RECENSIONE

IL RAGAZZO CHE ANDÒ VIA

Ennio Ranaboldo

Quaderno 4090

pag. 423 - 424

Anno 2020

Volume IV

21 Novembre 2020
Voiced by Amazon Polly

Di Eli Gottlieb – newyorchese, classe 1969 – è già uscito in Italia, nel 2018, Un ragazzo d’oro (Best Boy), che però è la continuazione narrativa, non l’antefatto, del romanzo di cui qui scriviamo.

È l’estate del 1967, nella contea di Essex, nel New Jersey, un tipico paesaggio di quell’America suburbana del benessere e della cosiddetta «alienazione» della classe media, che è forse il microcosmo e l’epoca narrativamente più frequentata da alcuni tra i migliori scrittori, poeti e drammaturghi prima, durante e dopo il grande «secolo americano»: Philip Roth, William Carlos Williams, Joyce Carol Oates, Junot Díaz, per citarne alcuni.

Ma la quiete e la sicurezza materiale dei sobborghi esplodono nella grottesca vita familiare raccontata da Gottlieb e, naturalmente, nelle cronache di quell’anno tragico che fanno da sfondo a essa: a gennaio, la rivista Ramparts pubblica le immagini atroci di bambini vietnamiti bruciati dal napalm, e Martin Luther King Jr., pochi mesi dopo, denuncia pubblicamente la guerra in un memorabile discorso. Le proteste pacifiste e per i diritti civili di neri e diseredati incendiano mezza America. «In televisione le varie guerre si fondevano in un unico, sconcertante nastro di violenza: neri tenuti a bada dalla polizia con gli idranti, aggrediti dai cani e inchiodati a terra, e poi neri che risorgevano nei panni dei soldati in divisa verde e puntavano armi tartaglianti verso il nemico “in difesa della libertà”» (p. 129).

La famiglia Graubart è un esempio di desolata infelicità: il protagonista e voce narrante, Danny, è un ragazzino ingenuo, ma anche complottista e dalle amicizie infide, dedito allo spionaggio dei propri familiari; il padre, Max, è un uomo d’azienda alcolizzato e depresso, ma anche un celato eroe dell’ultima guerra mondiale; la madre, Harta, è una casalinga disperata ed esuberante, immersa in un pantano di convenzionale domesticità. Scrive l’autore: «Pareva che esistesse una scorta inesauribile di donne la cui unica fonte di gioia nella vita, come avevo appreso, era starsene sedute nel nostro soggiorno a mangiare pan di Spagna, cantare, suonare il pianoforte e raccontare con voce da animale ferito dei loro mariti, di se stesse e soprattutto dei loro figli» (p. 56). Ma è anche una donna ferocemente protettiva dell’altro figlio adolescente, James, affetto da autismo, intelligente e sensibilissimo, incline a domande surreali e a imprevedibili atti di violenza contro se stesso.

Sfiducia, bugie e infedeltà tra i coniugi; gelosia e frustrazione mutate in crudeltà tra i fratelli mettono a nudo l’umanità ferita di ognuno, la mancanza di compassione, il danno inferto dalla compulsione (etilica ed erotica) e dalla quotidiana disperazione.

Per fortuna la scena non è solo fosca: ci sono l’ansia e la determinazione di Harta, che cerca in tutti i modi di preparare il figlio all’appuntamento cruciale con una commissione medica, che ne determinerà il destino: rimanere a casa o essere spedito coattamente in una «comunità terapeutica». Attorno al ragazzo straniato e a sua madre ci sono una medicina che brancola nel buio, esperti e diagnosi dubbie, ciarlatani e promesse di cure miracolose.

Compaiono anche altri personaggi e vicende che scandiscono i rapporti e la vita dei Graubart – un adolescente perverso, una virtuosissima giovanetta, un medico fedifrago e funzionari impietosi – e alimentano il registro della commedia, senza per questo diminuire la febbrile intensità del dramma familiare. E c’è l’amore, naturalmente, in schegge imprevedibili e luminose: amore tormentato e difficile, da offrire e da ricevere.

Dobbiamo anche considerare la relazione tra la finzione e le vicende personali dell’autore, il cui fratello è davvero gravemente malato di autismo: vicende che lo scrittore ha raccontato con profonda e disarmante onestà in molte interviste. La voce dell’«altro fratello» si ascolta, appunto, in Un ragazzo d’oro.

Questo romanzo è un libro godibile e anche necessario, un po’ alla maniera di Nati due volte di Pontiggia; ed è prova, se mai ce ne fosse bisogno, del potere eterno della letteratura di tornare in tempi e luoghi percorsi – e spesso abusati – da decenni di visitazioni e rappresentazioni, per distillare ancora una nuova e convincente storia.

ELI GOTTLIEB
Il ragazzo che andò via
Roma, minimum fax, 2020, 240, € 17,00.

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