RECENSIONE

IL DESTINO DELL’OCCIDENTE

Annalisa Latartara

Quaderno 4039

pag. 98 - 99

Anno 2018

Volume IV

6 ottobre 2018

Il titolo richiama l’opera di Spengler Il tramonto dell’Occidente, ma, spiega l’A., questo libro «non è un manuale di storia né tantomeno vuol essere un nefasto presagio»: è una riflessione su come salvare l’Occidente, «l’idea politica di maggiore successo», che, rispetto ad altri modi di organizzare la società, per decenni ha garantito libertà, diritti civili e un elevato numero di opportunità. Da una decina d’anni, in particolare dal collasso finanziario del 2008, l’Occidente ha smesso di assicurare ai suoi cittadini uguaglianza, benessere economico e sicurezza.

«La migliore idea politica della storia» è insidiata soprattutto dalla disuguaglianza economica e sociale, dovuta a una iniqua redistribuzione dei redditi e alla concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi, con l’esclusione di larghe fette di cittadini da migliori opportunità di istruzione e, soprattutto, dai diritti e dalle garanzie del lavoro, perché in diversi Paesi la flessibilità si è trasformata in precarietà, soprattutto per i più giovani.

Gli effetti benefici della ripresa economica hanno riguardato una fascia ristretta della popolazione. Il malcontento di coloro che si sentono esclusi e la perdita di fiducia hanno favorito, in alcuni Paesi, l’affermarsi di movimenti populisti e di forze politiche nazionaliste. L’incidenza del grado di disuguaglianza sulle scelte politiche varia. Negli Usa, ha portato gli elettori ad eleggere Trump, che privilegia politiche di mercato protezionistiche in contrasto con le idee di libertà.

Sull’atteggiamento del principale partner dell’Unione Europea, l’A. è fiducioso, perché «più di una volta, nella loro storia, gli Stati Uniti hanno dimostrato di saper cogliere le novità, confermandosi un paese aperto al cambiamento». Rimettere l’America in carreggiata non è possibile prescindendo dal ruolo degli Usa sulla scena internazionale e dalle storiche alleanze. A minare il concetto di Unione, fa notare l’ex direttore dell’Economist, è stato in questi anni il voto favorevole alla Brexit, in quanto ha dimostrato che gli Stati restano nell’Ue per convenienza, non per passione.

Un altro pericolo è costituito dalla Russia, a cui l’A. guarda con sospetto, perché punta a minare la solidarietà e le alleanze occidentali per trarre vantaggi dalla discordia dei Paesi di un’area in cui non può più contare sugli amici come un tempo l’Unione Sovietica.

È innegabile il declino dell’economia, dell’influenza politica, dello stile di vita, dello stato sociale, problemi che non riguardano soltanto gli organismi sovranazionali, ma i singoli Paesi come l’Italia, la Grecia, il Portogallo, l’Irlanda e la Spagna. Questi ultimi due hanno introdotto riforme strutturali ed effettuato interventi per rilanciare l’economia. Ma l’invecchiamento della popolazione richiede l’impiego di ingenti risorse pubbliche per il pagamento delle pensioni e, d’altra parte, c’è un elevato tasso di disoccupazione, soprattutto giovanile.

Soltanto la Danimarca è riuscita a creare un equilibrio fra flessibilità del mondo del lavoro e sicurezza del singolo; la cosiddetta flexicurity ha consentito di ridurre la disoccupazione dall’8% nel biennio 2008-2010 al 4,5% nel 2015 (la metà di Italia e Francia). Anche la Svezia, negli anni Novanta, è riuscita a risollevarsi, facendo leva soprattutto sulla fiducia nel sistema politico, sulla coesione sociale e sulla rinuncia ai privilegi da parte di gruppi di interesse, tanto da assurgere negli ultimi anni a modello di welfare e di società con maggiore uguaglianza.

Malgrado la crisi, l’idea dell’Occidente «resta potente, preziosa e senz’altro rinnovabile», sostiene l’A., che prende le distanze dal pessimismo di Spengler e offre una visione positiva. L’Occidente rappresenta quei princìpi di giustizia – riguardo alle norme internazionali e all’economia di mercato – dai quali molti Paesi hanno tratto vantaggi. Deve ricostruire la forza economica e politica come negli anni della «guerra fredda» e reagire alle conseguenze economiche e sociali dell’invecchiamento della popolazione e alle minacce – determinate dall’instabilità del Medio Oriente – che incidono negativamente sulla sua economia e sulla sua sicurezza.

L’Italia – questa è la conclusione di Emmott – può svolgere un ruolo importante nella rinascita dell’Occidente, perché è impegnata in una sfida analoga: trovare un nuovo equilibrio per tornare a crescere e a garantire uguaglianza e benessere non solo economico.

BILL EMMOTT
Il destino dell’occidente
Venezia, Marsilio, 2017, 320, € 18,00.

Acquista il Quaderno