BEETHOVEN: 250 ANNI DALLA NASCITA

Quaderno 4082

pag. 190 - 195

Anno 2020

Volume III

18 Luglio 2020
Voiced by Amazon Polly

Ludwig van Beethoven nacque a Bonn il 16 dicembre 1770 e morì a Vienna il 26 marzo 1827. Quindi, il prossimo dicembre si compiranno i 250 anni dalla sua nascita.

Tra i grandi musicisti dell’Ottocento tedesco, Beethoven è certamente quello più conosciuto e frequentato. Si è potuto dire di lui che egli «è il nocciolo attorno al quale si forma l’organizzazione dei concerti nel mondo intero»1. Se per i musicologi che lo considerano «sotto l’angolo visuale della così detta musica pura», forse il primato rimane incrollabile2, la sua popolarità è immensa anche al di fuori degli studi specialistici. Non c’è persona di media cultura che non conosca le sue sinfonie, i suoi concerti per pianoforte, almeno alcune delle sue sonate per lo stesso strumento, il coro del quarto movimento della Nona e le sue ouvertures.

Anche la storia della sua vita e della sua personalità è stata straordinariamente divulgata. Ben pochi ignorano la sua immagine fisica. Era un uomo dai tratti vigorosi, robusto e tozzo, con larghe spalle e la testa leo­nina, con un volto di colorito bruno segnato dal vaiolo, con gli occhi mobilissimi, la voce talvolta stridula, a volte grossolano e goffo nel rapporto con gli altri, una salute cagionevole afflitta da vari disturbi specialmente, fin dalla giovinezza, dalla sordità, che fu il dramma della sua esistenza. In questo corpo piuttosto sgradevole viveva un’anima nobilissima, forte e tenace, sensibile fino alla tenerezza, chiusa, aspra e sincera fino alla scontrosità, come succede spesso a chi ha avuto un’infanzia difficile e carenze affettive. Era figlio di una cuoca e di un padre alcolizzato, e la madre morì quando egli aveva 17 anni3.

La popolarità di cui ha costantemente goduto dipende certamente anche da un altro fattore. Egli cercò sempre libertà e indipendenza, dignità per l’uomo, amore per l’umanità. Non poteva essere diversamente. Si era spiritualmente formato nell’illuminismo giuseppino, che in lui, dopo la Rivoluzione francese, assunse un’intensa coloratura passionale, che era coscienza del suo genio, eccezionale energia volitiva, adesione totale agli ideali e alle leggi che la Rivoluzione imponeva per raggiungere il traguardo della fratellanza e della uguaglianza tra gli uomini.

Egli fu il primo a spezzare i rapporti di subordinazione –, meglio, di sudditanza – che solevano legare gli artisti all’aristocrazia. Mentre Haydn e Mozart avevano creato nell’ambito ristretto della cerchia delle famiglie aristocratiche, che sovvenzionavano da padroni i lavori dei musicisti, Beet­hoven visse del proprio lavoro, che presentava agli editori esigendone il compenso e perciò spesso spalancando l’arte a un pubblico più vasto di quello dei teatri imperiali e reali. Mozart, quando osò ribellarsi all’ordine feudale della corte arcivescovile di Salisburgo, si candidò a una vita di stenti. Beethoven affrontò quell’ordine da uomo libero e indipendente4.

Per commemorare questo anniversario del grande artista nei limiti di un articolo, abbiamo scelto di toccare un punto della biografia di Beethoven ben noto agli specialisti, ma forse ignoto al grande pubblico che ascolta la sua «musica sacra» e – come ci è capitato spesso di osservare – pensa che il musicista, usando il testo liturgico della Messa romana, abbia inteso offrire la sua testimonianza alla Chiesa cattolica. Le cose non stanno esattamente così.

La «Missa solemnis»

«La musica sacra mozartiana è cattolica nel senso più alto, essendo religiosa in quanto opera d’arte», e il suo cattolicesimo consiste «nella sua umanità, nel suo appello a tutti i cuori devoti e ingenui, nella sua chiara semplicità»5. Beethoven, che pure a modo suo credeva fermamente in Dio, fu il fondatore di una religione laica, ossia la religione del valore della libertà umana e della solidarietà umana. Non è a caso che al cattolico Haydn poté sembrare ateo6.

La Missa solemnis in re maggiore, op. 123, per soprano, contralto, tenore, basso, coro, organo e orchestra, del 1823, era stimata dallo stesso autore come la sua opera maggiore e, tenendo conto dei suoi orientamenti culturali, la si è potuta definire «messa dell’umanità sofferente»7.

La Missa solemnis fu composta come dono e in onore dell’arciduca Rodolfo d’Asburgo in occasione della sua consacrazione episcopale dopo essere stato nominato arcivescovo di Olmütz e ancor prima cardinale. Rodolfo, ultimo dei 14 figli dell’imperatore Leopoldo II, epilettico e con scarse attitudini per la politica e per la carriera militare, era stato avviato agli studi teologici. Conobbe Beethoven tra il 1803 e il 1805, quando aveva intorno ai 15 anni, e ne divenne allievo di pianoforte e di composizione. Fu per tutta la vita vicino al musicista, lo appoggiò spiritualmente e materialmente e, durante il Congresso di Vienna, lo presentò ai vari monarchi convenuti nella capitale dell’Impero8. Il musicista era molto affezionato all’allievo, al quale scrisse più di 100 lettere e dedicò 15 suoi lavori, tra cui il Quarto e il Quinto concerto per pianoforte, il Trio op. 97 detto dell’arciduca, le Sonate op. 106 e 111 e la Grosse Fuge op. 133. Rodolfo lo ricambiò come protettore presso la corte imperiale9.

Alla composizione della Missa solemnis l’artista si accinse faticosamente, studiando il lessico della musica religiosa del passato. Ricercò i testi e i trattati sulla prassi liturgica e si immerse nella musica di Palestrina, di Händel, di Bach e di Carl Philip Emanuel Bach10; e nella Missa solemnis si possono rintracciare procedimenti e immagini musicali derivati dagli stili liturgici precedenti.

«La Messa procede dalla reverenza, dalla supplica e dalla fede cieca al turbamento e all’inquietudine» e «getta un ponte sull’abisso della disperazione, dell’intorpidimento, verso la nostalgica speranza di un’umanità riconciliata nell’amore e nella certezza della paterna bontà di Dio»11. Come la Nona. E scrivendo di questa sua Messa all’arciduca Rodolfo, Beethoven confidava: «Non vi è nulla di più elevato che accostarsi alla Divinità più degli altri mortali e grazie a questo contatto diffondere i raggi della Divinità tra il genere umano»12.

Ma a quale divinità pensava Beethoven? Commenta un suo studioso: «Sul suo scrittoio teneva un foglio incorniciato con le frasi “Io sono ciò che è – Io sono ciò che è, che fu e che sarà, nessun uomo mortale ha sollevato il mio velo – È unico e discende da se stesso e da questo essere unico tutte le cose derivano la loro essenza”. Sono citazioni e commenti schilleriani di testi dell’antico Egitto e rispecchiano la concezione religiosa di Beethoven, nella quale si ritrovano elementi esoterici frammisti a una forte componente massonica»13.

Un altro studioso, sempre riferendosi alla Missa solemnis, scrive: «Sembra che Beethoven ci voglia avvertire del significato laico, massonico, di questa evocazione del Dio ultraterreno, il quale, nel momento in cui si fa musica, è materia umana dell’infinito, rappresentazione di un tempo che continua oltre l’estinzione di ogni suono. L’inganno estetico dell’arte è l’unica religione possibile […]. Sopra al Dio concepito come canto e luce c’è un altro Dio: l’Autentico ed Egli mai si sarebbe fatto uomo. Ingannando Cristo, lo ha rinchiuso per sempre in noi, nelle spirali del nostro tempo»14. Sembra questo lo sfondo ideale nel quale vanno collocate le tante espressioni del musicista incantato dinanzi alle meraviglie della natura che gliela facevano vedere, nella sua multiforme bellezza, come «una scuola gloriosa per il cuore» e specchio del divino15.

Concludendo, la Missa solemnis è esposta a due opposte interpretazioni. C’è chi, come Vincent d’Indy e quanti sono sensibili al puro testo liturgico, pensa che quest’opera somma esprima la fede cattolica e che in essa Beethoven avrebbe dimostrato la sua devozione verso la dottrina della Chiesa romana. E c’è chi pensa che l’artista sia stato un cattolico sui generis, intimamente fedele al deismo illuministico del XVIII secolo, con un’evidente propensione al panteismo. Forse, il giudizio più equilibrato resta quello di Eduard Herriot, secondo il quale la Missa solemnis possiede un suo accento religioso, qualunque ne sia la religione16. Giudizio del tutto condivisibile. Chi ascolta il Kyrie, il Sanctus e il Benedictus di questa Messa fa un’esperienza religiosa che innalza fino alla soglia del divino inesprimibile.

La musica

Un saggio di Enrico Fubini dedicato a uno scrittore contemporaneo di Beethoven17 ci offre l’opportunità di segnalare un aspetto della musica che, studiato solitamente nell’ambito del romanticismo, illumina la natura stessa della musica e l’effetto che essa suscita nell’ascoltatore. Superando il discorso storico-biografico sull’uomo e sul musicista Beethoven, ossia sui convincimenti da lui professati come uomo influenzato dalla cultura della sua epoca, si può affermare che nella sua arte, anche nella Missa solemnis, e in qualsiasi espressione artistica, va riconosciuto un valore metafisico che va molto al di là dell’evidenza concettuale, emotiva e sentimentale.

La musica, in particolare, e poi la poesia sembrano avere in sé qualcosa di inafferrabile, di indicibile, frutto di una tensione, forse anche inconsapevole e non ricercata dall’artista, del finito dell’arte verso l’infinito: una tensione che è la testimonianza della sproporzione incolmabile tra Dio e l’uomo. Vi è, quindi, nell’esperienza musicale un aspetto oggettivo irrazionale che è sentito come abbandono passivo e scoperta dell’indicibile.

Perciò la musica si configura come la traduzione in termini sensibili di una verità preesistente, come se esistesse un’armonia prestabilita tra la musica e l’animo umano, tra un ordine superiore all’uomo e i suoi sentimenti individuali; e, da ciò  dipendesse la comprensione intuitiva e simpatetica della musica. Essa, quindi, possederebbe, sempre e intrinsecamente, una componente religiosa, un richiamo a un’altra dimensione della vita, l’apertura a un orizzonte precluso alla ragione. Cioran, che era ateo, diceva di credere in Dio quando ascoltava Bach, e tutti sanno che Karl Barth, credente, considerava la musica di Mozart come una scala verso Dio. Esiste una specie di «spirito sacro» inerente all’arte dei suoni, uno spirito che loda il Signore anche quando il creatore di quei suoni ha ricevuto una formazione illuministica, della quale ripete i postulati quando parla come uomo e non quando crea in quanto artista. L’effetto prodotto dall’arte reca all’ascoltatore quello spirito, sebbene l’interprete e il critico ne prescindano e insistano sulle convinzioni intellettuali dell’artista.

È noto che Giovanni Paolo II insegnava che l’arte, «anche al di là delle sue espressioni più tipicamente religiose, quando è autentica, ha un’intima affinità con il mondo della fede, sicché, persino nelle condizioni di maggior distacco della cultura dalla Chiesa, proprio l’arte continua a costituire una sorta di ponte gettato verso l’esperienza religiosa»18. E aggiungeva: «L’artista è sempre alla ricerca del senso recondito delle cose, il suo tormento è di riuscire ad esprimere il mondo dell’ineffabile. Come non vedere allora quale grande sorgente di ispirazione possa essere per lui quella sorta di patria dell’anima che è la religione?»19.

Copyright © 2020 – La Civiltà Cattolica
Riproduzione riservata

***

BEETHOVEN: ON THE 250TH ANNIVERSARY OF HIS BIRTH
On the occasion of the 250th anniversary of Beethoven’s birth (December 16th, 1770), the article comments on what the great composer himself considered his most important work, the Missa solemnis. The genesis and, perhaps, the ambiguity of this composition is highlighted. Composed on the text of the Roman Mass, it is viewed by listeners and many performers as a tribute by the “Catholic” artist to the faith of the Church. Other interpreters understand it as an expression of the Enlightenment deism professed by its creator.

***

1 M. Mila, Breve storia della musica, Torino, Einaudi, 20144, 204.

2 Cfr ivi, 205.

3 Cfr G. Perricone, «Ludwig van Beethoven nel bicentenario della nascita», in Civ. Catt. 1970 IV 540-549.

4 Cfr A. Manzoni, Guida all’ascolto della musica sinfonica, Milano, Feltrinelli, 19776, 35-38; A. Einstein, Breve storia della musica, Milano, SE, 2008, 109-114; L. Mittner, Storia della letteratura tedesca, II/2, Torino, Einaudi, 1984, 687-691.

5 A. Einstein, W. A. Mozart. Il carattere e l’opera, Milano, Ricordi, 1987, 345.

6 Cfr L. Mittner, Storia della letteratura tedesca, cit., 688.

7 L. della Croce, Ludwig van Beethoven. Le nove sinfonie e le altre opere per orchestra, Pordenone, Studio Tesi, 1988, 495.

8 Cfr ivi, 482.

9 Cfr M. Solomon, Beethoven. La vita, l’opera, il romanzo familiare, Venezia, Marsilio, 1996, 341.

10 Cfr ivi, 343.

11 A. Einstein, Breve storia della musica, cit., 113.

12 M. Solomon, Beethoven, cit., 342 s.

13 L. della Croce, Ludwig van Beethoven, cit., 284 s.

14 A. Zignani, Ludwig van Beethoven. Una nuova interpretazione della vita e delle Opere, Varese, Zecchini, 2020, 202.

15 Cfr P. Repetto, «L’ultimo Beethoven», in Id., L’orizzonte dell’eternità. La musica romantica, Genova, il melangolo, 2003, 28-30.

16 Cfr E. Herriot, Beethoven. La sua vita e il suo tempo, Milano, Tarantola, 1947, 253 s.

17 Cfr E. Fubini, «Introduzione», in W. H. Wackenroder, Fantasie sulla musica, Fiesole (Fi), discanto, 1981, IX-XXVII.

18 Giovanni Paolo II, s., Lettera agli artisti (4 aprile 1999), n. 10.

19 Ivi, n. 13.

Acquista il Quaderno