risultato elettorale

Il 6 aprile, l’affluenza alle urne fu grande e superò perfino le più ottimistiche previsioni dei commentatori politici: la percentuale dei votanti fu del 63,8% (pari a 7.614.451), la maggiore registrata fra le elezioni politiche che si erano svolte fino allora. Il «listone» ebbe 4.305.936 voti, mentre la cosiddetta «lista-bis» ne raccolse 347.552; in totale, le due liste governative guadagnarono il 66,3% dei suffragi, quindi 374 seggi parlamentari sui 535 disponibili. Le liste parallele liberali, non ostili al governo, guadagnarono altri 199.024 voti (2,8%). I maggiori partiti di opposizione invece registrarono un notevole calo di voti rispetto alle precedenti elezioni politiche: i due partiti socialisti – quello unitario e quello massimalista – ottennero insieme il 9,8% di voti, mentre i democratici sociali si attestarono all’1,4% di voti.

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Il Ppi fu il partito più votato fra quelli dell’opposizione, ma registrò un forte calo rispetto alle precedenti competizioni elettorali: mentre nelle politiche del 1921 aveva avuto il 21% dei suffragi, in quelle del 1924 ebbe il 9,1%, pari a 637.649 voti. Certo, commentò La Civiltà Cattolica, i popolari non raccolsero tanti voti quanti ne avevano avuti nel 1921, «ma quando si pensi alla lotta tenace contro di loro scatenata, alla deficienza della stampa di partito, alla poca propaganda potuta esercitare nel periodo elettorale, le cifre dei voti, per quanto molto rimpicciolite, dicono abbastanza che con la sola forza non tutto si ottiene».

Gli unici partiti dell’opposizione che registrarono un incremento rispetto al passato furono i comunisti (3,8%) e i repubblicani (1,6%): fu premiato dagli elettori il loro coraggio nel contrapporsi apertamente al fascismo, avendo organizzato una campagna elettorale realmente di opposizione, tutta tesa cioè a combattere la lista governativa[16].

A Mussolini era dunque riuscita l’operazione trasformista (tale infatti era il «listone») nei confronti della destra, unendo allo zoccolo duro del fascismo un centinaio di rappresentanti delle formazioni conservatrici liberali, che avevano accettato di legare la propria sorte a quella del regime, «rinnovando così l’alleanza che gli aveva permesso di assumere la direzione del Governo in seguito alla marcia su Roma»[17].

Come furono commentati questi risultati molto favorevoli al fascismo dalla Segreteria di Stato? Non abbiamo informazioni dirette a questo proposito, però sappiamo che la cronaca delle elezioni scritta da La Civiltà Cattolica fu rivista personalmente dal card. Gasparri. Essa quindi rispecchia appieno il pensiero che la Santa Sede aveva su questi fatti. «Le elezioni – commentava la rivista dei gesuiti –, svoltesi con ordine e tranquillità inattesa nelle grandi città, furono turbate in parecchi piccoli centri da violenze e da fatti di sangue. Cose non inaudite, frutto proprio della passione elettorale; ma ciò che più nocque allo splendore della vittoria del fascismo, fu la prepotenza con cui si impedì a molti di esercitare il diritto di voto, e ciò non solo in paeselli sperduti tra le gole delle Alpi, ma alle porte stesse di Roma, come a Frascati, ad Albano, ad Ariccia»[18], dove si impedì ad alcuni elettori di esercitare il loro diritto di voto, mentre ad altri si sottrasse con la forza il certificato elettorale, che fu usato dai fascisti per votare al posto degli avversari. Non fa dunque meraviglia che si dica, da parte delle opposizioni, che se i vincitori avessero rispettato la volontà degli elettori, «le sorti della battaglia sarebbero state alquanto diverse, se non per numero di mandati, certo per numero di suffragi. Ad ogni modo un po’ più di rispetto all’altrui diritto, mentre avrebbe permesso una migliore valutazione delle forze reali dei partiti, sarebbe stato tanto di guadagnato anche per il buon nome del fascismo e certo per la pacificazione degli animi»[19].

Violenze contro le associazioni cattoliche

Furono soprattutto le violente azioni di rappresaglia compiute dai fascisti contro i popolari, nei comuni dove avevano ottenuto la maggioranza dei suffragi, che impensierirono l’autorità ecclesiastica[20]. Tali atti di violenza colpirono infatti non soltanto attivisti politici cattolici, ma persino sacerdoti.

In quegli stessi giorni furono saccheggiate e devastate molte cooperative bianche del milanese. Secondo il giornale cattolico di Milano L’Italia, furono 46 quelle maggiormente colpite dalla violenza fascista: alcune vennero semplicemente saccheggiate e fatte chiudere con la forza, in altre invece si obbligarono i responsabili a vendere tutta la merce disponibile nel giro di poche ore a prezzi bassissimi, con l’ordine perentorio di cancellare ogni traccia della cooperativa cattolica. Questi fatti, commentò La Civiltà Cattolica, erano tanto apertamente contrari a ogni sentimento di giustizia e di convenienza sociale che si attendeva un’immediata sconfessione e un pronto intervento da parte dell’autorità pubblica. «Invece, mentre i devastatori rimanevano impuniti, il capo del fascismo cremonese, quello stesso on. Farinacci a cui l’on. Mussolini aveva inviato un telegramma di congratulazioni per la vittoria elettorale, rimpiangeva soltanto che ciò non fosse stato compiuto assai prima»[21]. La stampa di regime, invece, cercò in tutti i modi di attenuare la gravità dei fatti accaduti, accusando di «politicantismo» le cooperative e i circoli cattolici del Nord.

La vittoria fascista fu solennemente festeggiata in ogni parte d’Italia con manifestazioni pubbliche. Mussolini, durante il viaggio da Milano a Roma il 10 febbraio, fu salutato, in tutte le stazioni dove il treno si fermava, da grandi folle di fascisti ed entrò nella capitale come un vero trionfatore: fra due ali di folla attraversò, su una macchina scoperta, via del Corso, fino a Palazzo Chigi, dal cui balcone tenne un solenne discorso, nel quale parlò di pacificazione nazionale e di lavoro per tutti: «Il partito – egli disse – ha dichiarato: vogliamo dare cinque anni di pace e di fecondo lavoro al popolo italiano. Questa dichiarazione è mia; poiché se altri può dire: perisca la patria purché si salvi la fazione, noi fascisti diciamo: periscano tutte le fazioni, anche la nostra, ma sia grande, sia rispettata, sia forte la patria Italia»[22]. Inoltre, in quella circostanza egli fu anche insignito della cittadinanza onoraria della «città imperiale di Roma».

A queste manifestazioni di giubilo per la vittoria furono a volte invitate anche le autorità religiose. Ciò avvenne a Cremona, feudo di Farinacci, dove al clero cittadino fu chiesto di partecipare alla celebrazione della vittoria elettorale fascista con «suoni di campane e sacre funzioni». Il vescovo della città, mons. Giovanni Cazzani, scrisse alla Segreteria di Stato una lettera, in cui affermava che una partecipazione del clero a quelle manifestazioni politiche sarebbe stata malvista dai cattolici, soprattutto dopo le recenti violenze fasciste contro le organizzazioni cattoliche della Lombardia. Egli chiese inoltre al cardinale Gasparri che la Santa Sede indicasse direttive comuni a tutti gli ordinari d’Italia su come il clero avrebbe dovuto comportarsi in quelle imbarazzanti situazioni, per non compromettere il bene della Chiesa.

L’accorata protesta del vescovo di Cremona trovò orecchi attenti in Vaticano: qui infatti si era molto preoccupati per come si stavano mettendo le cose, in particolare per le continue violenze rivolte contro le organizzazioni cattoliche e per l’inerzia mostrata dal governo, nonostante le insistenze della Santa Sede, nel ricercare i responsabili di quei reati e punirli secondo la legge. Così il 17 febbraio dalla Segreteria di Stato fu preparata una Nota, da inviare a tutti i vescovi italiani, nella quale si faceva loro divieto di partecipare alle manifestazioni pubbliche indette per festeggiare la vittoria fascista: «Conformemente alle disposizioni più volte emanate dalla Santa Sede – si legge nel comunicato – intorno alla partecipazione del clero alle lotte politiche, si ricorda agli Ecc.mi Ordinari d’Italia ed ai loro dipendenti che, negli imminenti festeggiamenti, conseguenti le elezioni politiche, essi debbono astenersi dal prendervi parte specialmente con funzioni o significazioni di carattere religioso»[23].

Nello stesso documento, che non fu mai spedito dalla Segreteria di Stato, è segnato a penna il seguente ordine: «Non si manda più. Ordine di mons. Segretario»[24]. Per prudenza, il cardinale Gasparri preferì soprassedere alla questione dei «festeggiamenti della vittoria», ritenendo, forse a ragione, che una dichiarazione di quel tipo avrebbe arrecato difficoltà di ogni genere agli Ordinari nei confronti delle autorità fasciste e che in fondo non avrebbe recato nessuna vera utilità alla causa cattolica: meglio quindi che ogni vescovo decidesse in coscienza il da farsi qualora se ne presentasse l’occasione, tanto più che il «caso di Cremona» non ebbe numerosi imitatori. Fu questo un atto di debolezza della gerarchia cattolica nei confronti del fascismo vittorioso? Forse. In ogni modo, questo comportamento fu ispirato da estremo realismo e da giusta ponderazione delle proprie forze.

Che cosa dire, in definitiva, della vicenda delle elezioni politiche? Come la Santa Sede valutò la vittoria fascista? Essa non avrebbe certamente desiderato una vittoria del fascismo così schiacciante – dal punto di vista della percentuale dei suffragi ottenuti –, e non aveva neppure previsto, né tantomeno desiderato, un ridimensionamento così forte del voto popolare, che era ancora considerato come il voto cattolico per eccellenza. Ma poiché le cose erano andate così, l’autorità ecclesiastica, per il bene della Chiesa e della società, non poteva assumere un atteggiamento di opposizione o di ostilità nei confronti del governo in carica che, nonostante le violenze e i brogli elettorali compiuti a danno delle opposizioni, era considerato il governo legittimo del Paese, in quanto legalmente eletto dalla maggioranza degli italiani. La Santa Sede, volente o nolente, non poteva prescindere da questa semplice realtà di fatto. Va ricordato, inoltre, che la dottrina cattolica tradizionale insegna che bisogna obbedire all’autorità civile legittimamente investita del potere pubblico, tanto più se essa non si mostra ostile nei confronti della Chiesa, come appunto sembrava essere il fascismo.

Copyright © La Civiltà Cattolica 2024
Riproduzione riservata
***

[1].    Cfr G. Sale, «La legge elettorale fascista del 1923», in Civ. Catt. 2024 I 532-541.

[2].    Sulle elezioni dell’aprile 1924 e sulle manovre politiche che le prepararono, cfr A. Lyttelton, La conquista del potere,Roma – Bari, Laterza, 1974, 218-240.

[3].    Cfr R. De Felice, Mussolini il fascista, vol.I, Torino, Einaudi, 1968, 591; F. Perfetti, «L’Italia fra le due guerre», in Storia dell’Italia contemporanea,Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1984, 285 s.; L. Salvatorelli – G. Mira, Storia d’Italia nel periodo fascista,Torino, Einaudi, 1956, 283 s.

[4].    «Cose italiane», in Civ. Catt. 1924 I 376.

[5].    Ivi, 378.

[6].    Ivi, 375.

[7]  .   Cfr E. Gentile, Storia del fascismo,Roma – Bari, Laterza, 2022, 437.

[8]  .   Questo avvenne sotto Pio IX e Leone XIII, che, come conseguenza della spoliazione subita dal Papa dei suoi Stati dopo la presa di Roma da parte dei sabaudi, venivano a trovarsi in una situazione da loro ritenuta intollerabile e lesiva degli interessi supremi della Chiesa. Cfr F. Olgiati, «Per la storia del “Non expedit”», in Vita e Pensiero, n. 7,1951, 6.

[9]  .   Cfr G. Sale, La Civiltà Cattolica al tempo della crisi modernista (1900-1907): fra transigentismo politico e integralismo religioso,Milano, Jaca Book, 2001; Id., Popolari e destra cattolica al tempo di Benedetto XV, ivi, 2006.

[10].   Il primo fu portato in Vaticano il 29 gennaio: «Ho finito – annotava p. Rosa – e portato in Vaticano (a mons. Sostituto) uno scritto privato sul punto delle elezioni politiche e dell’atteggiamento dei cattolici» (Archivio della Civiltà Cattolica [Acc], Fondo Rosa).

[11].   Archivio Apostolico Vaticano (Aav), Italia, 581, 23, 60.

[12].   Ivi, 62.

[13].   Ivi, 617; 50; 32.

[14].   Ivi, 33.

[15].   «Cose italiane», in Civ. Catt. 1924 II 80.

[16].   Cfr R. De Felice, Mussolini il fascista, vol.I, cit., 585 s. Riguardo alle elezioni politiche nel periodo fascista, cfr A. Aquarone, L’organizzazione dello Stato totalitario,Torino, Einaudi, 1965; P. L. Ballini, Le elezioni politiche nella storia d’Italia dall’Unità al fascismo. Profilo storico-statistico,Bologna, il Mulino, 1988; P. Dal Lago Presente, «Elezioni», in Dizionario del fascismo,Torino, Einaudi, 2002.

[17].   P. Milza, Mussolini,Roma, Carocci, 1999, 364.

[18].   «Cose italiane», in Civ. Catt. 1924 II 187.

[19].   Ivi.

[20].   Cfr E. Gentile, Storia del fascismo,cit., 251.

[21].   «Cose italiane», in Civ. Catt. 1924 II 275.

[22].   G. Sale, Fascismo e Vaticano prima della Conciliazione, cit., 106.

[23].   Aav, Italia, 617; 50; 47.

[24].   Ivi.


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Le elezioni fasciste del 1924

Giovanni Sale

Scrittore de La Civiltà Cattolica


3 Agosto 2024

Quaderno 4179-4180

  • pag. 223 - 235
  • Anno 2024
  • Volume III

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Democrazia Fascismo Politica italiana Storia

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Lo spirituale nel cinema: intervista al regista Eugène Green

Come può il cinema – con il suo linguaggio specifico – aiutare l’uomo a cogliere nel mondo reale elementi invisibili,...

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Giuseppe Frassinetti.

Giuseppe Frassinetti: la spiritualità e la pastorale della confessione nell’Ottocento italiano

La vita sacramentale dei cristiani, occasione di incontro con Dio e celebrazione comunitaria della fede, è un ambito privilegiato dell’esperienza...

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Beatus Populus Cuius Dominus Deus Eius

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