A un lungo brano sull’abbandono alla Provvidenza (cfr Lc 12,22-31) Luca aggiunge un piccolo versetto conclusivo: «Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno» (Lc 12,32). Questo versetto costituisce una sorpresa, perché menziona il dono del Regno al presente. Si tratta tuttavia di quello stesso Regno di cui domandiamo la venuta nel Padre nostro e che Gesù vede profilarsi all’orizzonte.
Questo logion avrebbe potuto dare luogo a un’immensa letteratura, ma non è stato così; perché? Senza dubbio, in quanto condivide ciò che lo precede e ciò che lo segue – Lc 12,21-31 e 12,33-34 – con Matteo, a parte qualche sfumatura, questo versetto, proprio di Luca, ha suscitato poche analisi specifiche. È stato eclissato dal lungo brano sui gigli del campo e sugli uccelli del cielo, del quale è come una sorta di seconda conclusione. Tuttavia esso intreccia tra loro tre termini fondamentali dell’insegnamento e dell’agire di Gesù di Nazaret: Dio come Padre,l’attesa di un Regno che deve venire, e la cura dei piccoli. È addirittura l’unico versetto del Nuovo Testamento che contiene questi tre termini chiave.
La nostra ipotesi è che Lc 12,32 voglia dirci molto sul progetto teologico di Luca, e più precisamente sul legame che l’evangelista vuole stabilire tra il Regno e la persona di Gesù. Per coglierne la portata, è opportuno metterlo in relazione con altri versetti sul Regno propri di Luca, in particolare Lc 22,29, come pure con gli Atti (in particolare con At 20,28). Secondo il suo modo di comporre, l’evangelista riprende il materiale che ha ereditato a proposito del Regno, ma lo completa e lo ridefinisce nel corso della sua opera. Qui, come altrove, la sua preoccupazione è radicalmente ecclesiologica: parlando del Regno, vuole dirci qualcosa sulla Chiesa.
Il quadro ermeneutico
Per apprezzare il modo in cui Luca lavora, è importante precisare l’ipotesi sulla quale ci basiamo. La lettura che noi proponiamo si colloca nell’ambito della teoria maggioritaria detta «delle due fonti», secondo la quale Luca disponeva fondamentalmente di due fonti scritte principali: il Vangelo di Marco e la fonte dei logia (Q). Osservando il modo con cui egli modifica, adatta o sposta gli elementi ricevuti da queste due tradizioni – entrambe da lui molto rispettate –, si può dedurne quali siano i suoi interessi teologici. L’ipotesi ha un valore euristico, in quanto ci permette di entrare nel laboratorio teologico di Luca (come pure nel suo laboratorio letterario), di vedere
Contenuto riservato agli abbonati
Vuoi continuare a leggere questo contenuto?
Clicca quioppure
Acquista il quaderno cartaceoAbbonati
Per leggere questo contenuto devi essere abbonato a La Civiltà Cattolica. Scegli subito tra i nostri abbonamenti quello che fa al caso tuo.
Scegli l'abbonamento