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Continua la traduzione e la pubblicazione dei romanzi di Kashiwai Hisashi: dopo Le ricette perdute del ristorante Kamogawa e Le piccole storie della locanda Kamogawa, esce in Italia il terzo romanzo, Gli ingredienti segreti del signor Nagare. L’opera, che consta di sette volumi, ha avuto un grande successo in Giappone, tanto da essere scelta per la realizzazione di una serie televisiva.
Sono romanzi molto gustosi, in tutti i sensi: ciascun capitolo tratta di una ricerca culinaria che i clienti affidano alla coppia – padre e figlia – del ristorante Kamogawa di Kyoto. Questa peculiarità del locale è una trovata di Nagare, ex poliziotto con la passione della cucina, aiutato dalla capo indagini culinarie, la figlia Koishi. Per lo chef, infatti, è il destino a portare le persone al loro ristorante, oltre a una piccola pubblicità su una rivista di cucina, la cui direttrice rivela la posizione, visto che è davvero difficile da riconoscere.
Ogni storia si apre con l’arrivo del personaggio del capitolo, che giunge sul posto e rimane perplesso vedendo lo Shōmen-dōri: si trova di fronte a una palazzina a due piani, anonima, senza alcun segnale se non un profumo invitante e un gatto tigrato sonnacchioso, che fa da guardiano.
Gli avventori arrivano portando con sé un peso, una richiesta, un desiderio: ritrovare un preciso piatto che ha segnato la propria vita. C’è una scrittrice famosa con un passato travagliato, un ballerino che sente il peso della tradizione familiare sulle spalle, un piccolo imprenditore con un segreto che getta un’ombra sulla sua vita coniugale… Chiunque sia l’avventore, prima di potersi aprire e raccontare la propria storia, si siede a tavola, e Nagare, il cuoco, gli pone davanti alcune specialità nate dalla sua creatività. È questa la consuetudine: la prima volta è il padrone del locale a decidere il menù, strabiliando l’avventore.
Come in una contemplazione ignaziana, ogni cosa viene descritta: gli ingredienti, i piatti, i bento, le composizioni, tanto che agli avventori sembra di essere davvero seduti davanti a piatti dai nomi tanto esotici quanto familiari, facendo lavorare la fantasia del lettore. Se alcuni piatti sono ormai giunti anche da noi, molti nomi richiedono o una ricerca specifica o molta immaginazione.
Prima di iniziare l’indagine per il piatto specifico – che può essere della yakisoba o delle korokke –, le domande di Koishi fanno scendere in profondità: «Perché lo cerca oggi? Quale significato ha nel momento presente questa ricerca di un gusto del passato? In quale momento di vita si trova?». Sentendo la risposta del protagonista del capitolo, ciascuno vi si può ritrovare: snodi essenziali, sensi di colpa, addii interrotti… Ogni piatto porta con sé ricordi, emozioni, stati d’animo, che aiutano ciascuno a fare il passo che il presente gli pone davanti. Si tratta di una versione giapponese e più variegata della celebre Madeleine di Proust. L’esperienza del piatto è anche corredata dalla ricerca di Nagare e dalla storia di come sia arrivato a cucinare lo stesso piatto, a volte a decenni di distanza dal suo assaggio.
Un piatto non è solo un piatto: ci sono i ricordi, le tracce emotive, i desideri e le intenzioni di chi l’ha preparato. In quanto esseri di senso, per le persone anche il mangiare diventa significativo, il doversi nutrire diventa più che un bisogno primario. Non basta trangugiare qualcosa: c’è una ritualità, una rete di relazioni, delle forme e una bellezza che rendono questo gesto ancora più vitale dei nutrimenti di cui è composto.
Qui troviamo una serie di storie non troppo lunghe, che si possono riprendere anche senza leggere tutti i romanzi. Ciascun pezzo fa sognare e assaporare gusti esotici ed esperienze assai vicine, scoprendo la tradizione giapponese e la nostra profonda umanità.